Molti di voi conosceranno Le città invisibili di Italo Calvino, dove la città diventa fantasmagoria. È un libro costruito come una città, con temi che si circondano a vicenda come muraglie difensive, come canali di scolo, come reti elettriche. Al suo inizio c’è un passaggio molto bello che recita:

mentre la descrizione di Anastasia non fa che risvegliare i desideri uno per volta per obbligarti a soffocarli, a chi si trova un mattino in mezzo ad Anastasia i desideri si risvegliano tutti insieme e ti circondano. La città ti appare come un tutto in cui nessun desiderio va perduto e di cui tu fai parte, e poiché essa gode tutto quello che tu non godi, a te non resta che abitare questo desiderio ed esserne contento. Tale potere, che ora dicono maligno ora benigno, ha Anastasia, città ingannatrice: se per otto ore al giorno tu lavori come tagliatore d’agate onici crisopazi, la tua fatica che dà forma al desiderio prende dal desiderio la sua forma, e tu credi di godere per tutta Anastasia mentre non ne sei che lo schiavo.

Qui Calvino ci dà un enorme spunto di riflessione, raccordando cittàdesideriolavoro come tre ghiere concentriche che avvolgono uno stesso cardine. Nessun desiderio va perduto perché la città contiene tutti i desideri, incluso il tuo, e anche se tu non godi c’è sempre la città che gode al tuo posto, e tu godi per procura abitando dentro di lei. La fatica del lavoro dà forma al desiderio e dal desiderio prende la sua forma in un movimento ciclico in cui alla fine il lavoro dà forma a se stesso, ma dovendo necessariamente passare dal desiderio.

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Ricorda quel passaggio della Fenomenologia in cui Hegel dice che nel lavoro il rapporto negativo verso l’oggetto (ossia il negare l’oggetto in quanto tale scozzandolo e rifinendolo) diventa Form dell’oggetto stesso; il tagliatore che lavora agate onici e crisopazi per sgrezzarli dà loro forma, ciò consente di svelare la loro preziosità e rende il tagliatore consapevole di sé e delle sue capacità: la coscienza giunge a se stessa mediante il lavoro, il lavoro è desiderio tenuto a freno, perché il desiderio si è riservato la pura negazione dell’oggetto e senza lavoro questo appagamento è anch’esso soltanto un dileguare, ma con il lavoro, la coscienza esce fuori di sé per passare nell’elemento della permanenza della Form impressa dal tagliatore alle pietre preziose – in sintesi, il desiderio tenuto a freno dal lavoro forma e coltiva il tagliatore attraverso la Form che permane dinanzi ai suoi occhi come risultato del proprio agire.

Questo delicato momento della dialettica hegeliana va a finire in una città della memoria (come dice Calvino) che si assume il desiderio e il lavoro dei suoi abitanti, che li convoglia dentro di sé e, alla fine della giornata di lavoro, ti compensa con la consapevolezza che sei schiavo di questo desiderio tenuto a freno. Chi, imbottigliato nel traffico di ritorno a casa, non ha mai avuto l’impressione di non essere neanche uscito dal luogo di lavoro? La risaputa frenesia delle metropoli, dove si corre al lavoro al mattino e se ne esce la sera e si ricomincia, è per molti oggetto di lamentela, ma sembra impossibile farne a meno, come se stare nella città fosse di per sé un privilegio, un’enorme soddisfazione di desiderio: si lavora (anche in due o tre posti) per stare in città, mentre prima si stava in città per lavorare. Cosa ci si guadagna rimanendo in città?

