Mentre la palpebra cede al canto di sirena della pennichella, la pupilla assesta l’ultimo colpo di coda e mi permette di scrutare alcune scene di quel Mozart in the jungle che fa da ninna nanna in sottofondo: un giovanotto sopra le righe, che presumo essere il protagonista, entra in una cattedrale newyorkese in cui si sta per celebrare un battesimo. Da buon padrino si accosta ai genitori del battezzando e nonostante l’evidente ritardo tutti sorridono gaudenti. Terminata la celebrazione il protagonista seguita a sgallettare tra l’altare e la navata, arringando gli invitati e reclamando qualche cosa per la propria orchestra, ma è una storia che ora non ci interessa.

Ci interessa piuttosto prendere in considerazione alcuni fotogrammi precedenti, in cui a mo’ di pubblicità occulta si mettono in bella mostra, ma senza esagerare, i genitori del bambino. Il padre è un signore sulla trentina, l’altro è un uomo distinto, di colore. Sì, genitore uno e genitore due, uno bianco e l’altro nero, piazzati lì come arredo, come elemento scenografico che faccia da sfondo alle bizze attoriali del protagonista. Dunque? Che male c’è? Ecco un altro omofobo, per giunta xenofobo, si dirà. No, ma non è questo il punto. Il punto è che il cinema e la televisione hanno sempre sfruttato la fertilità narrativa offerta da personaggi appartenenti a minoranze religiose, etniche e sessuali, ma tematizzandole per sensibilizzare, per mostrare una certa realtà del paese o per la semplice costruzione di gag. Da tempo pare invece che la strada intrapresa sia differente. Sembra consistere infatti in una serie di tentativi più o meno maldestri di mostrare la propria attitudine gay friendly negli interstizi della trama, alla stregua di simulacri da posizionare qua e là per sbandierare la totale adesione al senso comune. 

Fermo immagine della scena citata di Mozart in the jungle

Tra gli anni Ottanta e Novanta la serialità a stelle e strisce viveva la cosiddetta Seconda golden age, età dell’oro in cui il linguaggio televisivo si arricchiva riuscendo a tematizzare questioni delicate per mezzo della finzione. Il successo di sitcom e serie Tv come I Robinson, Miami Vice, Hill street blues aveva permesso al pubblico di confrontarsi con tematiche fino ad allora mai affrontante: aborto, stupro, costumi di etnie differenti. Tutto l’impianto narrativo era quindi indirizzato verso una funzione di finestra sul mondo, ora su quello delle famiglie medio borghesi di colore, ora su quello dei giovani omosessuali. Ma oggi, tornando a noi, perché gli sceneggiatori di Mozart in the jungle, dovendo ambientare la suddetta scena durante un anonimo battesimo che faccia solo da scenografia, scelgono una coppia omosessuale, oltretutto mista? Un utilizzo del genere della minoranza non sembra voler veicolare un messaggio di tolleranza o di riflessione come nei casi sopra citati, piuttosto può essere interpretata secondo due chiavi di lettura, entrambe lontane dall’apertura mentale che in apparenza vorrebbero trasmettere.

I Robinson, prima sitcom familiare afroamericana

I Robinson, prima sitcom familiare afroamericana

La prima è quella cui si accennava in precedenza, ossia la necessità d’inseguire il senso comune della tolleranza esasperata, con un risultato che porta a soluzioni drammaturgiche ridicole in cui ogni evento minore, non funzionale al filo narrativo principale, deve quasi per contratto evidenziare tale ampiezza di vedute per mezzo di feticci come una patente che attesti il rispetto esacerbato di ogni minoranza. La seconda risiede nella volontà di mostrare certi costumi, senza mai trattarli in maniera leggermente più approfondita, al fine di compiere un passo avanti che dimostri come tali tendenze siano tanto comuni da non meritare accenti di sorta, come a dire “guarda, sono così tollerante che ti mostro il trionfo dell’universo arcobaleno (coppia omosessuale mista sposata, con bambino) di sfuggita, perché per me è la consuetudine, non l’eccezione”. Nulla di male in questo caso, non fosse per il dettaglio che la realtà sembri dire il contrario.

