L’Italia è il paese dai mille soprannomi, amato dal cinema, odiato da molti, famoso per la cultura culinaria ricca e diversificata, celebre per l’incapacità dei suoi abitanti di curarlo e rispettarne a dovere il patrimonio naturale, storico, culturale ed artistico. Crisi del debito, progressivo smantellamento dello stato sociale, corruzione endemica, nepotismo, clientelismo, appiattimento della politica economica e sociale all’agenda comunitaria e una generale miopia da parte dei politici alla guida del paese dalla fine della Prima Repubblica hanno demolito nel giro di un ventennio il mito dell’Italia sesta potenza economica mondiale, nazione sovrana e premurosa genitrice di un’industria invidiata dal monto intero per la qualità made in Italy dei suoi prodotti. Di quel paese e dei suoi grandi statisti resta soltanto il ricordo, perché oggi la realtà da affrontare è un’altra, meno romantica, più cruda e triste.

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L’Italia viene periodicamente accusata di spendere quote insensatamente elevate della spesa pubblica in sanità, istruzione, previdenza sociale e sussidi ed aiuti a indigenti, famiglie numerose e disoccupati, comportamento che ostacolerebbe il dispiegamento delle risorse necessarie nella crescita economica e nella ricerca e sviluppo; eppure è dal primo governo Amato del 1992, celebre per il prelievo forzoso sui conti correnti degli italiani, che la spesa pubblica subisce periodici tagli e l’adozione di politiche liberiste ha ridotto sensibilmente il ruolo statale nelle questioni economiche e di mercato.

Prima che il politicante di turno accusi il partito rivale di aver utilizzato in modo sconsiderato la spesa pubblica durante i governi precedenti o gli italiani di vivere a spese dello Stato, sarebbe meglio guardare alcuni numeri per capire come stanno realmente le cose. Secondo i dati dell’Eurostat aggiornati al 2016, in Italia vive il maggior numero di indigenti d’Europa: 10 milioni e 500mila incapaci di soddisfare i propri bisogni essenziali e acquistare beni primari con regolarità. Leggendo i numeri forniti dall’Istat lo stesso anno sullo stesso tema il disegno è ancora più allarmante: un italiano su tre (ossia 18 milioni) è a rischio indigenza ed esclusione sociale, quasi 5 milioni di persone vivono in condizione di povertà assoluta e di questi 1 milione e 300mila sono dei minori. Numeri in aumento da anni, accentuati dalla recente crisi economica, a cui la classe politica è stata finora incapace di rimediare.

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La povertà non è solo un problema di natura economica, ma anche sociale: secondo un’indagine di Save The Children del 2016 sono aumentate le famiglie in difficoltà economica incapaci di provvedere al mantenimento degli studi dei figli, un bambino su 8 vive in famiglie in condizione di povertà assoluta che possono spendere mensilmente circa 40 euro per la cultura e 7,60 euro per l’istruzione. Disuguaglianze economiche che propagano i loro effetti sulla società, perpetuando ed accentuando ineguaglianze già esistenti e consolidando un sistema di segregazione sociale e spaziale sempre più difficile da scardinare: un minore proveniente da famiglie in status di povertà assoluta presenta un tasso di ripetenza 6 volte maggiore rispetto ad un coetaneo di ceto medio o benestante e non raggiunge un livello minimo di competenza in lettura in un caso su due.

La povertà senza dubbio rappresenta un ostacolo importante nel percorso per l’emancipazione sociale dell’individuo, ma è anche vero che l’accesso alle biblioteche civiche è gratuito e in numerosi musei, statali o privati, sono previste offerte e sconti per studenti provenienti da contesti svantaggiati ma, nonostante questo, gli italiani risultano essere tra i meno propensi alla lettura e alle attività culturali tra i paesi Ocse. Secondo dati Istat del 2016, coloro che dichiaravano di aver letto un libro durante l’anno per motivi non legati allo studio o alla professione erano circa 23 milioni, ossia meno della metà della popolazione alfabetizzata si era dedicata alla lettura per piacere; dato che conferma una tendenza in aumento da anni.

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Un ripudio ancora maggiore gli italiani lo provano per le attività culturali: in base alle stime Eurostat del 2015, soltanto il 26,1% dei maggiori di 16 anni si era recato nell’anno di riferimento in visita ad un museo, ad una galleria d’arte o ad una mostra, rispetto ad una media europea del 43,4%. Seppure criticato bipartisan, il bonus cultura introdotto dal governo Renzi per incentivare i giovani ad avvicinarsi alla conoscenza, alla luce di questi dati, è degno di un riesame scevro di pregiudizi politici. L’Italia vanta anche altri record negativi, sempre in accordo con Eurostat ed Istat: il maggior numero di Neet e bamboccioni tra i paesi dell’Unione Europea. I Neet, acronimo che indica persone tra i 15 e 24 anni che non studiano né lavorano, sarebbero quasi 2 milioni, ossia circa il 30% di tutti i giovani del paese: nell’area Ocse la media è del 14,6%. I bamboccioni, persone tra i 24 e i 35 anni che non hanno raggiunto un livello d’autonomia tale da permettergli di andare via dalla casa dei genitori, sarebbero invece circa 7 milioni.

Un paese in cui i giovani dedicano scarsa importanza allo studio e alla cultura, dove aumentano i poveri e gli incapaci di vivere in maniera indipendente dallo Stato o dalla famiglia e dove sta avendo luogo uno dei casi più emblematici di inverno demografico della storia recente. Tra il 1981 ed il 2001, infatti, la crescita della popolazione è rimasta invariata, subendo poi un incremento soltanto per l’apporto dell’immigrazione. L’Italia presenta un tasso di natalità di 1,37 figli per donna, uno dei più bassi al mondo, al di sotto di quel 2,1 necessario alla continuazione naturale della popolazione. È dal 1993 che i decessi sono superiori alle nascite, e nel 2016 si è realizzato un saldo naturale negativo di circa 141mila unità.

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Come il Giappone, la Germania ed altre società del malessere, anche l’Italia è un paese in morte demografica e a nulla sono valse finora le (scarse) politiche per la famiglia e la natalità. Le proiezioni elaborate dall’Istat per un ipotetico 2065 prevedono una diminuzione della popolazione autoctona ad una quota oscillante tra i 46 milioni e 100mila ed i 53 milioni e 700mila di unità, a parità di condizioni, ed un aumento dell’aspettativa di vita di sei anni per uomini e donne. L’Italia del futuro sarà quindi popolata da tanti anziani (italiani) e da pochi giovani (non autoctoni), e lo scenario non è per niente distopico; già nel 2015 l’Istat faceva notare come gli stranieri contribuissero al 15% delle nascite annuali totali e come vi fossero 161 over 65 ogni 100 giovani. Sullo stesso tema, l’Ocse ha previsto che l’Italia diventerà, nel prossimo futuro, il terzo paese dell’area per numero di anziani in rapporto alla popolazione, dietro Giappone e Spagna.

Una società del malessere in corso di auto-estinzione per rigetto del culto della famiglia e dell’adorazione del falso idolo del carrierismo mutuato dal capitalismo anglosassone, la cui agonia non si consuma nella cristallizzazione dei rapporti sociali, nella fuga dei cervelli o nello spettro della crisi economica infinita ma anche nella diffusione della cultura dell’ignoranza, nella perdita del senso del sacro e del sentimento nazionale, e nella disgregazione dell’istituzione famigliare quale perno centrale della società.