“[…]Ho sognato di più di quanto Napoleone abbia realizzato.
Ho stretto al petto ipotetico più umanità di Cristo.
Ho creato in segreto filosofie che nessun Kant ha scritto.
Ma sono, e forse sarò sempre, quello della mansarda,
anche se non ci abito;
sarò sempre quello che non è nato per questo;
sarò sempre soltanto quello che possedeva delle qualità;
sarò sempre quello che ha atteso che gli aprissero la porta davanti a una parete senza porta,
e ha cantato la canzone dell’Infinito in un pollaio,
e sentito la voce di Dio in un pozzo chiuso.
Credere in me? No, né in niente.[…]”

Questo scrive Fernando Pessoa (1888-1935) nella poesia “Tabacaria” del 1928. L’immagine che ci manda è quello di un uomo colmo di potenzialità, ma incapace di esprimerle o ostacolato da agenti esterni (come “il pozzo chiuso”). La figura inabile sembrava essersi estinta e la si studia come una lontana tendenza, ma è più che mai presente nella società contemporanea.

Sembra oggi di essere immersi in un clima di persistente attesa; le persone con maggiore sensibilità sono intimidite dal clima competitivo che emana la società in ogni suo aspetto, bloccate in un inesorabile lungo tempo dal quale si aspettano la comparsa di una porta su una parete senza porta. Ed è così che molti sogni rimangono solo sogni, come esito di un connubio tra una scarsa e a priori inutile iniziativa e un sistema che non permette vie d’uscita per condurre una vita umana.

Fernando Pessoa, personalità di spicco in ambito di avanguardie portoghesi, scrive tramite i suoi molti eteronimi: è stato ipotizzato che persino lo stesso Pessoa sia un eteronimo creato dallo scrittore, una figura immaginaria con caratteristiche inventate. Uno dei suoi “portavoce” è Bernardo Soares, l’autore del diario intitolato “Livro do Desassossego” (Libro dell’Inquietudine) che raccoglie i pensieri del contabile che vive nella continua contemplazione del panorama dal suo appartamento in Rua dos Douradores, Lisbona. La descrizione di Soares della propria esistenza incarna le estreme conseguenze dell’inettitudine già descritta da Italo Svevo.

L’uomo inetto così popolare nel XX secolo, è più diffuso che mai nel XXI secolo, specialmente nelle nuove generazioni, bloccate in una società che non credo sia anacronistico definire decadente. La continua ricerca immobile di qualcosa che dia senso alla propria esistenza è una pratica dilagante. La sola illusione utile, banale e persistente è quella della febbrile attività e del suo incontrastato valore riconosciuto: non a caso “[…]ora vado a ronzar come gl’insetti.” scrive Michelstaedter, poeta tedesco, nell’ultimo verso di “Risveglio”. Non è forse questo che facciamo in quanto individui massificati? Stiamo ritornando ad essere animali, seppure animali motorizzati, con il diritto di voto e una macchina con comandi vocali.

D’altro canto, il “ronzare” non può essere discriminato in larga misura. Esso costituisce la difesa per chi avverte la pesantezza della vita e non può convergere le proprie energie in qualcosa che lo appaghi; colmare le giornate di impegni marginali impedisce ai più di accorgersi della propria contingenza e scivolare nella più completa malattia.

Pessoa nei panni di Soares, scrive che la vita non è altro che un “viaggio dello spirito attraverso la materia” ricordando l’importanza del pensiero, dell’anima, dell’immaginazione. Non si può non notare un certo orgoglio, una certa superbia dello scrittore nel sentirsi un’anima contemplativa, diversa delle altre, aggiungerei plebee, anime che vivono nei loro corpi la vita esterna ed artificiosa. Coloro che lavorano più con la testa che con il corpo vivono in maniera più intensa, più pura, assaporando ogni fenomeno vitale degno della loro attenzione.

Ma Pessoa stesso, come spesso accade nella sua letteratura, non sembra d’accordo con il suo eteronimo. Lo scrittore manda infatti una lettera a due psichiatri francesi nel 1919 in cui espone la sua insoddisfazione per la sua anima contemplativa ed attenta: egli vorrebbe sviluppare la sua volontà d’azione, preservando però la propria intelligenza e la propria emozione che generalmente gli impediscono di agire.

Il disaccordo tra lo scrittore ed una delle sue parti è dato dalla praticità della vita. Per la figura immaginaria Soares è molto semplice pavoneggiarsi della sua anima contemplativa e sofferente, mentre Pessoa, non solo scrittore ma impegnato anche nella pubblicità e nel giornalismo, subisce tutti gli accidenti della vita reale, dal prendere un autobus all’aprire una bottiglia ed è perciò fondamentale l’azione.

L’essere umano è composto da una parte corporea ed una incorporea ed entrambe devono essere esercitate in equilibrio: non è genuina l’atrofia di una delle due parti. Oggi l’agire positivo e non alienato è difficile da ottenere; l’alienazione nasce come caratteristica del lavoro in fabbrica, ma la vita attuale è divenuta così frenetica e governata da leggi che appaiono talmente lontane e colme di burocrazia che la quotidianità si è trasformata in una catena di montaggio infinita.

Scrive Bauman, artefice della definizione di “modernità liquida”, nel primo capitolo del suo libro “Modus Vivendi” in riferimento alla contemporaneità:

“è improbabile che le forme sociali, siano esse già presenti o soltanto accennate, abbiano a disposizione abbastanza tempo per solidificarsi, né esse possano più servire da quadri di riferimento per le azioni umane e per le strategie di vita a lungo termine, data la loro breve speranza di vita: addirittura più breve del tempo necessario a sviluppare una strategia decisa e coerente, e ancora più breve del tempo richiesto per portare a compimento un <<progetto di vita>> individuale.”

Il liquido è una sostanza che assume la forma del recipiente in cui si trova. Lo smarrimento e l’inettitudine che danno luogo alla pigrizia nell’agire non sono altro che un risultato del mancato pragmatismo delle generazioni di oggi rispetto al mutare continuo delle strutture alla base dello svolgimento esistenziale.

Rimanere ancorati alle nostre antiche convinzioni non sarà d’aiuto, né servirà rimanere in balìa dei mutamenti.

Come scrisse il poeta francese Paul Valéry

“La meilleure façon de réaliser ses rêves est de se réveiller

“Il migliore modo di realizzare i propri sogni è svegliarsi”