“Il lavoro del giornalista consiste nel distruggere la verità, nel mentire senza riserve, nel pervertire i fatti, nell’avvilire, nell’aggrapparsi ai piedi di Mammon e vendere il proprio paese e la propria razza per guadagnare il pane quotidiano o ciò che gli equivale, il salario. Voi lo sapete come io lo so, allora chi può parlare di stampa indipendente? Noi siamo i burattini ed i vassalli degli uomini ricchi che si nascondono dietro la scena. Loro muovono i fili e noi danziamo. Il nostro tempo, i nostri talenti, le nostre possibilità e le nostre vite sono proprietà di questi uomini. Noi siamo delle prostitute intellettuali”.

John Swinton (1829-1901), giornalista, a proposito della libertà di stampa durante il suo discorso d’addio al New York Times.

La libertà di espressione, come sappiamo tutti e come, spesso, crediamo fermamente, è uno dei valori fondanti della nostra democrazia. Democrazia e libertà sono due concetti che in questo momento storico, in questo controverso paradigma politico, devono avanzare di pari passo per il bene della comunità, devono radicarsi indissolubilmente nel cuore di ogni cittadino, da colui che esprime le sue opinioni a colui che non lo fa ma è certo che potrebbe farlo. Insomma non c’è niente di più ovvio, in un continente come il nostro, o, più propriamente, in quel continente spirituale e culturale che è l’Occidente democratico, di credere, anzi di essere certi che ognuno, in qualsiasi momento, detenga le piene facoltà ed i mezzi necessari per esprimere la propria opinione.

Ma qui, ad ogni buon cittadino, ovvero ad ogni persona portatrice in sé di una coscienza politica attiva, non può che sorgere qualche legittimo dubbio. Perché la libertà di espressione, tanto ostentata dalle democrazie liberali, tanto pubblicizzata, imposta, gridata, non da spazio alle voci del dissenso? Perché chi dissente dall’opinione comune, o, peggio, chi esce dagli schemi prestabiliti, dal simpatico gioco tesi-antitesi, governo-opposizione, destra-sinistra, chi pone tutt’altro contesto di discussione e di confronto, chi invece di aggredire cerca di capire e si questiona, forse non viene tacitato (anche se è capitato nei casi più estremi) ma viene in qualche modo oscurato? Perché i mass media, la grande informazione di massa, rappresentata dai giornali, dalle televisioni, dalle radio, predilige dei temi e dei punti di vista a detrimento di altri?

Un tempo era più facile, questo è certo. O sei con noi o sei contro di noi. Dissenti, ti facciamo fuori. Il sistema agiva così. Oggi le tecniche sono più sottili e più elaborate, sicuramente più meschine, non potendo permettersi con tanta non-chalance un’eliminazione fisica che susciterebbe un vero e proprio scandalo. A meno che i mezzi di comunicazione non si accaniscano tanto da fare in modo che l’opinione pubblica – come ai tempi delle decapitazioni nelle piazze popolari – si apposti comodamente davanti alla televisione a godersi lo spettacolo dell’assassinio di qualche personaggio scomodo, respirando un po’ di quella “sana” e legittimata violenza di cui si nutre ogni tanto il nostro istinto animale. Se guardiamo al passato ne vediamo tanti, da Saddam Hussein a Gheddafi, in futuro vedremo sicuramente Assad e Ahmadinejad.

Per chi non crede nell’esistenza di un Sistema, di un ordine prestabilito e vivo, sorretto dalla nostra politica, dalle istituzioni, dal mondo dell’informazione – con i mass media ed i suoi relativi “ministri della propaganda” ai vertici – deve ammettere che queste persone ne sono la conferma. Ernesto Che Guevara, Thomas Sankara, Patrice Lumumba, lo stesso JFK, Enrico Mattei, Louis Ferdinand Céline, Pier Paolo Pasolini. Quanto è durata la loro libertà di espressione? Perché ad essa è stato posto un limite equivalente alla morte? Oggi ancora Massimo Fini, Paolo Barnard, fino a qualche tempo fa Vittorio Arrigoni, oppure se guardiamo alla dissidenza francese organizzata, troviamo all’apice Alain Soral, Pierre Hillard, San Giorgio, Meyssan, Dieudonné. Quanto vale la loro libertà di espressione se non ha la stessa rilevanza e la stessa mobilità (perché spesso perseguitata dalle denuncie per diffamazione o persecuzioni fiscali) di quella dei mass media, libera di entrare in toto nella nostra vita quotidiana?
E’ spiacevole, ma è così: la libertà di espressione si può calcolare, può avere un peso e una misura. O meglio, una soglia minima di libertà di espressione, finalmente, ce l’ha data Internet, e questo è certo. Ma non è possibile superarne una certo livello senza essere intralciati, e proprio qui, in questo punto nevralgico si condensa il problema: si è liberi di parlare sin quando la nostra opinione non si oppone a determinati interessi (spesso quelli dei poteri forti) o fin quando la nostra visibilità non attinge un elevato numero di persone. Come può un giornale di punta, ovvero una società per azioni che mira in primis all’aumento dei dividendi per gli azionari, una società collegata a gruppi economici ancora più grandi, criticare fino in fondo il sistema bancario e la speculazione, come può decidere di approfondire davvero questi temi, rischiando di andare contro chi la nutre?

