Le città invisibili è l’opera di Calvino che maggiormente rivolge allo sguardo alle ragioni del vivere in società, delle ragioni che portano gli uomini ad aggregarsi fin dai tempi più remoti in gran numero e a creare le città. Città utopiche, città così differenti dalle nostre metropoli sono ‘immaginate’ nel libro, che si presenta come una serie di descrizioni di posti inimmaginabili, tutti diversi tra loro, e ognuno caratterizzato da un tratto che conferisce quell’atmosfera mistica che ciascuna delle città invisibili possiede. Il tutto è organizzato sotto forma di un racconto inserito nel dialogo quasi unilaterale tra Marco Polo e il malinconico imperatore dei Tartari Kublai Kan. Quest’ultimo è un uomo potente, padrone di un vasto impero, curioso e saggio allo stesso tempo, a cui il grande viaggiatore Marco Polo narra le sue esperienze nelle città più stravaganti. La malinconia di Kublai Kan e il desiderio di conoscere sono dovuti alla consapevolezza dell’avvio del declino del suo impero.

 Ambientata in un epoca non ben definita la storia è metafora del declino odierno, tra torri destinate a crollare e un impero privo di qualsivoglia volontà, desiderio o ambizione. E’ un impero già al massimo dell’espansione, i cui confini sono ignoti al suo stesso signore. Il vuoto derivante dalla coscienza di non poter conoscere i suoi territori strugge l’imperatore, al punto da trovare rifugio nei racconti del viaggiatore, testimone dei luoghi più fantasiosi, colorati, intriganti e ricchi non solo in senso materiale, dando vita a una sorta di ascolto masochista che contemporaneamente mette a paragone i possedimenti del sovrano con le meravigliose città abbattendo Kublai Kan e accendendo insieme il suo desiderio di conoscenza e la sua curiosità da bambino. L’importanza che la fantasia riveste nelle opere di Calvino è rinomata e più che mai si trova nelle ‘Città invisibili’, talmente fantastiche che nemmeno Marco Polo è più sicuro di averle mai visitate, o addirittura che siano mai esistite. Diceva Calvino parlando del proprio scritto: ‘’ Quello che sta a cuore al mio Marco Polo è scoprire le ragioni segrete che hanno portato gli uomini a vivere nelle città, ragioni che potranno valere al di là di tutte le crisi. Le città sono un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni d’un linguaggio; le città sono luoghi di scambio, come spiegano tutti i libri di storia dell’economia, ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi.’’

L’opinione di Calvino non potrebbe essere più giusta, peccato che il senso etico della città sia andato perduto da molti anni, e gli scambi di cui parlano i libri di storia dell’economia hanno prevalso prepotentemente sugli altri. E così l’autore ci stimola, e stimola la nostra immaginazione più che mai spingendoci con insistenza verso quel ‘pensare per immagini’ a lui tanto caro, e che dovrebbe essere caro  a tutti, per far sì che il ghiaccio che ci intrappola in questa maledetta società di consumi si sciolga. Ci viene narrato di città che vivono di memoria, un po’ melanconiche forse, ma i cui ricordi non potrebbero essere più preziosi, di città ‘sottili’, fatte di ragnatele tessute a centinaia di metri d’altezza, e di altre città abitate da Penati che proteggono le famiglie e di Lari che a loro volta proteggono le case i cui abitanti sono ignari, Marco Polo racconta di città in cui si rincontrano i familiari che se ne sono andati, non facendo mancare al racconto un latente senso religioso. L’importanza delle memorie, quella delle parole, o quella dei desideri mancano oggi, oggi che gli anziani sono un peso, oggi che non ci si parla più, e se ci parla tra sconosciuti la maggior parte delle volte ci si insulta o si cambia direzione per paura dello sconosciuto, oggi che i desideri mancano più che mai abituando i giovani ad una perenne rassegnazione il cui colpevole non viene mai a galla. Le città diventano sempre più fredde, inquinate, diventano ‘terribili’ per citare D’Annunzio  o città magnifiche come Parigi sono ‘tentacolari’il cui cielo scuro opprime gli abitanti per usare parole stavolta di Baudelaire. Luoghi di confronto si sono trasformati in luoghi di scontro e nelle metropoli i tratti caratteristici vengono sempre meno, dando vita, come scrive Calvino, a città come Los Angeles o Kyoto-Osaka, città senza forma, reticoli senza principio né fine, reticoli troppo diversi da quelli disegnate dalle altissime ragnatele.

A rimetterci è proprio quel ‘pensare per immagini’, in una società in cui l’immagine è straziata, spremuta, dilaniata a scopi pubblicitari, privando l’uomo di uno dei suoi doni più grandi: la fantasia. Il libro è infatti la risposta a quel vuoto che  all’insegna dell’ ossimoro ‘riempie’ gli uomini da qualche decennio, o meglio da quando le leggi di mercato sono diventate più rigide di qualsiasi legge di qualsivoglia impero mai esistito, compreso quello di Kublai Kan.