La breve, discutibile, ma fulminante analisi della società occidentale che Vladimir Putin ha accennato in una recente intervista al Financial Times – che della società presuntamente “aperta” è la vestale mediatica mondiale – ha suscitato come’era prevedibile fremiti d’orrore fra i buttafuori del jetset ideologico nostrano, gli intellettuali finti dissidenti che decidono cos’è ammissibile e cosa non lo è. Il glaciale leader del Cremlino ha osato bestemmiare in chiesa: il modello liberale non ha più credibilità – ha detto spavaldo – perché la maggior parte delle persone si è rivoltata contro l’immigrazione, contro l’apertura dei confini e il multiculturalismo.  

Il principe dei dottori liberali qui in Italia, sua eccellenza Angelo Panebianco, con grande autorità come al solito non ha capito nulla, sostenendo sul Corriere della Sera che il motivo per cui tanta brava gente nel mondo libero ammiri tipacci come Putin è la paura della libertà, il bisogno di essere comandati, insomma il masochismo della plebe desiderosa di un Capo. Il Sole 24 Ore, omologo agli spaghetti del quotidiano della City di Londra, è corso ad erigere palizzate di difesa sfornando articoli a profusione sulla bontà del liberismo. Non parliamo poi di Repubblica e della sinistra ultracapitalista, che dal pulpito del suo dogmatismo ipovedente ha lanciato strali e anatemi di fuoco. Come da copione.

Pensatori liberali che non hanno dimenticato l’unica lezione veramente valida dell’antica scuola, il diritto-dovere di critica, hanno giudicato diversamente, con maggiore apertura, il sasso buttato nello stagno dall’abile ex agente Kgb. Chi dandogli ragione, come ad esempio il crociano Corrado Ocone che ha scritto su Formiche.net che

è proprio il dispositivo liberal-liberista che è andato in crisi negli ultimi anni. Quelli che sono riapparsi sono i conflitti e, con essi, la volontà di agire nel mondo della forza, cioè nella politica, per far conquistare agli uomini sempre maggiori spazi di libertà. La critica di Putin coglie perciò nel segno, ma solo se si riferisce declinazione utopistica e metafisica del pensiero liberale. È ad essa che in fin dei conti Putin fa riferimento. E con lui, su questo specifico punto, anche un liberale vero può consentire.

Altri, come Eugenio Capozzi su Magna Charta.it, dandogli torto, ma opponendogli almeno un’argomentazione:

Putin non si può considerare un liberale in nessuna accezione del termine. Nella sua visione della politica, speculare a quella del progressismo soggettivistico occidentale, la comunità prevale decisamente sull’individuo, e il principio di autorità incarnato dalla  nazione e dalle istituzioni che ne incarnano la sovranità dispone sostanzialmente, in ogni “stato di eccezione”, degli spazi di libertà dei governati: temperato sì dalla democrazia, ma pur sempre da una democrazia “sorvegliata”.  

A noi, che liberali non siamo perché non scambiamo la servitù volontaria con la libertà, non interessa misurare a Putin il tasso di liberalismo nel sangue, se sia più o meno liberale, in quale grado lo sia, se abbastanza oppure no per i nostri canoni. Lui governa da statista qual è, avendo un’idea strategica di Stato e perseguendola con sagacia, una realtà come la Russia che ha enormi differenze storiche, sociali e culturali rispetto alla nostra: il ruolo della religione ortodossa, il passato sovietico, il senso patriottico, l’immensità del territorio, la varietà di popoli, la collocazione internazionale lo portano ad una visione politica che per certi versi non può non essere anti-liberale.

L’individualismo, cuore e nocciolo dell’homo liberalis, non è moneta corrente fra i russi, che gli preferiscono – e sta qui l’abilità del neo-zar, nonostante e anzi proprio per le difficoltà economiche e sociali in cui versa il suo popolo – l’orgoglio di una Grande Madre Russia che supera, inglobandola, l’individualità del russo della strada. Non per nulla i suoi più forti oppositori sono comunisti e nazionalisti, accomunati tutti da un populismo nazionale che lo surclassa in sete di grandezza e ostilità all’Occidente. I liberali come li intendiamo noi a Mosca sono minoritari, degli sfigati. 

