Gli uomini sono uguali o no? Certamente dare una risposta a questa domanda implicherebbe il riferimento ad una vastissima letteratura critica. Con somma certezza risponderemmo affermando che l’uguaglianza tra gli uomini sia uno dei valori acquisiti dalla modernità e che sarebbe impensabile prospettare un quadro opposto. Eppure cosa implica davvero questa uguaglianza? Siamo davvero tutti uguali?  Dire banalmente che tutti siamo uguali corrisponde ad una errata fenomenologia della realtà. Potrebbe essere, sì, la massima aspirazione dell’universo, ma a conti fatti risultare uguali è operazione assai difficile. Non solo perché la realtà ci offre un quadro di miseria, di povertà e di assenza di diritti dinanzi al quale risultano diversi livelli di disuguaglianza, ma anche e soprattutto perché nessun uomo è uguale, almeno nello spirito. Una società di uguali dovrebbe in qualche modo garantire a tutti le medesime condizioni economiche, gli stessi e identici percorsi di crescita, gli stessi strumenti, le medesime capacità intellettive. Ma anche questo è un compito assai difficile, dal momento che la più giusta delle società non potrebbe difatti regalare nessuna capacità intellettiva che, per fortuna o purtroppo, si acquisisce in dipendenza di fattori che sfuggono all’umano intervento.

Affermare una simile cosa non significa giustificare lo stato di fatto. I rapporti di ineguaglianza sono in un certo senso naturali nella misura in cui si configurano su uno sfondo economico e sociale di più ampia portata. La democrazia porta con sé l’illusione di un rivolgimento e di una modificazione sociale che però, nella realtà, resta di fatti un mero sogno. Secoli di riflessioni intellettuali non hanno portato nessuna rivoluzione letale, e, se piccoli passi sono stati fatti, questi sono stati smorzati poco dopo il nascere. In questo senso, per essere più realistici, è vero quanto afferma Aristotele nella Politica, e cioè che i rapporti di dipendenza e di potere siano del tutto naturali. Una prospettiva viziata dal fatto che Aristotele non si proietta né proietta le sue riflessioni politiche al di là del confine greco e di quella parte di mondo ritenuta l’unica esistente. Per natura vi sono servi e padroni, comandanti e comandati, i primi dotati di capacità deliberativa, i secondi dotati della stessa capacità in misura minore o nulla. Ma la natura qui intesa non è in realtà uno schema fisso, soprattutto se si comprende che l’uomo è costruttore di mondo – ce lo ha insegnato Heidegger – e la cultura, intesa come costruzione, non è mai statica, ma si evolve.

La modernità, a partire da Hobbes, ha prospettato un quadro del tutto opposto a quello aristotelico. Gli uomini, in una prospettiva che non intende ripercorrere la genesi politica, non nascono disuguali, anzi, sono profondamente uguali; ed è proprio questa uguaglianza la causa del conflitto nello <<stato di natura>>, in quella forma ibrida che precede lo Stato o la Civitas. Hobbes nel Leviatano afferma che la conflittualità sorge sia dalla diffidenza che dalla gloria che ogni uomo vuole raggiungere proprio perché, percependosi uguale all’altro, ha bisogno di un confronto per emergere. E il confronto prelude sempre ad un conflitto. Devono rinunciare al diritto su tutto (come d’altronde per Spinoza) e cederlo al potere sovrano. Lo stato di natura è uno stato di bellum omnium contra omnes, di guerra di tutti contro tutti. Una prospettiva da cui si distanzia un altro pensatore contrattualista, Jean-Jacques Rousseau, il quale, come anche i marxisti, critica Hobbes per aver proiettato i caratteri tipici della civiltà borghese nello stato di natura, il quale invece – secondo il pensatore ginevrino – è uno stato di felicità, svincolato da qualsiasi rapporto di dipendenza: è lo stato del Buon Selvaggio. Sono i rapporti di dipendenza sgorganti dal lavoro, la proprietà, a rendere l’uomo corrotto e ad indirizzarlo verso il lusso e la degenerazione morale. Due prospettive diverse dunque, radicalmente opposte per alcuni versi.

Riprendendo l’osservazione che ci siamo posti precedentemente, possiamo davvero dire di essere uguali? In fondo entrambe le prospettive esaminate ci presentano un carattere tipicamente umano, quello dell’uomo lupo per ogni uomo. Per Rousseau la questione è talmente radicale che nell’Emilio egli giunge ad affermare: « Ogni cosa è buona mentre lascia le mani del Creatore delle cose; ogni cosa degenera nelle mani dell’uomo ». L’uguaglianza è una chimera, è uno dei più bei sogni dell’umanità, ma tale resta, un punto luminoso nel cielo stellato, prima di tutto perché ad impedire il concretizzarsi dell’uguaglianza ognuno, come già sottolineato, dovrebbe nascere in un quadro economico e sociale uguale per tutti, mentre invece la realtà ci pone dinanzi a scene che meritano commiserazione; la povertà, incrementata da politiche capitalistiche, espansionistiche e militari, raggiunge livelli smisurati in alcuni paesi. In secondo luogo l’uguaglianza dovrebbe radicarsi in un contesto intellettuale simile per tutti; un uomo di scarsa statura intellettuale non sarà mai uguale all’altro. Questa seconda prospettiva è strettamente, eppure tanto lontanamente, legata alla prima. Gli sforzi per il livellamento dell’uguaglianza appaiono calati in una prospettiva viziata. Ananke stenai! Non si può procedere oltre, occorre fermarsi e guardare con realismo lo stato dei fatti. Ciò non implica, come già detto, una giustificazione della realtà che nega i fondamentali diritti a milioni di persone e che esige soltanto doveri; una realtà in cui i poveri sono sempre più poveri e ricchi sempre più ricchi. Niente di tutto questo, ma proviamo a chiederci ancora una volta se siamo tutti uguali, poi spogliamoci del politicamente corretto per gridare che l’uguaglianza non esiste, se non nella mente dei sognatori. E più che di sognatori, qui abbiamo bisogno di uomini che sappiano affilare la spada del realismo.