di Marco Zonetti

In un’intervista rilasciata dallo studioso Alain de Benoist a Fiorenza Licitra, si captano interessanti spunti per analizzare il fenomeno della progressiva scomparsa del concetto di “autorità” nel mondo occidentale. Tutto questo a favore di un pedissequo, radicato e colpevole lassismo nei confronti delle regole, da quelle fisiologico-naturali a quelle sociali. e in nome di una “libertà di scelta” che, per autoaffermarsi, non esita tuttavia paradossalmente a soffocare la “libertà di opinione”.

Nell’intervista in questione, de Benoist evoca una sorta di “liquidizzazione” della società, ove tutto è orizzontale e dai contorni sfumati, indefinibili e indefiniti, ove tutto è compenetrato e appunto “liquido”, a discapito della “solidità”.
Nella società di oggi, e vi assistiamo con sgomento tutti i giorni, non vi è più nulla di accertato e acclarato, men che meno delineato da regole precise. La famiglia, le istituzioni, le norme del vivere civile, tutto è “travolto” da una sorta di onda anomala libertaria (ma in realtà liberticida) che sommerge, soffoca, appiattisce e livella ogni cosa, lasciandosi dietro non un limo fertile bensì la totale devastazione. E il caos.

La famiglia composta da uomo, donna e figli frutto della loro unione coniugale viene investita dal fiume in piena di istanze che sfidano la fisiologia della procreazione arrivando a ridurre la donna a mera macchina incubatrice, l’uomo a puro e semplice fornitore di spermatozoi e il bambino ad autentico giocattolo/merce di scambio. Le regole dell’integrazione e dell’accoglienza degli stranieri, regole che necessariamente finiscono per dipendere dalla disponibilità dei mezzi adeguati per attuarle nel rispetto di tutti, sono spazzate via da un “mare” di sbarchi che non accenna a placarsi, spesso nella noncuranza e nel menefreghismo di chi di dovere. L’identità nazionale, nella fattispecie quella italiana, ovvero di un paese a forte connotazione cristiano-cattolica, viene sferzata da una burrasca iperlaicista che finisce per sfilacciare e distruggere il tessuto stesso della società.

L’uomo contemporaneo, senza più le certezze della famiglia, della religione, degli ideali politici – divenuti anch’essi liquidi e proteiformi – e financo della propria natura sessuale, vive come un naufrago in un mare in tempesta, mentre tutt’attorno a lui il paesaggio muta di continuo, inghiottito dai flutti volubili dell’incertezza cronica e minacciato dai sinistri scogli del dubbio eterno. Privi di autorità e di regole di riferimento, schiavi di una società dominata dal denaro (ovvero i “liquidi”, tutto si tiene) in cui ogni capriccio è realizzabile perché ritenuto lecito o non regolamentato per “correttezza politica” a vantaggio di lobby di pressione, gli uomini uccidono le donne, le donne uccidono i figli, i figli uccidono i genitori, le famiglie si disgregano, i bambini diventano campi di battaglia umani su cui rivendicare orgoglio di categorie, le città, trascurate, abbandonate e svilite dagli autoctoni, divengono preda di nuovi barbari che vi si muovono da padroni.

La società liquida rende liquidi in primo luogo i rapporti personali e sociali, rapporti su cui si fonda l’umanità stessa. E la prima vittima del pelago insidioso della mancanza di solide regole, in primis naturali e quindi civili, è proprio – è allarmante rendersene conto – l’umanità stessa, come – ahinoi – testimoniamo ogni giorno con i nostri occhi. E la dissolvenza di passato, presente e futuro in un tempo indefinito ove non esiste memoria storica, né visione futura, non può che condannare a un presente buio dove “il bello è brutto e il brutto è bello”, come in una sorta di ancor più distopica versione del Macbeth shakespeariano, un presente spaventoso governato da forze oscure puntate verso la distruzione.

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