Gennady Zyuganov, il carismatico leader del Partito Comunista, ad oggi il secondo partito più importante in Russia

Banale saggezza vorrebbe che ne prendessimo atto. E altrettanta esige che traessimo spunto dalla deliberata provocazione putiniana per ragionare sui nostri panni sporchi. L’ideologia liberale ha fallito non solo perché ha creato il mito fasullo di un pianeta senza confini, senza Stati sovrani, in definitiva senza democrazia (che invece si fonda e si attua grazie agli Stati sovrani, altrimenti un popolo come fa materialmente a esercitare la sovranità, subendo le agenzie di rating?); ha fallito perché fin dalle origini ha lavorato per un unico, epocale obiettivo: svellere, sradicare e liquefare nella placenta del mercato capitalista ogni legame di qualsiasi tipo e forma, di nazione, d’ideale, di luogo, di morale, di politica che non derivi dalla errante scelta liquida del singolo atomo individuale di mettere prima, al centro e sopra a tutto il proprio interesse, volontà, desiderio. Distruggendo così alle fondamenta il concetto stesso di bene comune, ripescato in forma di contratto (il contrattualismo liberale, per l’appunto), che come si può stipulare, allo stesso modo si può sciogliere.

Peccato che a riguardo non solo i cosiddetti populismi e sovranismi, ma la stessa natura umana provi il contrario: quell’animale politico e sociale che è l’uomo ha il bisogno naturale di essere e soprattutto sentirsi parte di qualcosa più alto, più grande e più potente di lui, che lo comprenda e gli dia senso di convivenza con chi gli sta vicino, infondendogli sicurezza e proiettandolo oltre la sua esistenza individuale. Dalla famiglia alla comunità locale, dal partito (anche internazionalista, anche puramente ideale) alla patria, il signor Nessuno ha la necessità primaria di avere una chance, di poter diventare Qualcuno, fin dalla nascita, fin dal primo nodo biologico con i genitori e i parenti che l’hanno preceduto, su su poi fino a un insieme più vasto, che permetta una relazione solida –  non liquida –trasfiguratrice e potenziatrice. Mistificatrice, magari. Ma concreta e radicata. 

Il liberale immaginario mangia invece alla mensa dei poveri di un’economia che trasforma ogni sentimento in merce da consumare, una globalizzazione finanziaria e industriale che ha scarnificato la supremazia del Politico come governo di entità, e svuotato i popoli che hanno la necessità vitale di autodeterminarsi. Si può discutere sulla cornice in cui possano o debbano farlo, se entro gli Stati nazionali eredità dei secoli addietro, o se in forme che li raggruppino o li sezionino per avvicinarsi il più possibile alle appartenenze vive, percepite, pulsanti, combattive (ricordatevi dell’Irlanda del Nord, della Palestina o dei Paesi Baschi, voi sinistrati traditori). Ma quel che non si può fare è disconoscerne il diritto primigenio a esistere e manifestarsi.

Il rapporto fra libertà dell’individuo e libertà del popolo l’ha messo in chiaro millenni fa un democratico nient’affatto liberale come il Pericle tucidideo, che con parole immortali decretò che un cittadino che non si occupa del bene dei concittadini è una miserabile cosa «inutile» – letteralmente: «spregevole». Chi si prende cura di ciò che è comune, chi si attiva per l’altro che gli sta accanto e di fronte, si prende in realtà cura di sé. Secondo la concezione liberale, anche quella primordiale dei Locke e degli Hobbes, degli Smith e dei Constant che rigurgitano dai sermoni dei Panebianco di turno, ciascuno dovrebbe al contrario pensare anzitutto e prioritariamente a se stesso, e solo dopo, in seconda battuta, e soltanto se gli aggrada e gli è utile, al posto in cui si è ritrovato al mondo, che lo ha reso quel che è. Rispetto al primato umanistico della Vita – non importa qui se trascendente o immanente – che fortunatamente non riduce ogni relazione a transazione e contratto, il rovesciamento dei valori che ha praticato la fede liberale, vangelo idealizzante del vero dio che è il denaro, non poteva essere più completo. Ma ora il dubbio organico, il diritto di fare a pezzi le tradizioni morte, il dovere di mettere tutto in discussione, vero e solo portato vitale del liberalismo, noi lo scagliamo contro il liberalismo stesso, contro il fanatismo liberale. Senza genuflettersi a nessun Putin, ma senza nemmeno liquidarlo come faceva il nobilastro o il borghese di una volta arroccandosi nell’illusione di ripararsi dal pericolo. Écrasez l’Infâme!