La politica del Welfare State si pone come obiettivo di ammortizzare le disuguaglianze sociali, garantendo diritti e servizi anche a coloro che trovano difficoltà a raggiungere un determinato standard di vita. Non a caso quando si parla di questo tipo di politica si parla di ‘stato del benessere’, ‘stato sociale’, ‘stato assistenziale’. Dal prelievo fiscale infatti derivano i finanziamenti per assicurare alla maggioranza della popolazione una parità di fruibilità di servizi appartenenti alla sfera dell’istruzione, della sanità, della previdenza sociale, delle iniziative culturali etc. Lo studioso danese Esping-Andersen individua diversi tipi di politiche Welfare: il regime liberale, detto modello residuale; il regime conservatore-corporativo, detto modello particolaristico; e il regime socialdemocratico, detto modello universalistico.  Il primo modello è quello tipico degli Stati Uniti, dove i servizi non sono strettamente  assistenziali, ma risultano un prodotto commerciale e le leggi che regolano questo modello sono proprio quelle del mercato, della domanda e dell’offerta, che portano alla conseguente privatizzazione dei servizi stessi.

 La fascia di persone aiutata da questo tipo di sistema normativo in genere è molto ristretta, in quanto l’assistenza si realizza solamente quando domanda e offerta non coincidono, tenendo conto del grande costo che servizi quali l’istruzione e l’assistenza medica hanno negli Stati uniti. Il rischio sociale viene individualizzato e proprio il prezzo di determinati servizi crea una divisione netta tra i cittadini assistiti e quelli ‘indipendenti’. La spesa sociale viene indirizzata quindi verso le persone che risultano meritevoli di assistenza, con la conseguente introduzione di una visone morale nell’assistenza statale. Secondo quale criterio stabilire chi sono i meritevoli e chi no? E’ proprio da questa distinzione che deriva la stratificazione sociale e la relativa disuguaglianza. Lo stesso Esping-Andersen afferma che: ‘’Il welfare state non è semplicemente un meccanismo che interviene sulla disuguaglianza sociale, possibilmente correggendola; è invece, in se stesso, un sistema di stratificazione, una forza attiva nell’ordinamento delle relazioni sociali.’’ Negli Stati Uniti la componente morale del welfare si fa sentire, e come nota lo studioso Antonio Soggia, si crea un dualismo tra due importanti concetti che condizionano le relazioni umane, il contratto del tipo do ut des e la carità.

Si crea in questo modo un sistema di fruibilità dei servizi che si divide in programmi contribuitivi, come le assicurazioni sociali e quelli non contributivi, come l’assistenza. Soggia scrive: ‘’Nel primo caso si ritiene comunemente che i beneficiari  abbiano un diritto all’aiuto, dato che ricevono indietro i contributi che hanno versato, mentre nel secondo questo diritto non esisterebbe perché i beneficiari ottengono qualcosa in cambio di nulla.’’ L’assistenza sociale diventa sinonimo di carità, Handler definisce ‘una costruzione morale’ la politica welfare americana, una costruzione che però paradossalmente può colpire negativamente i destinatari degli aiuti, emarginandoli ed etichettandoli a prescindere come poveri non meritevoli. E’ anche in questa maniera che il mercato divora le menti, portando  a considerare l’assistenza sociale a prescindere una forma di sciacallaggio. Spesso inoltre i provvedimenti normativi assistenziali sono stati indirizzati, sia indirettamente che direttamente, verso determinate categorie sociali identificabili anche con gruppi etnici, tacciandoli perciò come ‘parassiti’, alimentando la questione razziale e il pregiudizio.

Con la riforma del welfare americano  del 1996 nota come Personal Responsibility and Work  Opportunity Reconciliation Act, all’insegna del motto from welfare to work , la politica sociale americana ha insistito sull’idea che la responsabilità della condizione di povertà ricadesse sul povero stesso e sulla sua ‘pigrizia’, alimentando ulteriormente la segregazione delle minoranze assistite. Tutto questo  senza contare che in gran parte dei casi le minoranze beneficiare dell’aiuto statale si sono trovate escluse dalle assicurazioni sociali, dovendo quindi  per forza ricorrere agli aiuti statali. Il welfare americano, ponendo i servizi primari su un piano commerciale, con la partecipazione di enti privati, invece di risolvere il problema dell’uguaglianza sostanziale dei cittadini lo fa crescere, creando divisioni e contrasti all’interno della popolazione.