E’ vero che gli oppositori del governo hanno uno spazio per esprimere il proprio dissenso (tv, giornali di opposizione, partiti, movimenti) e se questo venisse a mancare neanche l’ultimo degli illusi potrebbe chiamare la nostra una democrazia. Ma  da Ballarò e Servizio Pubblico sino a Porta a Porta, sono sempre stati rari i casi in cui a parlare è chiamato chi non sta dalla parte di nessuno, chi è hors du jeu. Chiunque critichi l’intero Sistema, è certo inevitabile che si ponga all’esterno stesso di quelli che sono i suoi organi principali, e non solo non troverà un vero canale di espressione, aperto al grande pubblico, ma verrà inevitabilmente marginalizzato dalla società.
Guardiamo a Paolo Barnard, ex-giornalista di La Stampa, Il Manifesto, Il Corriere della Sera, Il Mattino, Il Secolo di Genova, La Repubblica, ora ai margini del mondo politico e giornalistico dopo le sue nuove teorie economiche (MMT) ed i suoi libri sul conflitto israelo-palestinese e sul debito pubblico. Insomma la libertà di espressione esiste nella sfera privata, a casa o per strada, esiste su Internet se non ti ascolta nessuno. Wikileaks, appunto, al centro di uno scandalo enorme dagli echi devastanti, è sotto accusa per la rivelazione di attività illecite da parte del governo statunitense e adesso Assange, il fondatore, ha trovato asilo nell’ambasciata ecuadoriana di Londra. Un altro esempio lo può fornire Noam Chomsky, linguista ed attivista americano, non certo tacitato ma sicuramente preso in considerazione meno di quanto dovrebbe esserlo dai grandi mezzi di comunicazione per le sue critiche sulle politiche imperialiste del Governo Usa. Anche se ha una grande rilevanza nel mondo grazie alle sue battaglie sociali è stato definito e stigmatizzato nel ghetto del “politicamente scorretto” – da parte del “politically correct” – come un nazista, un anti-israeliano (anche se di origini ebree), ed i suoi libri sono stati bruciati in una manifestazione a Toronto. Pensiamo anche allo stesso Pasolini, un intellettuale senza dubbio scomodo, assassinato in circostanze ambigue. 

“Quando la società lo respinge, è un’altra prova della meschinità sociale; quando gli concede un posto onorevole, lo compra. Di fatto o un isolato, o un venduto” (Irving Howe sulle due strade dell’intellettuale).

Invece i nuovi blogger del sistema o gli attivisti che si battono per la libertà nei paesi che si oppongono ai poteri forti occidentali (ai governi, alle multinazionali e alle loro lobby etc…) vengono immediatamente elogiati dalla stampa e gli si dona per il loro “coraggio” tutto lo spazio necessario per renderli dei fenomeni del momento o dei casi-shok. Guardiamo ad esempio a Yoani Sanchez, la blogger cubana che parla della sua vita sotto il governo di Castro (vi lasciamo qui un’intervista che può chiarire molte cose), oppure alle Pussy Riot, o alle blogger iraniane. Stranamente tutti questi paesi hanno dei capi di governo (Castro, Putin, Ahjmadinejad) che si oppongono alle strategie occidentali, sia geopolitiche che economiche guidate dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea.

Per concludere, la libertà di informazione e di espressione esiste, esiste oltre la televisione, oltre i giornali, oltre le radio, oltre tutti quei mezzi di comunicazione di massa che sono ufficialmente in mano a società finanziarie con lo scopo primo del profitto e non dell’informazione, società in stretto rapporto con i partiti (pensiamo solo a Renzi e le sue ultime frequentazioni) ovvero i primi pilastri di questo Sistema basato su un’alternanza di punti di vista che, come abbiamo visto, sembrano essere più un’illusione che non una sincera dialettica.

Ogni intellettuale, ogni giornalista che abbia anche un’influenza politica, e che quindi rientra in questo schema descritto, infine, deve essere – per il semplice fatto di non avere una propria indipendenza – una prostituta intellettuale, anche se spesso è una prostituta e basta.