Ogni giorno che passa il secondo mestiere più antico del mondo compie passi in avanti, fra brividi e risate, in marcia verso il modello TikTok. Parliamo del giornalismo, naturalmente. In Rete è facile impigliarsi in qualche tramaglio lanciato da testate sfavillanti e promettenti, che poi regolarmente si rivelano sóle pazzesche per lettori boccaloni. 

Non per la storia delle fake news, che è a sua volta una gigantesca fake news (spesso le notizie false sono notizie sgradite che disturbano l’Opinione Unificata), ché anzi questi giornali online à la page, puzzetta al naso e tre narici ben nascoste, sono specializzati nel ditino alzato a rimbeccare tutto e tutti, dall’alto della propria faziosità mascherata da obiettività. No, la truffa sta al fondo, all’origine, alla radice: la loro è un’informazione che non informa, se per informare intendiamo portare alla conoscenza. Conoscere non è trangugiare e dimenticare fatti a ritmo continuo, e non è nemmeno offrirli impacchettati per confermare quanto si ha ragione mentre gli altri hanno torto. È ragionarci, sugli accadimenti, fornendo una chiave di lettura che non sia soltanto il proprio punto di vista di pancia magari in bella copia, ma un’esposizione argomentata, capace di tener conto anche di ciò che contraddice la propria tesi.

Il livello dei giornali beniamini dei millennials e degli ultramillennials invece cosa fa? Insegue la logica perversa dello strumento tecnico che utilizza e da cui si fa utilizzare: l’ipervelocità del web. Prendiamo Open di Chicco Mentana: articoli brevi anche di vista, poveri di contenuto, inchieste su fenomeni che non fanno più notizia da anni (la prima, appena nato un anno fa, fu sui “gender fluid”: capirai), mai un pezzo che spiazza. Doveva essere il prodotto di menti giovani, ma di giovane, nel senso di inedito, di rivoluzionario, di estraneo agli schemi, non c’è niente. Un Puente debunker in servizio permanente effettivo non basta. Una delusione. Soldi buttati, meglio le “maratone”. 

L’antesignano dell’intera genìa è Vice, prodotto americanissimo di ottima fattura quanto da pelle d’oca nella scelta dei temi: “ho cercato di capire se i vicentini sono stati veramente dei mangia gatti”, “sono tornato emo per una settimana nel 2019”, “foto inquietanti di love hotel giapponesi abbandonati” e via così, in un tripudio all’inutile. Occhio, però: in mezzo ci sono anche articoli di commento che legittimamente sostengono una linea di pensiero, e su questo nulla quaestio, ma confezionati in modo che il lettore, si presume in età medio-bassa, sia indottrinato a dovere. Non viene provocata la sua intelligenza, scontrandosi con i luoghi comuni: ci si limita a ripetere ciò che lui si aspetta. La dittatura della Linea editoriale, che purtroppo è propria del novanta per cento della stampa, in Rete si stringe ancora di più attorno ai neuroni sfruttando l’esca di una sovrabbondanza di post facili e d’intrattenimento, per raggiungere anche il target meno attratto dalle hard news, le notizie “pese”, per dirla in gergo ragazzesco. 

Inchieste di una certa rilevanza

The Vision discende dal modello Vice, che però punta alla fascia alta: articoli all’insegna del long journalism, approfondimenti anche slegati dalla cronaca immediata. Costruiti per far pensare, indubbiamente. Ma far pensare chi? Un gruppo ben identificato di lettori-fan, che godranno a veder messe per iscritto le convinzioni di cui sono così convinti da non farsi mai venire mezzo dubbio che affondino nei pregiudizi; e dall’altra parte i lettori-haters, fancazzisti dediti all’esercizio giornaliero della riprovazione e del ribrezzo, che un godimento lo riservano sempre a un malinteso senso di superiorità in cerca di convalida. Di una scontatezza ai limiti dell’umano, la visione di The Vision è l’acculturazione come noia, di un perbenismo culturale quasi scalfariano, un radical-chicchismo che fa calare la palpebra alla seconda riga. Ronf ronf.

“Un mondo migliore. Un mondo nuovo. Ogni giorno”. Già fin dalla presentazione, su Wired bisogna fare un discorso a parte. La rivista, fondata nei primi anni ’90 dal guru internettiano Nicholas Negroponte e sbarcata in Italia nel 2009, sulla conoscenza tecnologica ha costruito la sua fortuna mondiale (la “bibbia di Internet”). Ideologicamente, è forse il maggior veicolo giornalistico della concezione della vita umana come progresso affidato alla macchina virtuale, e a questo proposito ce ne sarebbe da dire. Tuttavia qui il punto è il rapporto fra la credibilità acquisita sul piano, diciamo, scientifico e informativo, e il tipo e l’approccio di comunicazione che fa passare sotto i crismi della scientificità, appunto, una ben definita ideologia al consumatore. Perché il suo lettore è prima di tutto oggetto – e non soggetto – di un invito costante a tenersi aggiornato sulle novità da consumare. In definitiva, un compratore, più che un cittadino. Si dirà: e che c’è di male? In sé, nulla. Ma nel nesso fra informazioni apparentemente neutre (il neutro, è noto, non si dà in natura: “non esistono fatti, solo interpretazioni”, Nietzsche) e orizzonte di senso in cui l’utente/cliente è indotto a ritenere che ciò che è possibile è anche ciò che è giusto, si spaccia un ammaestramento ben preciso: l’Orgoglioso Mondo Nuovo huxleyano è già qui, a portata di mano. Anzi, di click. Ovviamente il tutto condito dal solito contorno di opinioneggiamento che piace alla gente che piace, di certosina attenzione ai trend del momento (“Ok, boomer”) e alle mode volontarie obbligatorie del consumi-produci-crepa (Black Friday e dintorni). 

Di gatto in gatto

Intendiamoci: ci sono fior di penne e professionisti, nel mare oleoso dell’info-intrattenimento per figli dei fiori digitali. Ma la tendenza alla semplificazione, peggio ancora se occultata dalla postura pensosa e grave di chi si sente depositario delle magnifiche sorti e progressive della Storia, attraversa il lavoro dei campioncini di quel web che se la tira come un fiume carsico che, alle estreme, facendo leva sull’abitudine a vedersi rassicurati e rimpinzati di roba figa, porta dritto al guardare per puro piacere, e neanche più leggere, tanto meno leggere per pensare criticamente – che è essere messi in crisi. Porta a TikTok, e ai suoi 15 secondi di puro nulla.