Milano - Valerio D'Ospina

Milano – Valerio D’Ospina

La risposta potrebbe trovarsi nel rapporto quadrangolare fra grande e piccolo e fra estraneo e straniero, che ora vedremo. Gli altri personaggi che animano il libro, oltre alle Città, sono Marco Polo e Kublai Khan. Memorabile una loro conversazione, subito dopo la descrizione della città di Olinda, in cui Marco Polo dimostra come dall’osservazione di un tassello di una scacchiera sia possibile desumere una serie di dettagli: Kublai Khan, infatti,

era arrivato all’operazione estrema: la conquista definitiva, di cui i multiformi tesori dell’impero non erano che involucri illusori, si riduceva a un tassello di legno piallato. Allora Marco Polo parlò: – La tua scacchiera, sire, è un intarsio di due legni: ebano e acero. Il tassello sul quale si fissa il tuo sguardo illuminato fu tagliato in uno strato del tronco che crebbe in un anno di siccità: vedi come si dispongono le fibre? Qui si scorge un nodo appena accennato: una gemma tentò di spuntare in un giorno di primavera precoce, ma la brina della notte l’obbligò a desistere -. Il Gran Khan non s’era fin’allora reso conto che lo straniero sapesse esprimersi fluentemente nella sua lingua, ma non era questo a stupirlo. – Ecco un poro più grosso: forse è stato il nido d’una larva; non d’un tarlo, perché appena nato avrebbe continuato a scavare, ma d’un bruco che rosicchiò le foglie e fu la causa per cui l’albero fu scelto per essere abbattuto.

Ecco la prima diade: grande-piccolo. Marco Polo è l’esploratore attento al dettaglio (infinitesimo lo chiamerà Calvino nelle Lezioni americane), osservatore dei mondi; Kublai Khan è il re per il quale le inurbazioni sono nodi di un grafo, uno schema cartesiano dove tutto dipende dal punto d’incontro degli assi chiamato Khan, re cartografo al cospetto dello schieramento generale (infinito lo chiamerà sempre nelle Lezioni Calvino). Infinito e infinitesimo sono le vertigini del narratore, come delle città. La folie borgesiana costruirà il luogo d’incontro perfetto fra infinito e infinitesimo: la mappa dell’Impero che è grande quanto l’Impero, dove anche i cespugli sono mappati.

Marco Polo alla Corte del Gran Khan - Tranquillo Cremona (1863)

Marco Polo alla Corte del Gran Khan – Tranquillo Cremona (1863)

La seconda diade, estraneo-straniero, è il prodotto di una fondamentale ambiguità di questa cosa reale e immaginaria cui diamo nome di città. Penso che saremo concordi nel definirla come quel particolare spazio che identifica un’appartenenza territoriale, che instilla l’amore del gonfalone, che ci rende tutti con-cittadini e ci unisce differenziandoci da ciò che è fuori. Ma penso che saremo ugualmente concordi nel definirla anche un’evoluzione del villaggio rurale in cui c’erano solo gli autoctoni e le facce nuove erano rare, un’evoluzione dove le culture e le etnie si mescolano e collaborano in quel gran calderone che essa è. Si potrebbe dire che la città abbia il compito fondamentale di proteggere i cittadini tenendo fuori gli estranei, ma anche la peculiarità distintiva di incontrarvi gli stranieri. Infatti, se le cinte murarie e le frontiere servono a tenere fuori chi non è cittadino, allo stesso tempo vediamo che non è la diversa nazionalità che la città respinge, visto che accoglie molti stranieri, bensì l’estraneo, colui il quale non viene riconosciuto.

In Europa, per esempio, ogni nazione è straniera per le altre, ma non estranea. L’estraneo è tale perché non si capisce chi sia, cosa voglia e quali siano i suoi progetti, perciò si diffida automaticamente di lui. Il riconoscimento – ieri identitario (quale dio preghi? a quale re hai giurato fedeltà?) e oggi burocratico (hai il passaporto? sei rifugiato, turista o emigrante?) – permette allo straniero di non essere davvero estraneo e di poter così entrare in città. Davanti all’estraneo, la città si protegge come un corpo vivo, sviluppando delle formazioni callose, delle fortificazioni, che la rendono aperta e chiusa a un tempo: aperta per lo straniero e chiusa per l’estraneo.

