di Daniele Frisio

Quando crollò l’Unione sovietica furono in molti -spesso quelli più invischiati con le sue ombre- a voler seppellire frettolosamente il novecento. Il ventesimo secolo si era cioè improvvisamente trasformato in un periodo storico e ritenuto troppo scomodo per l’assetto che il mondo globalizzato stava prendendo. In questo senso in effetti il novecento ricorda il destino che venne riservato al medioevo dalla moderna cultura illuminista: il suo retaggio di guerre e cupe ideologie rappresentava un passato da rimuovere e condannare senza se e senza ma. Gli Europei, divenuti nel frattempo “gli Occidentali”, portarono quindi a piena maturazione quel ciclo di decadenza e regressione spirituale che autori come O.Spengler, M.Heidegger e J.Evola avevano già preconizzato decenni addietro. Mentre Fukuyama e i profeti del nuovo mondo annunciavano la fine della storia dovuta al raggiungimento della miglior forma di civiltà possibile, ben presto qualcosa cominciò a non funzionare.

E’ il 2015 e il mondo fatica ad assorbire le conseguenza di una delle crisi economiche più gravi della storia contemporanea, un clima di sfiducia e rassegnazione pervade il tessuto sociale. La crisi coinvolge, ad un livello più profondo, ogni aspetto della cultura occidentale contemporanea, la quale, una volta raggiunto il vertice del proprio nichilismo, si scopre del tutto incapace di fornire al disagio crescente dei popoli punti di riferimento collettivi in cui riconoscersi. L’ultimo logoro spauracchio che viene agitato per fare quadrato alla bisogna è quello della difesa della libertà individuale, unico dogma sopravvissuto alla sepoltura del novecento. Ogni limite al libero sviluppo dell’individuo è interpretato come un sopruso per questa civiltà dimentica dell’insegnamento comunitario che ha attraversano tutta la storia della sua filosofia e del suo sistema di valori. L’eroe non è più chi serve meglio la comunità, ma si rivela come la sua perfetta controparte, l’eterno meschino che antepone sempre il proprio interesse individuale, giacché incapace di agire nell’attitudine al sacrificio e a quella Cura dell’anima in cui Heidegger stesso aveva individuato il significato ultimo dell’esistenza e l’estremo margine di resistenza alla decadenza.

La crisi del nuovo mondo non si ferma certo al piano economico, né a quello culturale, ma si sviluppa coerentemente anche in ambito geopolitico: l’assetto unipolare a trazione americana, giunto al suo apice a cavallo del nuovo millennio, ha infatti cominciato a dare segnali di cedimento e la globalizzazione va assumendo una forma più frammentata e multipolare. Gli equilibri mondiali si stanno modificando rapidamente, dando origine a nuove guerre lungo i confini europei: a Sud la sconfitta statunitense in medio oriente e il successivo fallimento delle cosiddette “primavere arabe” ha creato un enorme vuoto di potere, ora conteso tra fondamentalisti salafiti e la coalizione sciita capeggiata dall’Iran, oltre che un’ulteriore ondata immigratoria; ad Est invece il conflitto civile Ucraino prosegue nella sua escalation di violenza e minaccia un inasprimento sempre più grave dei rapporti fra Russia di Putin e l’Occidente.

Proprio la crescente tensione che sta esplodendo intorno al vecchio continente (ed ora anche al suo interno, come l’attentato a Parigi ad opera di islamisti francesi ha dimostrato), è la più forte manifestazione dell’urgenza che l’Europa riprenda in mano il proprio destino. Infatti, se da un lato appare evidente e legittima l’insofferenza che ha preso piede fra i popoli europei verso l’attuale assetto dell’Unione Europea, dall’altro emerge altrettanto prepotentemente la necessità di un’Europa più consapevole di sé stessa e del ruolo storico a cui è chiamata. D’altronde sarebbe davvero impensabile che l’Europa possa raccogliere la sfida del futuro multipolare senza che prima non abbia ridiscusso all’interno la sua identità, ponendo un argine al suo decadimento culturale. Sarebbe davvero impossibile per l’Europa avere una qualsiasi rilevanza se prima non si sarà emancipata dagli interessi d’oltreoceano, superando quei complessi di colpevolizzazione che da troppo tempo la tengono inchiodata all’impotenza. Il caso ucraino è l’esemplificazione più convincente della necessità di svincolarsi dall’influenza americana, rimarcando una differenza netta rispetto ai presunti valori occidentali: è proprio l’assenza dell’Europa ed il suo asservimento alla Nato che hanno costretto la Russia a prendere pesanti contromisure verso un’Ucraina che sarebbe stata altrimenti utilizzata come l’ennesimo stato satellite occidentale da riempire di missili puntati verso Mosca (come la Polonia insegna). Di fronte ad un’Europa identitaria, indipendente e capace di perseguire i propri interessi, la guerra civile, le sanzioni ed il conseguente indebolimento della nostra economia non avrebbero avuto motivo di esistere. Esattamente così come nel Mediterraneo una presenza Europea forte ed emancipata permetterebbe un dialogo col mondo islamico su basi ben diverse da quelle del mortifero scontro fra civiltà, che rappresenta il credo di ogni fondamentalista, sia esso occidentalista o islamista.

La Storia sta chiamando l’Europa ad una scelta di campo. Il nuovo millennio si rivelerà allora come l’inizio di un ciclo di rinascita che porterà a compimento tutte quelle potenzialità europee -di cui le culture dei popoli che ne fanno parte sono ricche, ma che troppo spesso sono rimaste inespresse o sono state distorte- che permetterebbero di gettare un ponte che a partire dal mondo arabo colleghi le tradizioni e le identità fino alla Russia profonda, o invece come il sipario che, quasi per un senso di pudore, calerà definitivamente sulle aspirazioni in rovina di secoli di Civiltà.