Ad affermarlo qualche settimana fa è stato l’insospettabile La Repubblica, che mostrava dati alla mano l’esigua manciata di matrimoni tra omosessuali, evidentemente più à la page sulla penna degli sceneggiatori che nel mondo reale, prova di come senza diritti sociali ed economici a poco serve stracciarsi le vesti per quelli civili. Ecco quindi che tale atteggiamento di ossessiva (ma superficiale) simpatia per il mondo LGBT, nel campo dell’audiovisivo, si traduce da un lato in una ridicola mistificazione della realtà, dall’altro in un trattamento macchiettistico della minoranza. Nel primo caso gli esiti sono innocui ma estremamente goffi, creano cioè un un universo narrativo in cui la minoranza si fa maggioranza, perdendo qualunque credibilità in favore dell’eccesso di politicamente corretto. Nel secondo invece il risultato potrebbe arrecare al prodotto la stessa regola imbarazzante che nei film teen horror vuole il rispetto della quota etnica con l’utilizzo obbligato di un ragazzo nero in mezzo al gruppo bianco. Qualunque sia la prospettiva, dunque, le modalità con cui la comunità LGBT vengono oggi rappresentate fanno un torto o alla realtà dei fatti o alla comunità LGBT stessa, esibita negli spazi vuoti di narrazione neanche fosse una carta di identità da esibire a comando, un test da superare per poter proseguire con il racconto.

 Nella corsa alla tolleranza redditizia la Coop non si tira indietro. Test superato

Nella corsa alla tolleranza redditizia la Coop non si tira indietro. Test superato

Tenersi tanto lontani dalla visione nazi-cattolica degli Adinolfi quanto dalla retorica petalosa della generazione tutta diritti civili, aperitivi e barbette – che lo sfotte credendo di essere brillante – dovrebbe assicurare uno sguardo lucido sulla questione, oltre che una risposta alla domanda sul perché di un utilizzo così gratuito di qualsiasi minor parte nella serialità televisiva e nel cinema. Si prendano allora due esempi, uno per parte, che in aggiunta al caso limite di Mozart in the jungle fotografino lo stato delle cose meglio di ogni speculazione. Sul fronte catodico si guarderà al cartone animato A casa dei Loud, serie di Nickelodeon che segue le episodiche scorribande di un bambino e delle sue dieci sorelle, mentre su quello del grande schermo si chiamerà in causa una piccola scena del film del 2015 Mistress America, scritto e diretto dal wannabe Woody Allen per eccellenza, Noah Baumbach.

Vuota vulgata comune VS Nazi-cattolicesimo. Dio ce ne scampi

L’emittente per bambini Nickelodeon aveva già guadagnato la medaglia d’oro di cavalcamento dell’onda quando fece intendere che il proprio personaggio di maggior successo, la spugna marina Spongebob, fosse gay; ma l’anno scorso ha toccato vette ancor più alte nella stessa disciplina grazie al cartone animato A casa dei Loud. Quella dei Loud è una numerosa famiglia patriarcale, portata all’eccesso per sfruttarne le possibilità romanzesche. Per equilibrare una tale sovrabbondanza di costumi primitivi, gli autori designano come miglior amico del protagonista un bambino nero figlio di due uomini, uno bianco e l’altro di colore. Oltre ad un’irritante resa bidimensionale dei genitori in questione – mostrati costantemente come mamme alla potenza, ossia eccessivamente ansiose e apprensive – si evidenzia un problema drammaturgico. La traboccante e non richiesta esigenza di rispettare qualsiasi minoranza porta gli autori a concentrare ogni possibile eccezione su un ristretto nucleo di personaggi, con risultati caricaturali: il miglior amico del protagonista incarna il rispetto della quota di colore (uno), quello del matrimonio omosessuale (due), quello della possibilità di adottare figli (tre) e, ultimo ma non ultimo, si riserva perfino lo spazio per mostrare una coppia mista, come se oggi fosse una realtà non ancora del tutto convenzionale (e quattro). 

A casa dei Loud, primo cartone animato con coppia di genitori dello stesso sesso

A casa dei Loud, primo cartone animato con coppia di genitori dello stesso sesso

Nella gara a chi sia più realista del re a scapito della verità, come si diceva, non si sottrae nemmeno il cinema. Non si scomoderanno i genitori uno e due del Kung fu Panda, che tanto fecero discutere le due tifoserie di cui sopra, si prenderà piuttosto in esame un cinema con più velleità autoriali miste a puzza sotto al naso. Il motivo è semplice e logistico, si tratta dell’ultimo film visto da chi scrive, a sottolineare per giunta come a voler usare la tecnica del “ndo cojo cojo”, in questo caso, difficilmente si possa sbagliare.