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Contare gli anelli di tali fortificazioni è lo stesso che contare gli anelli di un tronco: possiamo risalire molto lontano nel passato e da lì guardare l’evoluzione del concetto di città così come di quello di convivenza e coabitazione, la genesi di queste fortificazioni trasforma la città in una sorta di calendario storico dell’umanità, di traccia brillante e conservata della convivenza umana attraverso i millenni, ogni insediamento scoperto o rimasto è un tassello che ci racconta qualcosa di come l’essere umano si sia sempre più identificato col πολιτικὸν ζῷον. Sintetizzando: parlare di città significa parlare del vivere e dell’abitare insieme, ossia dell’abit(u)arsi insieme; l’abit(u)arsi insieme implica l’esistenza di una barriera che ci protegga dalle potenziali minacce dell’estraneità; ragionare del modo in cui le città si chiudono all’estraneo ci invita a ragionare del modo in cui si aprono allo straniero, e cioè di come ci si sposta da una città all’altra. Che è come spostarsi fra più desideri, in Calvino.

Il secolo scorso è stato emblematico sotto questo profilo per almeno due motivi: da un lato ha portato a compimento l’evoluzione dei mezzi di locomozione con l’aereo e dall’altro ha inventato un modo del tutto nuovo di muoversi con l’astronave. Nel primo caso, l’aereo rappresenta – dopo secoli in cui si è passati lentamente dall’animale da soma, al treno, all’automobile, al sottomarino ecc. – l’approdo finale di un ciclo: il mezzo con cui arrivare per la prima volta dall’altro lato del mondo in mezza giornata, con un’autentica rivoluzione del modo di percepire il viaggio e il pianeta. È il modo di muoversi che influenza la percezione dello spazio. Nel secondo caso, l’astronave è l’invenzione mai vista che spartisce il tempo in un prima e in un dopo: il vecchio ciclo coronato dall’aereo e il nuovo ciclo inaugurato dall’astronave. È questo il modo di muoversi del tutto nuovo che il Novecento ha inventato. La radicale innovazione del viaggio spaziale ci consente di vedere ciò che la precede come una concrezione storica ben definita e distinta, identificabile precisamente. In che modo il viaggio in aereo e il viaggio spaziale si definiscono reciprocamente?

Nel Novecento abbiamo preso a muoverci molto e globalizzato la vita strisciando lungo la convessità della Terra pancia a terra in auto, treni, navi e aerei; allo stesso tempo abbiamo creato il viaggio nello spazio, dove possiamo solo salire, dove non possiamo strisciare ma impennarci oltre la Terra stessa, sinché non si entra in un movimento che non è né volo né serpeggiamento, ma tutto un’altro moto, cioè l’orbitazione o viaggio verticale. Il viaggio verticale definisce così per opposizione il viaggio in aereo, auto, treno ecc. come viaggio orizzontale.

Tranne gli astronauti, tutti noi viaggiamo orizzontalmente, creiamo il nostro personale concetto di globo e quindi di connessione, di meridiani e paralleli e quindi di rete. Il nostro scivolare sulla superficie del mondo è (per rimanere fedeli a Calvino) una mossa del desiderio, una orizzontalizzazione in cui si rendono necessarie le dogane: la facilità di spostamento spinge le città (che qui vale anche come nazione o stato) a stare più attente a chi arriva, ad aumentare i controlli, come si sente dire.

"Verso le stelle!"

“Verso le stelle!”

Confini e dogane ci sono sempre stati, ma nella modernità la situazione è nettamente cambiata. Se volessimo dare una data del cambiamento potremmo indicare il 1852, anno in cui inizia l’emigrazione degli italiani in America con l’avvio delle rotte transatlantiche da Genova. Fino a quella data ideale lo spostamento dei popoli era molto più frammentario e difficile, ma dopo comincia un’altra epoca: quella dello spostamento massivo, dell’invasione semi-pacifica del bisogno, problematica quasi quanto l’invasione del conquistatore. La vediamo ancora oggi la migrazione del bisogno partire dall’Africa e approdare a Lampedusa, in modi molto diversi dal passato, ma con due analogie essenziali e una differenza sostanziale.

La prima analogia è che migra una massa tale di individui che potremmo dire che la città stessa si mette in viaggio. La nave Vlora, che negli anni novanta del Novecento porta centinaia di albanesi a Bari, non è forse una città che si sposta, portando una massa di individui uguali fra loro in terra straniera? In questo consistono le comunità di emigranti all’estero, come Little Italy a New York: una città nella città, una città spostatasi in un’altra città. Neanche il ghetto è una città nella città, piuttosto è la non-città della città. L’estraneo si orizzontalizza, i vari piani separati delle varie città (che qui diventano simboli del concetto lato di comunità) vanno a combaciare come figure piatte su un piano. Perfino smottano l’una nell’altra, o si sovrappongono, o si mangiano i bordi a vicenda.

