Durante l’epoca romana non esistevano né documenti digitali né carte d’identità, l’unico modo per individuare una persona era associarla al mestiere che esercitava. Questo era il processo sociale utilizzato per identificare i soggetti. Non a caso, sulle antiche tombe romane erano frequenti gli epitaffi come: “Carpenter, Aurelio x”, per ricordare la propria identità con quel che si faceva in vita.

Ma il concetto di lavoro è cambiato nel tempo, molti sono i sociologi che hanno ripensato la nostra società moderna fondata sul lavoro. Uno fra tutti: Zygmunt Bauman. Nel pensiero del sociologo polacco, le persone sono principalmente dei consumatori. “Consumo, dunque sono” , adattando il celebre aforisma di Cartesio, Zygmunt Bauman ci indica la struttura di una società dove gli uomini mirano a lavorare di più (per guadagnare di più) al fine di soddisfare ogni loro desiderio di consumo che, ingenuamente, porterebbe loro felicità. Dunque, se prima il lavoro era un modo di realizzare il proprio essere e citando Marx: la possibilità di plasmare la natura umanizzandola, oggi, il lavoro si è trasformato in un processo di accrescimento della nostra potenza d’acquisto, la quale ci permette di soddisfare i bisogni indotti. Nel libro di Stefano Bartolini “Manifesto per la felicità” viene evidenziato che con la crescita economica, la felicità tende a diminuire. Questo a causa di un meccanismo di privatizzazione dei beni e dei servizi che prima erano gratuiti, per esempio, la qualità dell’ambiente in cui viviamo, oggi particolarmente inquinato, oltre all’impoverimento delle relazioni sociali a causa della crescente quantità di tempo impiegato nel lavoro. Si forma così un circolo vizioso: lavoriamo per acquistare beni che prima erano gratuiti ma ora privati (per esempio una vacanza in un luogo incontaminato), cercando, nel frattempo, di incrementare le relazioni sociali fonti di felicità che però non riusciamo a sviluppare a causa dell’impegno lavorativo sempre crescente finalizzato ad acquistare più prodotti. Nel campo lavorativo inoltre gli stati d’animo come: angoscia, pressione, ansia da competizione sono ormai prassi, dove prima vi era la fiducia, oggi, ci sono telecamere che monitorano gli impiegati. Osserviamo facilmente come il lavoro, deumanizzato, e la felicità tendono a prendere due strade diverse. Questo fenomeno in Europa, per fortuna o perché ancora incompleto il processo, non si è accentuato come negli Stati Uniti. Negli States,infatti,malattie come depressione, schizofrenia, stress sono in aumento vertiginosamente, senza soffermarsi sui numerosissimi casi criminali di follia che ascoltiamo in TV. Purtroppo gli USA sono il faro dell’Occidente, il modello da seguire senza se e senza ma; non ci accorgiamo però che la crescita economica, programmata in questo senso, porterà a un calo del nostro benessere.

Quindi cosa fare? Diviene quasi un rompicapo trovare una risposta a un quesito così importante, ma la nostra felicità (unico vero scopo delle nostre vite) dipende da ciò, dipende da noi. Non possiamo che condurre la situazione attuale su un piano politico, luogo delle decisioni. E’ necessario un cambiamento di pensiero nell’establishment dominante. Serge Latouche, in La scommessa della decrescita, propone un cambiamento di rotta: sostituire al PIL (Prodotto Interno Lordo), il FIL (Felicità Interna Lorda). Un tentativo (spesso preso come un’idea meramente ironica) di cambiare gli attuali paradigmi economici. Ridare al lavoro la sua dignità e soprattutto il suo significato intrinseco: una passione attraverso la quale possiamo contribuire alla nostra felicità. Il piccolo paese del Bhutan, ai piedi dell’Himalaya, ha adottato il FIL come parametro principale della Nazione. Anche se il Bhutan sembra essere sul piano economico uno dei Paesi più poveri dell’Asia, risulta essere la nazione più felice del continente, nonché l’ottava al mondo. Qui, il lavoro e la felicità sono davvero un binomio possibile.