Scarpini? Allacciati. Calzettoni? Tirati su. Fascia di capitano? Al braccio. Tutto pronto, manca poco ormai. Ma l’ansia cresce ogni minuto che passa. Non è una partita qualunque, anzi. E Ramzi Saleh lo sa bene. Chi? Saleh è il portiere della Palestina. Ma perché, la Palestina possiede anche una selezione di calcio?! Domanderete voi. Ebbene sì, tra raffiche di mitra e attentati la Palestina trova anche il tempo di praticare questo sport, anche se ogni tanto qualcuno ci lascia le penne: nel 2010, infatti, i calciatori Ayman Alkurd, Wajeh Moshtahe e Shadi Sbakhe sono stati uccisi durante l’operazione Piombo Fuso, mentre nel febbraio scorso dei soldati israeliani hanno sparato nei piedi di due giovani promesse dell’U21 palestinese (Jawhar Nasser e Adam Abd al-Raouf Halabiya), stroncandogli la carriera. Altri mondi, scenari differenti attraversati da conflitti secolari che non accennano a placarsi. Tornando al calcio, perché l’emozione di Saleh? Semplicemente perché la Palestina sta disputare la sua prima, storica partita in Coppa d’Asia contro il Giappone, e l’estremo difensore del Shoua ne sarà niente meno che il capitano. Un record, una favola da cenerentola del calcio. Da tramandare sì, ma soprattutto ancora da scrivere.

Nessun Davide che sconfigge Golia però, almeno finora, perché i Samurai Blu guidati da Honda hanno rifilato un secco 4-0 ai ragazzi di Saeb Jendeya. Risultato scontato ed esordio amaro, soprattutto perché i giocatori esperti della Palestina si contano sulle dita di una mano. Tuttavia, la gara si è giocata in clima politico alquanto ostile. Non una novità quando si parla di questo lembo di terra frazionato tra la Cisgordania e Gaza, con di mezzo lo Stato di Israele. L’ esordio è avvenuto a Newcastle, luogo in cui di recente è stata respinta una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per la creazione dello Stato Palestinese, la cui nazionale – riconosciuta solo nel 1998 nonostante fosse stata fondata più di trent’anni prima – ha giocato la prima amichevole nel proprio territorio soltanto nel 2008, contro la Giordania. Israele nel corso degli ultimi anni è stato ancora più duro: nel 2006 la Palestina era in testa al girone di qualificazione valido per i Mondiali di Germania, ma il governo di Sharon negò i visti di viaggio a metà squadra e la trasferta in Uzbekistan fu un disastro. Nel corso di questa Coppa, dopo decenni di soprusi, la Palestina ha sfilato a testa alta nel calcio che conta, tra sponsor multimilionari e ingaggi faraoinici, anche se, a suo malgrado, non è riuscita nel miracolo di qualificarsi al turno successivo. Tra gli elementi più validi si sono messi in mostra l’esterno Ashraf Nu’Man (autore del gol che ha regalato ai palestinesi il trofeo che gli ha permesso di approdare in Australia, l’AFC Challenge Cup, il torneo delle nazioni emergenti asiatiche), il centrocampista Ihbeisheh (autore di un gol contro la Giordania), il difensore Al Bahdari e il centravanti Ahmed Maher.

Quasi tutti giocano nei due campionati organizzati dalla Federazione, la West Bank League (Cisgiordania) e la Gaza Strip League (Striscia di Gaza), eccezion fatta per Norambuena, Nu’Man, Saleh, Ihbeisheh ed Eid che militano all’estero. Nelle gare contro Giappone e Giordania i palestinesi hanno palesato diversi limiti tecnici, nonché gravi lacune tattiche, e i colpi di Nu’Man non sono bastati a qualificare i Leoni del Canaan ai quarti di finale. Certo, c’è il rammarico di essere usciti dopo tre partite, ma al tempo stesso c’è comunque la soddisfazione di aver unito attraverso il calcio un paese lacerato da conflitti mai sopiti. Riguardo ai risultati, beh, servirà tempo per essere competitivi. Il calcio non fa parte della cultura palestinese e non è una novità (anche se negli ultimi anni la federazione ha avuto un incremento degli iscritti). Ma la voglia c’è, al pari dei sogni, e alcuni ragazzi sono lì, che ci credono ancora. Ah, e Saleh? Prima dell’inizio del match col Giappone sono partiti gli inni di rito. Durante quello palestinese qualcuno ha pianto, altri hanno scrutato gli spalti per cercare familiari e amici. Saleh ha preferito ascoltare in silenzio le note, chiudendo gli occhi. Poi si è svegliato. Sotto gli sguardi curiosi del mondo c’era anche lui, col gagliardetto in mano. E c’era anche la Palestina. Sì, stavolta era tutto vero. Niente guerre, solo calcio. Almeno per 90 minuti.

FP