Noah Baumbach, cineasta che da sempre racconta la New York benestante, intellettuale e rigorosamente liberal, imposta la pellicola sul modello del classico Buddy movie in cui due personaggi forzati alla collaborazione, alla convivenza o alla semplice conoscenza instaurano tra loro un forte legame di amicizia. Nella fattispecie la coppia sarà formata da Tracy e Brooke, future sorellastre in attesa del matrimonio dei rispettivi genitori. La minuscola scena da prendere in considerazione si posiziona nella fase di conoscenza delle due ragazze, quando dopo un primo scambio di battute prendono un taxi dirette in un locale della città. Le giovani si sono appena parlate e viste in faccia per la prima volta, considerando il tempo della storia, che le vede cenare in un fast food e, nella scena quasi immediatamente successiva, prendere il taxi, si potrebbe ipotizzare che Tracy e Brooke si siano presentate da un’ora al massimo. Parleranno del tempo meteorologico newyorkese? Dei loro genitori, per giunta sposi a breve? Delle loro passioni? Forse dei loro amici, dei loro progetti o del loro lavoro? Macché, per l’autore – dopo un’oretta di conoscenza, repetita iuvant – è semplice prassi che Brooke chieda alla nuova amica, con lo stesso tono semi-impassibile con cui si chiede l’accendino a un passante: – “sei gay?”. Ora, sorvolando su altri guizzi grotteschi e no sense presenti nella sequenza descritta, verrebbe da chiedersi per quale motivo Baumbach, dovendoci mostrare i primi tratti salienti di una conoscenza, debba/voglia dare spazio a una domanda che rende il dialogo forzato e poco credibile.

Tracy e Brooke, protagoniste di Mistress America

Tracy e Brooke, protagoniste di Mistress America

Il motivo è probabilmente da rintracciare nella seconda modalità di utilizzo della minoranza cui si faceva riferimento, ovvero l’innesto non tematizzato di situazioni non necessarie alla narrazione e utili solo a farsi belli dinanzi alle bandierine arcobaleno. In altre parole la tendenza è quella di mettere le mani avanti come chi esordisce con le formuline magiche “ho tanti amici gay” e “non sono razzista ma”. Più che elevare a paladini dei diritti dell’uomo film come Moolight (vincitore del premio Oscar al miglior film. Storia di formazione di un ragazzo nero omosessuale) e serie Tv come Sense 8, How to get away with a murder, Modern family e via dicendo – prodotti che sfruttano la minoranza anziché accoglierla bisognerebbe allora domandarsi il motivo di tanta attenzione caricaturale. Gli effetti finali di tale sfruttamento, di fronte ai quali ridere per non piangere, profilano una realtà mistificata che ha la prepotenza di presentarsi come consuetudine. Si dirà che la finzione narrativa debba necessariamente sfruttare particolari situazioni, in modo da catturare l’attenzione dello spettatore, farlo sognare e mostrargli eventi fuori dal comune; ma qui si palesa il problema principale di tutta la fasulla tolleranza descritta: una minoranza mostrata come maggioranza, secondo il meccanismo di Mozart in the jungle, rende iperrealistici i pochi personaggi principali ed eccezionali tutti gli altri. Per assurdo è come se in un qualsivoglia film drammatico – dunque senza elementi orrorifici, fantascientifici o supereroistici – il protagonista fosse destrorso, mentre tutti i personaggi secondari, di contorno, finanche le comparse fossero mancini e il regista facesse di tutto per farcelo vedere mostrandolo come consuetudine.

Volendo fare gli arringa popolo di turno si direbbe che per trovare un disoccupato nella serialità televisiva – e sì che in Italia e nel resto del mondo ne abbiamo in abbondanza – occorrerebbe armarsi di lanternino, mentre le coppie miste omosessuali con figli adottati sono la regola, con buona pace del realismo cui vorrebbero aderire. Nella serie Gimme, gimme, gimme a ben vedere un disoccupato c’era, ma era gay pure lui, non sia mai.