Classe 1966, direttore di numerose carceri dal 1993 al 1998, più volte consulente per il Ministero della Salute e del Welfare e attualmente ricercatore in tema di diritto europeo presso l’Università degli Studi RomaTre,  Patrizio Gonnella è anche Presidente dell’Associazione Antigone, che da ventidue anni si occupa dei diritti dei detenuti nei penitenziari italiani.

In un momento in cui così tanto si sente parlare di carcere, ha deciso di rilasciare, in esclusiva all’Intellettuale Dissidente, questa breve intervista.

 

5/12/2013

Presidente Gonnella, in cosa consiste il lavoro dell’Associazione Antigone, specie sul piano umanitario e giuridico?

Antigone esiste ormai da ventidue anni, e si occupa di molte cose: mette al centro del proprio interesse la questione penale e, più specificatamente, la questione penitenziaria, che riteniamo essere l’esito di una scelta di politica criminale d’un certo tipo, cercando di non venir mai meno ad un ragionamento intorno alle ragioni sociali, penali o criminali che portano ad un ingolfamento nel sistema penitenziario. Facciamo un lavoro propositivo, politico-culturale; costruiamo l’opposizione, eventualmente anche in sede parlamentare, intorno a disegni di legge che riteniamo ingiusti, e facciamo le nostre proposte di legge muovendoci sul terreno del garantismo penale. Ad esempio, ultimamente siamo stati molto impegnati nella raccolta di firme per tre leggi di iniziativa popolare rispettivamente dedicate ad una forte revisione dell’attuale legislazione in tema di sostanze stupefacenti, all’introduzione del reato di tortura nel codice penale e ad un intervento in materia penitenziaria sia di natura deflattiva (ridurre i tassi d’affollamento intervenendo in tema di immigrazione, di recidiva e di custodia cautelare) che di natura umana. Oggi il nostro sistema è assai carente in termini di tutela dei diritti umani.

Oltre a questo facciamo osservazione diretta: siamo autorizzati dal Ministero della Giustizia a visitare tutti gli istituti penitenziari d’Italia (qui il nostro ultimo rapporto, Insidecarceri.com); facciamo anche attività di raccolta di informazioni e denunce, oltre a prestare consulenza legale.

 

Relativamente alla situazione delle carceri, l’Italia è stata più volte condannata in sede europea. Più nello specifico, che cosa significa non rispettare i diritti umani all’interno del carcere?

Nel caso delle condanne della Corte europea sui diritti umani, la prima delle quali risale al 2009, la seconda al 2013, la questione è molto precisa: la Corte ha sostenuto che risulta essere una violazione dell’Art 3 della Convenzione europea del 1950 (articolo che proibisce la tortura e i trattata mento inumani e degradanti) il contenere persone in spazi non sufficienti, al di sotto del minimo vitale di 3 mq. E questa condizione è stata ritenuta generale e sistemica dalla Corte, tanto che ha imposto al nostro Paese di porvi rimedio entro maggio 2014, pena il rischio di incorrere in varie migliaia di condanne, che non solo costituiscono un onere finanziario estremamente gravoso, ma sono anche pesanti infamie per la reputazione di uno Stato democratico.   

 

E si torna quindi alla questione, ormai annosa, del sovraffollamento delle carceri…

Certamente! Abbiamo una situazione di grande crescita della popolazione detenuta: attualmente l’Italia ha il tasso di affollamento delle carceri più alto dell’Unione Europea, con 170 detenuti ogni 100 posti letto, e questo fa sì che le persone siano obbligate a vivere in spazi totalmente insufficienti e in condizioni igienico-sanitarie assolutamente inaccettabili.

 

Le misure recentemente proposte, quali quella dell’amnistia o dell’indulto, possono davvero risolvere il problema o sono piuttosto delle toppe poste in un sistema che fa, e continuerà a fare, acqua?

Il sistema presenta sicuramente delle ingiustizie. Ecco, se noi avessimo 65.000 omicidi nessuno avrebbe da dire nulla: il problema è che abbiamo tantissima carcerazione per fatti scarsamente rilevanti dal punto di vista penale, o che addirittura presentano una totale assenza di pericolo sociale. Detto questo, il problema è che i provvedimenti da assumere debbono durare nel tempo, e quindi bisogna intervenire depenalizzando e decriminalizzando la vita dei consumatori di droghe, ad esempio, e più in generale intervenendo sul codice penale, che ha ormai più di 80 anni; bisognerebbe inoltre ridurre drasticamente la custodia cautelare e aumentare l’efficacia del sistema delle misure alternative, trasformarle in pene alternative così da alleggerire il sistema sanzionatorio nei confronti del carcere.

Se tu anziché farti qualche mese o anno di carcere per un piccolo fatto, vieni condannato a lavori di pubblica utilità, non solo non contribuisci all’affollamento del carcere, ma probabilmente vieni reinserito più efficacemente nella società, e quindi sei un frutto migliore per un sistema carcerario davvero democratico.  

Quindi l’amnistia e l’indulto possono costituire solo un punto di partenza per un tentativo di riforma, così come la clemenza. Sono istituti che possono accompagnare una stagione di riforme, che peraltro è assolutamente necessaria se l’Italia non vuole diventare un Paese a dignità ridotta, ma bisogna esser ben consapevoli del fatto che non costituiscano il punto d’arrivo.