Che il capitale cerchi ogni giorno di indirizzare i nostri acquisti, cancellando sempre più le differenze locali e nazionali in materia di produzione, non è certo una novità. Banner e spot dei social sono da qualche tempo automaticamente programmati per orientarsi con sempre maggior precisione verso gusti e preferenze espressi dai “mi piace”, “segui” e dalle parole digitate sui motori di ricerca; un sistema per “individuarci” come l’intersezione delle potenziali fette di clientela di centinaia di aziende.

Ciò che fa davvero inorridire, tuttavia, è che un sistema non dissimile di categorizzazione venga attuato ogni giorno, silenziosamente, anche per i nostri sentimenti e stati di umore, spesso raccolti all’interno di pochi schemi comuni alle masse telecomunicanti. Smiles, emoticons, sigle ad esempio, nascono pochi decenni fa inizialmente come puro appannaggio dei giovani per disertare il linguaggio “lento” e formale degli adulti, ed esprimere in modo sintetico e diretto la propria condizione o la propria attività; oggi, rischiano di diventare il paradigma di una “globalizzazione dei sentimenti” in rapida espansione. Certo nulla di scandaloso se il loro utilizzo si limita alle conversazioni veloci, magari verso chi ci conosce già particolarmente bene, e a cui presto potremo con maggior dettaglio esprimere il nostro umore o chiedere i nostri suggerimenti. Ma non è affatto sempre così. Da alcuni mesi, Facebook ha introdotto e suggerito la possibilità di descrivere, con ogni status, la propria condizione emozionale del momento anche con una sola smile (seguita tutt’alpiù, da un aggettivo già “confezionato”), proponendo cento differenti emoticons. Comunicare il proprio umore agli amici deve essere facile, semplice e soprattutto immediato: poco importa se in questo modo si riduce l’intera sfera emozionale del soggetto alla “faccina” più adatta. Non solo, perché lo stesso principio si applica anche per la propria condizione sentimentale, le proprie esperienze, in taluni siti anche per il proprio sesso, dove la scelta raramente è fra sole due alternative. Possibile che l’universo comunicativo e sentimentale di ognuno di noi debba miseramente ridursi ad un numero di banali stereotipi caratteriali? Il serio rischio è quello di ridurre facilmente ogni persona al (nemmeno troppo complesso) algoritmo di gusti, posizione sociale, umore, stato sentimentale, in base al quale suggerire la pubblicità più adatta o i contatti che più potremmo desiderare aggiungere e conoscere.

La spersonalizzazione dei media non si ferma infatti al numero di “mi piace” di foto e pagine fan (quasi si trattasse di un criterio per valutare il proprio livello sociale o addirittura per fondare -o meno- la propria autostima); ogni aspetto della vita, piuttosto, deve divenire possibile elemento di un “biglietto da visita”: anche quelli più straordinariamente delicati e privati. Pochi riflettono sull’inquietudine che comporta la suggerita catalogazione delle nostre esperienze più intime o -in alcuni casi- di maggior drammaticità: Facebook propone di poter “registrare” con data e nota personale persino il cambio del nostro credo, le fratture delle nostre ossa, la rimozione dell’apparecchio per i denti, il primo bacio o la perdita di una persona cara (con tag del deceduto annessa). Qualsiasi avvenimento significativo, deve, insomma, diventare di pubblico dominio e fruizione: la nostra vita nelle mani delle aziende che devono sapere ciò che facciamo per decidere come dobbiamo spendere ciò che guadagniamo e come dobbiamo trascorrere il tempo a nostra disposizione. Esperienze straordinariamente significative e fatti contingenti sono parimenti livellati sul medesimo piano di importanza, tutti parte di un dominio di pubblica ed immediata ricezione che riduce al minimo la necessità di un contatto sociale diretto con l’altro, facendoci abortire anche la naturale curiosità che potremmo provare verso chi ancora non conosciamo particolarmente bene.

Sia chiaro che chi scrive non demonizza i social network, riconoscendo soprattutto le enormi potenzialità che questi possiedono. Facebook, WhatsApp, Twitter, non fanno in realtà che rideclinare ed ingigantire fenomeni umani vecchi di secoli: il desiderio di popolarità, la vanità, la tendenza al gossip. Ma rischiano di distruggere il fascino e la complessità della vita umana riducendola ad un elenco di tipi umani, quasi fossero caratteri di una commedia Plautina. La posta in gioco non è affatto irrilevante. Non è un caso che un mercato come quello della poesia, arte e gioco sottile d’espressione per eccellenza, viaggi ai minimi storici mentre tecnologie e social media collezionino un andamento in controtendenza rispetto al mercato attuale.

Vuol davvero l’uomo ridursi alla dignità di ciò che compra, farsi egli stesso merce ed esprimersi nei gradi di proprietà, capacità, gradimento misurabile?