L’italiano ama giocare alla geopolitica dei perdenti. In Italia, così come all’estero, l’italiano si disprezza, si deprezza, si prende per il culo e ridicolizza se stesso e il proprio Paese. E, alla stessa maniera, lo straniero certamente non lesina le critiche e le prese in giro sul ‘Bel Paese’. Luogo un po’ sconclusionato, in cui tutto viene gestito all’italiana, che per molti è sinonimo di cosa realizzata di maniera ‘arronzata’. Raffazzonata.

L’Italia. Paese di seduttori, di spiriti ‘calienti’, di bari, di persone che non tengono la parola e, per lo più, confusionarie e sconclusionate. Insomma, l’italiano è qualcuno con cui andare a mangiare una pizza, da portarsi a letto, ma con cui non stringere mai un accordo politico. Non sarà un caso se una delle personalità più note e apprezzate all’estero è Rocco Siffredi.

Rocco Siffredi

Si prenda il caso della Francia, amico e nemico di lunga data. Paese vicino, ma che – nella realtà – si interessa ai nostri capricci e alle nostre eterne dispute, molto meno di quanto pensiamo. Interessati come sono ai loro interessi nazionali, coloniali e economici di più ampio respiro.

Ebbene, in un qualsiasi ameno angolo della Francia vi possiate trovare, per quanto i francesi possano essere gentili, accoglienti, simpatetici (ebbene sì, anche loro possono esserne capaci) niente toglie a un italiano il piacere ineguagliabile di essere accolto con il tipico gesto delle dita congiunte a cono, che per un italiano significa “cosa vuoi?” o, “cosa dici?”, ma che per un francese significa tutto e niente. Un francese può scuotere freneticamente le mani per gridare il vostro nome, per dire pizza, pasta, mafia, mandolino e Berlusconi. Fortunatamente il loro vocabolario si è recentemente ampliato, e riescono persino a dire Matteo Salvini, e, talvolta, Luigi Di Maio, se sono veramente informati. Quando, però, si passa a cercare di distinguere tra i vari Matteo: Renzi, Salvini, Messina Denaro… le cose si complicano non poco.

In ogni caso, non c’è niente di meglio che mettere tutto nella stessa pasta sovranista e populista, senza nessuna possibilità di riscatto e di analisi. Con scarse possibilità a far riflettere che, può darsi, persino Macron potrebbe essere facilmente definito un populista. E con grandi difficoltà nello spiegare che il sistema elettorale italiano è diverso da quello francese: che ci si ferma al primo turno ed è ‘come se’ Macron e Le Pen si fossero trovati a governare assieme, che forse – in fondo – non è poi talmente differente dall’attuale situazione italiana.

Eppure, ciò che è ancora meglio della presunzione francese, è l’immensa capacità italiana di disprezzare l’italianità. Prima di chiunque altro, è l’italiano che comincia a borbottare che “in Italia niente funziona”, che gli italiani sono pigri, chiacchieroni nullafacenti. L’italiano vive in un costante e ingiustificato senso di inferiorità nei confronti di qualsiasi altro popolo, al punto che, quando deve presentarsi allo straniero, spesse volte l’unica cosa che arriva a borbottare sconclusionatamente è, pizza, pasta, mandolino, Berlusconi. Presentandosi, infine, come il buffone del gruppo. A quel punto, il gioco è fatto. E non sarà certo un francese a salvarci da questa nostra sindrome di Cenerentola.

In conclusione, disprezzarci e cercare di renderci simpatici a tutti i costi, fino a ridicolizzarci. Non avere una nostra visione geopolitica. Non volere prendere coscienza del nostro ruolo politico e dei nostri interessi specifici, non fa che renderci delle pedine in mano ad altri. Buoni a firmare trattati europei, su trattati europei. Salvo, poi, sentirci soffocati da quei trattati che noi stessi abbiamo filmato. L’italiano si disprezza, e il francese raddoppia.

Il problema della credibilità del governo italiano a livello internazionale non è un problema di oggi, dell’ultimo governo. Questa critica è, al momento attuale, un gioco della stampa italiana tradizionale, che ha visto arrivare al potere dei candidati che non erano quelli da loro sostenuti e che, dunque, per principio disprezza e critica. Il problema della credibilità del governo italiano all’estero è di lunga data. Emerso in un momento in cui, forse più che in tanti altri, i nostri politici, sebbene con una certa mancanza di destrezza, tentano di dare un’impronta italiana alla nostra politica nazionale ed estera.

A dire di Lucio Caracciolo, specialista di geopolitica ed editore di ‘Limes’, nonostante l’Italia sia un paese ‘sistemico’, ossia strategico a livello geografico, demografico e economico, gli italiani odiano scegliere, e quindi in genere vengono scelti (Intervento a “Le vie della seta e del ferro”, Trieste, 15 febbraio).

Su queste note amare note, Gaber terminava “ma forse abbiam capito, che il mondo è un teatrino” (“Io non mi sento italiano”). Eppure, forse possiamo abbandonare la tipica attitudine italiana da intellettuali decadenti e assumerci la responsabilità delle nostre capacità. Rischiare può essere una scelta. In fondo siamo molto di più che ‘pizza, pasta, mafia e mandolino’.