La nave Vlora attraccata al porto di Bari

La nave Vlora attraccata al porto di Bari

La seconda analogia è l’acquisto di un titolo di viaggio. Sappiamo che i migranti pagano una spesa esosa per il loro posto su un barcone, sappiamo anche che i barconi seguono certe tratte e sono organizzati in modo molto preciso: c’è poco dell’improvvisazione che ancora si poteva vedere nel caso della Vlora. È come se il viaggio orizzontale avesse come elemento insostituibile il pagamento dell’obolo, trasversale dal migrante al turista al giovane ricercatore che va in un’università straniera all’erasmigrante (come si potrebbero definire i partecipanti all’Erasmus). I due soldi che ha sia il vivo che il morto. Storie diverse, ma accomunate dal modo in cui si accede al viaggio. L’eccesso di movimento ha indotto le città ad aumentare i controlli alla frontiera, ma anche a ridurre le possibilità di viaggio, istituendo la tratta di viaggio. Certo il turista e il migrante non fanno lo stesso viaggio, ma pur così diversi hanno avuto in comune l’operazione di acquisto di un biglietto su una certa tratta: il barcone attende in un certo luogo chi ha pagato il posto, come l’aereo low cost, e ha in programma di arrivare in un altro certo luogo. Persino i percorsi occulti attraverso boschi di frontiera sono tratte.

La differenza, però, fra il 1852 e oggi è un passaggio intermedio: il viaggio verticale. Sembrano cose lontane, ma se le consideriamo come stratificazioni diverse dell’idea di viaggio sarà più chiaro. Il secolo scorso crea un modo di viaggiare che non vede più il mondo come grande scacchiera dove fare le proprie mosse, ma come provincia di un sistema di pianeti ben più grande. La superficie della terra si relativizza, entra nel modo di vedere il mondo la cognizione della sua piccolezza.

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Oggi l’orizzontalizzazione è a un livello mai visto prima: la migrazione africana verso il nord Europa è un continente che rifluisce verso un altro continente, da giù a su come una clessidra invertita: impossibile affidarsi alle frontiere, perché il numero è così elevato che il concetto stesso di frontiera (le mura della città) traballa. L’ha fatto saltare il viaggio verticale, che ha reso noto a tutti quanto il mondo sia piccolo e a portata di mano. L’aereo è diventato la nostra navicella spaziale per la conquista dei mondi e, a poco a poco, la navicella spaziale diventerà come l’aereo. In questo sta però un’alterazione molto pericolosa vista dal qui e ora. Il cambiamento di percezione che ci consente di immaginare noi come futuri viaggiatori dello spazio e il mondo come un luogo di dimensioni ragionevoli che possiamo abbracciare grazie all’aereo, non ha modificato il nostro punto di vista di cittadini che si difendono da stranieri ed estranei: dalle nostre città questa migrazione ci sembra un esodo, ma in quanto spettatori del viaggio verticale questo esodo ci sembra tutto sommato gestibile. Di nuovo grande e piccolo si incrociano con straniero ed estraneo.

La riduzione del mondo attraverso il viaggio nello spazio non ha solo modificato il valore che diamo all’esodo, ma anche il significato che ha per noi la parola epocale: un esodo epocale che ci sembra gestibile è una contraddizione in termini, come prevedere e capire un evento radicale che sconvolge le categorie preesistenti. Il senso di questa contraddizione si smarrisce perché abbiamo preso a ritenere il mondo un piccolo globo reticolare interconnesso, non per nulla definiamo esodo anche quello dei vacanzieri estivi ed è epocale anche la nuova collezione autunno-inverno dello stilista in voga: è alterata la quadratura fra il piano infinitesimale della città e quello infinito dello spazio, banalizziamo i concetti e le parole con cui li maneggiamo perché la nostra percezione del mondo è cambiata ma non il nostro punto di vista. Epocale, invece, vuol dire che segna l’epoca, che la imposta in un certo modo, che la mette in certi termini: il primo secolo del Duemila sarà determinato da questo esodo, da questo slittamento di un continente nell’altro, di una città nell’altra, è un evento grande che andrebbe guardato dal punto di vista di Kublai Khan, ma che non possiamo far a meno di vivere come Marco Polo.

