Negli ultimi decenni il mondo che si autodefinisce moderno, ovvero quella parte del mondo occidentale, più avanzata se contrapposta e messa a confronto con quelle realtà che definiamo di terzo mondo, è entrata a pieno titolo nella cosiddetta globalizzazione; un meccanismo spacciato per naturale e che oggi appare ineluttabile e del tutto fuori dal controllo degli esseri umani. Eppure la globalizzazione non è che l’altra faccia della medaglia del termine Liberismo, quella corrente di pensiero, principalmente di natura economica fondata sul libero mercato.

Noi apparteniamo a quella generazione cresciuta a cavallo dei due millenni, perfettamente inserita e pregna di tale realtà; eppure, grazie anche ai racconti dei più anziani, abbiamo ancora la capacità di comprendere e di ricordare che non è sempre stato così, che qualcosa veramente è cambiato, e non in meglio. Cresciuti col mito dell’arricchimento, dell’abilità del più scaltro in grado di superare i più mediocri, della felicità data dal denaro e della capacità data solo da un mercato totalmente libero di far emergere i migliori in una corsa alla competizione continua e senza un traguardo ben definito. Ci è stato insegnato che il libero mercato porta a una situazione il più possibile simile a quella della concorrenza perfetta, quel particolare modello economico in cui sono così tanti e molteplici i produttori o i potenziali fornitori di uno stesso bene per cui non potrebbe che andare tutto a vantaggio dei consumatori, i prezzi dovrebbero essere al minimo e l’offerta il più ampia possibile. E infatti quelli che fino a qualche decennio fa erano frutti esotici rari e costosi adesso li trovi tutto l’anno dappertutto e non costano neanche tanto; entri in un supermercato e invece che due o tre detersivi per i piatti ce ne sono decine, come potrebbero essere centinaia. Qualcosa non torna però.

Non torna perché in realtà il frutto esotico che si trova sul banco ha viaggiato più di un mese nella stiva di una nave e l’agricoltore che lo ha raccolto non ha avuto neppure un decimo del prezzo che verrà pagato; perché di quelle decine di detersivi per piatti che vediamo nello scaffale il 70% sono prodotti dalle due stesse aziende che fanno solo finta di farsi la concorrenza a vicenda quando invece si dividono semplicemente il mercato massimizzando i profitti ed evitando di farsi la guerra sui prezzi.

Vi portiamo a riflettere su un piccolo evento dei nostri giorni, la potenziale fusione tra il gruppo FCA (quello che qualcuno pensa ancora sia la FIAT, sbagliandosi) e quello Renault che comprende anche Mitsubishi e Nissan. I giornali, le TV, i media descrivono il potenziale affare come un evento eccezionalmente positivo perché porterà il gruppo FIAT a divenire il massimo produttore mondiale di automobili, come se ciò ci rendesse, noi poveri Italiani ignari, un po’ più importanti a livello globale; che esso sia il giusto mezzo per contrapporsi al dominio indiscusso del Gruppo Volkswagen, che controlla  Audi, SEAT, Skoda, Bentley, Bugatti, Lamborghini e Porsche, e del Gruppo BMW che comprende anche MINI e Rolls-Royce.

Qualcuno tra i lettori forse disconosceva i legami e le gerarchie sopracitate tra i più conosciuti marchi automobilistici, e forse adesso potrebbe essere più portato a fare le nostre stesse considerazioni. Non avete quella sensazione sottilissima che praticamente la scelta nell’acquistare un’auto non sia tra decine di marchi ma bensì tra soli 3/4 potenziali aziende diverse? Non vi sbagliate. Allora forse si sta verificando quello che i più grandi gruppi automobilistici si augurano da sempre, come avviene in qualsiasi altro settore di impresa, ovvero, che si generi un oligopolio.

Ebbene si, perché se il maximum sperato è il monopolio, la situazione in cui esiste un solo produttore; esso è però davvero un obiettivo difficile da raggiungere, a meno di grossissime posizioni dominanti di mercato; a quel punto perché non fondersi, unirsi, fagocitare i potenziali concorrenti per diventare una sola cosa, restare in soli 2 o 3 competitors, dividersi il mercato e potersi permettere di fare anche cartello sul prezzo, distanziandosi di gran lunga dal modello di concorrenza, ma massimizzare gli utili e i guadagni, a discapito di tutti i consumatori, che siano essi i cittadini, le imprese o gli stati stessi.

E così avviane in campo farmaceutico, nel settore petrolifero, nel settore dei detergenti e detersivi sopracitato, delle comunicazioni, dell’alta tecnologia, degli alimenti, e non di meno nel nostro amato settore bancario. Così avviene che nell’epoca del globalismo e del liberismo sfrenato i grandi diventano sempre più grandi, non mancando di imporre barriere sempre più alte e strategiche al mercato, i capitali e con essi le grandi aziende si accorpino, si accrescano, si uniscano e si digeriscano l’un l’altra al solo scopo di accrescersi illimitatamente e andare sempre più nella direzione dell’inarrestabilità, senza un fine ultimo se non quello di raggiungere il livello di più infinito.

E a quel punto esse stesse diventano banche, in grado di autofinanziarsi, di generare esse stesse il credito che gli necessita per continuare infinitamente la scalata a quel tutto che prima o poi autoimploderà come è inevitabile che sia.

