“Gli antichi parlavano senza posa di costumi e virtù, i nostri politici non parlano che di commercio e di denaro”

 Così Jean Jacques Rousseau si esprimeva nel 1750. Sono passati più di due secoli e mezzo, ma la situazione non è di certo migliorata, anzi, nel mondo del primato dell’economia sulla politica, si è solamente aggravata. I politici oggi, per dirla con le parole di Ezra Pound, non sono altro che i camerieri dei banchieri, mentre lo Stato è stato del tutto privato di significato da logiche sistemiche sempre più globali. In questo contesto di depoliticizzazione totale, il cittadino medio ha perso la sua natura sociale, sfiduciato dal contesto nel quale è inserito. Un contesto, in questi giorni più che mai, sconfortante. Alla crisi finanziaria che da anni sta, come un cappio al collo, attanagliando la vita della gente secondo il principio “socializzare le perdite e privatizzare i profitti” (Alain de Benoist), vi si stanno aggiungendo altre problematiche, perlopiù generate da politiche criminali e portatrici di conseguenze nefaste. È in questo quadro che, anche l’ultima funzione rimasta nelle mani dello stato neoliberale, ovvero quella di garante dell’ordine interno, viene meno, consegnando il destino del paese nelle mani del caos.

A Genova, così come in tutta la Liguria, la situazione è drammatica. La città è stata sommersa per la terza volta nel giro di un mese: le case vengono giù, la gente si ritrova improvvisamente senza niente e qualcuno ci rimette anche la vita. In un paese civile questa situazione sarebbe dovuta essere prevista, o perlomeno avrebbe dovuto far scattare uno stato di emergenza generale. Invece, la politica se ne sta letteralmente fregando, nella speranza che, come sempre, siano i volontari ed il senso di solidarietà a risolvere i problemi. Non è giusto che funzioni così. Perché mentre la gente comune spala nel fango, il mai votato premier è a farsi i selfie in diretta tv? Per non parlare, poi, del viaggetto in Australia, a parlare di crescita con i suoi amichetti liberali, i quali, ancora non si sono resi conto che, in un mondo finito, non si può continuare a perseguire l’ideale di uno sviluppo infinito.

Renzi ha più volte sostenuto che a Genova non va, per non fare le solite passerelle da politico. Evidentemente teme, a ragione, i troppi fischi. Dalla Liguria alla Capitale la situazione sembra essere diversa nei modi, seppur identica nell’esito. I politici, di tutti gli schieramenti, appaiono molto più spavaldi. Alcuni vogliono mettere le “pezze” per rimediare ai loro errori, altri vogliono semplicemente cavalcare l’onda. Lo dimostrano i vari Marino, Alemanno, Borghezio e Meloni, che si sono precipitati a Tor Sapienza, per una bella sfilata prima della campagna elettorale. Questa periferia romana da anni è stata completamente abbandonata dall’amministrazione locale. Ad una situazione già disagiata, come tutte le zone periferiche, sono stati aggiunti carichi insopportabili, tra cui un centro di accoglienza ed un campo rom. Da alcuni giorni, a seguito di una manifestazione alla quale nessun esponente della politica romana ha partecipato, il quartiere è precipitato nella guerriglia urbana. Nell’aria aleggia costantemente l’accusa di razzismo, ma non è così. I cittadini italiani si sentono abbandonati dallo Stato al quale pagano tasse su tasse: il loro nemico è il malgoverno, non l’immigrato. Certo, non si può non riconoscere, che una politica di immigrazione completamente deregolamentata e concentrata perlopiù nelle periferie, dove droga e prostituzione la fanno da padrone, è un male troppo grande per chi vuole vivere onestamente. Gli italiani, come popolo, non sono razzisti. Al contrario, quello che stanno vivendo gli abitanti di Tor Sapienza sulla propria pelle è razzismo vero e proprio: sono discriminati e lasciati nel degrado dal loro stesso governo. In questo clima le guerre tra poveri, tanto care al potere, rischiano di diffondersi ulteriormente. Ecco perché bisognerebbe evitare di fomentare l’odio in cambio di voti, pensando a risolvere concretamente la situazione prima che dilaghi in tutta Italia.

Questi casi testimoniano come la parola “democrazia” è di fatto stata svuotata di senso. Abbandonati al loro destino, i cittadini onesti devono continuare ad alimentare la macchina statale che sembra andare sempre più fuori strada. Sembrano non esserci i soldi per nulla, ma poi si investono tredici miliardi per nuovi caccia; si costruiscono, oltretutto male, palazzoni mentre ci sono migliaia di case vuote; si continuano a firmare accordi e trattati (l’ultimo in ordine di tempo sarà il TTIP) per svendere ancora di più il paese e perdere del tutto la sovranità.

La condizione di chi ancora non si è arreso, dinnanzi a questa situazione disastrata, può essere accostata a quella di Travis Bickle, del celebre film Taxi driver. Di fatto, viviamo in un paese corrotto dalla testa ai piedi, dove i politici pensano solamente ad accaparrarsi voti, sostenuti da pubblicità onnipresenti ed ingannevoli. Intorno a noi, l’ingiustizia la fa da padrona, il degrado avanza, gli eroi sono stati sostituiti dalle Femen e le istituzioni, subordinate ai nuovi padroni del mondo transnazionali, sono perfettamente inserite in questo circolo vizioso. Come Travis, allora, non ci resta che rifiutare la normalità e perseguire la giustizia, riscoprendo il Senso delle cose e della vita, nella speranza che: «un giorno o l’altro verrà un altro diluvio universale e ripulirà le strade una volta per sempre». Auguriamoci, però, che questo diluvio non sia troppo forte, sennò rischierebbe di portarsi via anche il resto.