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C’è una tensione evidente: tutti questi estranei che entrano in città non possono che farci paura, perché l’estraneo ci rende stranieri a noi stessi, ci con-fonde, e non sappiamo precisamente come comportarci e cosa pensare. Se gli albanesi del Vlora potevano ancora definirsi stranieri, i nuovi migranti fanno fatica a stare in questa categoria e finiscono in quella di estranei: è per una mera questione di chilometri e di pigmetazione se i primi ci sembravano più familiari e i secondi poco o nulla. Il punto è che i primi erano una città che entrava nell’altra, mentre i secondi sono il continente africano che arriva in quello europeo. Ma cosa sapevamo o pensavamo dell’Africa prima che venisse a trovarci? Ecco in quali termini dovremmo collocarci rispetto a questa questione.

Sul piano pratico, questo discorso si traduce nella totale inconsapevolezza – evidente nel mio, come in altri paesi europei – che la prospettiva comune sulla questione è completamente falsata. Molti italiani, per esempio, vivono di paranoie e illusioni, come quella degli immigrati che rubano il lavoro; accettano e alimentano la fantasia che la gente rischi la propria vita su un barcone per venire a lavorare in Italia, cosa che ha veramente del comico; sanno e rimuovono il fatto che chi sbarca vuole solo passare per l’Italia per andare altrove; ultimamente iniziano forse a capirlo e allora se la prendono con l’Unione Europea che non interviene (ma non conoscono il comma cinque dell’articolo 79 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea); appena non ci saranno più immigrati in cerca di lavoro, gli italiani potranno finalmente tornare a raccogliersi i pomodori e lavarsi i pavimenti da soli.

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Purtroppo non è facile assumere il punto di vista di quelli che arrivano dal mare perché ci sono estranei: sappiamo che il prezzo per arrivare in Europa (che dall’Africa assume le sembianze di un occidente benestante) è stabilito dagli scafisti, che fanno pagare un titolo di viaggio ai loro clienti, e ciò vuol dire che anche l’Occidente è una merce e che costa fra i millecinquecento e i seimilacinquecento euro – una fortuna per l’emigrante, il prezzo del suo avvenire. La città Occidente è una merce e non siamo noi a farne il prezzo: lo fa la guerra e lo fanno gli scafisti. Se per caso dovesse sembrare eccessivo usare per la migrazione africana delle espressioni come clienti e titolo di viaggio – che evocano invece il turismo low cost – vi rimando all’articolo di Patrick Kingsley: le modalità sono molto simili, per non dire identiche, e ciò è senza precedenti.

L’ostacolo che incontriamo nel comprendere e accettare questo evento e le sue peculiarità e nell’agire coerentemente rispetto alle sue proporzioni è rappresentato dalla gestione della nostra conoscenza da parte dei media, che in-formano (nel senso heideggeriano) le notizie per renderle sensazionali e non utili: in ciò sta l’alterazione pericolosa di cui parlavamo prima. Per capire quanto dovrebbe cambiare la nostra prospettiva, un punto di partenza potrebbe essere riflettere sul fatto che il Gran Sasso nasce dall’attrito fra la costa europea e quella africana: il Gran Sasso è in parte africano. Si tratta solo di una immagine, ma vi prego di considerarne il valore metaforico e confrontarlo con il finto universalismo dei governi europei, più vicini alla prospettiva orizzontale che verticale. Questo richiamo alle placche terrestri serve a comprendere, nel nostro repertorio di idee, quella di familiarizzare con una terza prospettiva, oltre a quelle dette: quella “geologica”. Forse allora riusciremo a cambiare in meglio i termini della nostra conoscenza e saremo in grado di adattare la nostra “città” alle pressioni dell’immigrazione.