Quando già il processo di mercificazione degli esseri umani in risorse, in fattori produttivi interscambiabili e in consumatori, ovvero clienti, è già iniziato; esso ha ormai bisogno solo di sopire gli ultimi rantoli di un’umanità dell’uomo che ancora lo differenzia dall’animale e dall’automa, evolversi verso quel processo finale in cui il globalismo sfrenato, inteso come nichilismo culturale, storico, nazionale financo religioso porti una nuova concezione di Umanità, che velata di un sottile sentimento socialista e ugualitarista porti alla nuova concezione di “Homo sapiens similiter”, ovvero quella dell’uguaglianza assoluta tra gli uomini che senza un’origine né una destinazione sono portati a consumare e lavorare per obbligo prima ancora che per necessità, trasformandosi da individui in numeri, una cifra che potrà essere ancora utile agli interessi dei pochi finché porterà il segno + (più) e potrà immediatamente essere sacrificata in ragione del mercato e dell’efficienza quando il segno a se anteposto sarà (-) meno.

E se così per primi gli inglesi con il loro magnifico Impero britannico, avevano iniziato l’import-export di esseri umani per ragioni di crescita e di sviluppo (dei loro territori), per la quale serviva sempre più manodopera, oggi ci accodiamo anche noi moderni europei, che con il nostro sentimento di superiorità, ci spostiamo e migriamo tra gli amati USA e la vecchia UE come se fossimo noi stessi a scegliere liberamente di farlo.

L’epoca è quella in cui ognuno di noi moderni occidentali e ancor più europei e Italiani, guidati ognuno dal suo spirito egoistico, dalla voglia di riuscire personalmente, di ottenere risultati, ovviamente ed esclusivamente traducibili in denaro, l’unica unità di misura ancora globalmente riconosciuta se non anche il non-bene più prezioso e che oggi tutti desiderano più di ogni altra cosa, incarnando appieno lo spirito liberista – viaggiano, si trasferiscono, migrano e si autodeportano in cerca di un lavoro migliore e più retribuito, non rendendosi neppure conto che se come singoli cercano ognuno il suo interesse egoistico e legittimo, di fatto come categoria in quanto società non fanno altro che piegarsi volontariamente sotto il giogo dei potenti, di quegli interessi mondialisti di stampo finanziario che se non pubblicamente, in via del tutto confidenziale tengono ben salde le redini che governano il mondo.

Ci pregiamo di vantare ideali e ideologie forse ormai troppo antiche e superate, la sinistra e la destra ancora intesi come riformisti e liberali, non rendendoci più conto che esse non sono altro che un inganno, piacevole all’occhio meno vigile, che nasconde due risvolti dello stesso interesse chiamato Liberismo prima ancora che il così detto pensiero Unico. Ci arroghiamo il diritto di rinominarlo “Liberismo” e di definirlo orbene come liberalizzazione dei mercati delle merci e finanziari da ogni loro vincolo, che esso sia statutario o legislativo, a un solo scopo: quello di permettere al più forte di distruggere ogni realtà introno a se, che sia essa preesistente o di nuova formazione, al fine di generare non più alcuna forma di economia, bensì di crematistica, alla ricerca di un arricchimento oltre ogni limite.

E così avviene che gli Africani risalgono verso l’Europa per offrire la loro manodopera a basso costo e i giovani Italiani ed Europei più specializzati girovaghino senza una meta definitiva in cerca di un posto sempre migliore, senza alcuna possibilità di trovare mai quella “stabilità” che ha caratterizzato millenni di sviluppo umano e che oggi sembra quasi una parolaccia, usata dai mass media solo per schernire i mammoni, i fannulloni e tutti coloro che desidererebbero una realizzazione classica della vita umana, ovvero una famiglia, una dimora che diventi anche casa e focolare domestico famigliare; lo stesso termine “familia” che fino a qualche decennio fa veniva annoverato nei codici e nei testi giurisprudenziali nell’indicare il comportamento eticamente corretto del “pater famlias”, adesso scompare dalle ragioni culturali, trasformandosi sempre più in un concetto desueto e obsoleto.

Così il popolo, la gente comune, rimane cristallizzata all’interno di tutti quei meccanismi fatti di dicerie, di finte regole scientifiche che gli vengono magistralmente propinate di giorno in giorno, attraverso ogni via d’informazione, senza che gli vengano mai dati gli strumenti per un giudizio autonomo e indipendente, e così si inizia a credere che sia scientifico il vincolo di bilancio, che ogni cittadino porta sulle sue spalle il debito pubblico del proprio paese, che quando la borsa cresce è meglio per tutti, che è importante avere una moneta forte, che l’Italia ha sempre vissuto al di sopra delle proprie possibilità, che è più importante esportare piuttosto che vendere nel proprio paese, che con l’€uro ci abbiamo guadagnato, che il nostro paese non ha più niente da offrire, e potremmo continuare all’infinito elencando false credenze popolari che come sosteneva  il compianto, si fa per dire, Joseph Goebbels “ripetete una bugia, cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”, tanto che ormai fanno parte del diktat linguistico in campo giornalistico ma anche politico di tutti gli schieramenti.