Quando nasci, in genere nasci in una dinastia o un impero, no? Vieni chiamato “Junior”, segui le orme di tuo padre. Ti ripetono sempre: «Tuo padre ha fatto questo… Oh, tuo padre… Tuo nonno ha fatto questo… E abbiamo questo…». Oppure: «I cimeli di famiglia…». Non ci sono, nell’estrema periferia. La chiamo estrema periferia perché siamo tagliati fuori. Non c’è niente. Non abbiamo cimeli di famiglia, lo stemma di famiglia. Tutte queste cose considerate così importanti non valevano niente, perché voglio dire, dai! Il nostro stemma di famiglia era il cotone, non so se mi spiego. Della serie, l’unica cosa che potevamo tramandare era la cultura, la musica, capisci? E la dignità e la determinazione, ecco cosa avevamo. Quindi era tipo… Io mi sento di esser stato fregato perché invece di far avverare la mia profezia, devo iniziarla. Invece di fare un buon lavoro e tramandare l’impero, devo fondarne uno. Un lavoraccio infame per un ventenne! Mi spiego? Lo è per qualsiasi giovane, maschio o femmina, dover fondare un impero per la propria famiglia.

[…]Perché questo mondo è..

E con questo mondo, intendo questo.Non parlo di un mondo ideale, ma del mondo quotidiano, di ogni piccola cosa che fai.

È un tale:«dammi, dammi, dammi! Tutti indietro».È quello che viene insegnato nelle scuole, nelle grandi imprese.«Vuoi avere successo? Vuoi essere come Trump? Dammi, dammi dammi! Spingi, spingi, spingi! Calpesta, calpesta, calpesta! Schiaccia, schiaccia, schiaccia!».

Le cose vanno così, e nessuno si ferma mai a… Secondo me, invece di dire solo:«La schiavitù è un male. Brutti bianchi, brutti bianchi…». Cioè… Dai, smettiamola! Tutti sono abbastanza svegli da capire i torti che abbiamo subito. E vogliamo ciò che ci spetta. E non parlo di 40 acri e un mulo, perché quello è superato, ma ci serve aiuto. Voglio dire, per poterci rimettere in piedi…Con noi intendo i giovani o i neri, comunque la si intenda. Per rimetterci in piedi, ci serve aiuto. Perché siamo stati presenti, siamo stati buoni amici.

 Il Rap di oggi vive una costante fase degenerativa del proprio stato di salute. Già agli inizi degli anni ’90, in America, il Rap aveva attraversato un periodo molto simile: l’ascesa nel mainstreaming aveva creato figure inconsistenti fatte di immagini ricorrenti (catene d’oro, medaglioni, borchie) e molti rappers erano ormai delle parodie di sé stessi. Allora si fecero avanti i Public Enemy armati di Malcom X, Islam e sveglie al collo, portando alla ribalta un Hardcore rap composto da rime politiche e ricche di figure retoriche. E proprio i Public Enemy, insieme ai N.W.A., Ice Cube e Ice-T, sono i responsabili della trasformazione del rap nella Black CNN, sistema di informazione della gente di colore: i dischi diventano una vera e propria propaganda di testi politicizzati e fanno emergere temi polemici di denuncia sociale, compresi video che  incitano alla rivolta, scontrandosi, molto spesso, con la rigida censura americana.

Nothin to lose, everything’s approved
People used, even murders excused (You preach to em yo)
White men in suits don’t have to jump
Still a thousand and one ways to lose with his shoes
God takes care of old folks and fools
while the devil takes care of makin all the rules
Folks don’t even own themselves
payin mental rent, to corporate presidents (My man my man)
Ugh, one outta million residents
bein dissident, who ain’t kissin it
The politics of chains and whips
Got the sickness and chips and all the championships
What’s Love Got To Do with what you got
Don’t let the weight get to your head or lost to your heart (Word)
Nonsense perserveres, prayers laced with fear
Beware, two triple O is near2.

A vent’anni di distanza sembra che il rap, in America, non riesca più a trovare una via verso il rinnovamento, un antidoto. Molti rappers come 2pac, Nas, 50 cent, Jay-Z, Eminem etc, hanno dimostrato negli anni che è possibile essere veri, anche se distanti dall’underground, e vendere milioni di dischi contenenti un’autentica denuncia sociale.

Appare sempre più chiaro che le nuove generazioni, anche a causa di una crisi culturale senza precedenti, abbiano dimenticato quella strada fatta di dignità e determinazione che ha portato il rap ad essere non solo un genere affermato in tutta America, ma un vero e proprio strumento di contestazione politica. 

Nel 1995, Roger Ebert scrisse: «Il rap ha una cattiva reputazione nei circoli bianchi, dove molta gente crede che consista solo di versi gutturali razzisti e misogini, gonfi di parolacce. Qualche esempio lo dimostra, molti altri no. Molti ascoltatori bianchi non se ne curano; ascoltano voci nere in una litania di malcontento, e per giunta male intonate. Già oggi il rap gioca lo stesso ruolo che Bob Dylan aveva nel 1960, dando voce a rabbie e speranze di una generazione, e molti brani di genere sono imperniati su scritture potenti».

Assecondare la strada tracciata per denaro, lusso, fama e successo, comporta un allontanamento dalla tradizione e oscurare il calvario trascorso da tantissimi artisti per rendere il rap una componente radicata e riconosciuta all’interno del panorama culturale del territorio statunitense.

La crisi culturale ha sicuramente influenzato il rap tanto da capovolgere il proprio credo e  paradossalmente lo ha reso una delle voci di spicco della crisi culturale stessa.

Molti dei nuovi rappers non si riconoscono più come parte di una comunità. Attraverso un individualismo sfrenato lodano se stessi e i mezzi con i quali hanno schiacciato i propri rivali. L’autocelebrazione della propria individualità va di pari passo con  un’esaltazione estrema del consumo che diviene base per giudicare il proprio valore. Tutto ciò ha reso testi e liriche molto più poveri. Non si parla tanto di povertà di linguaggio. Molto spesso, difatti, questi rappers usano metriche molto più raffinate rispetto alle generazioni precedenti e producono liriche costruite intorno al loro timbro vocale, così da rendere il prodotto perfetto dal punto di vista musicale. Si tratta di povertà di pensiero: se prima i Niggas provavano anche a costo della loro vita ad uscire dal ghetto (Get rich or die tryin’), ora sono fieri del loro ghetto. Armi, droga, prostituzione e carcere erano gli strumenti dell’uomo bianco per intrappolare (Trapped) i Niggas in una condizione di degrado ora sono diventati oggetti di culto. Non ci sono più Homies, soltanto enemies.

Il paradossale capovolgimento dei valori causato da questa crisi culturale americana ha acuito problemi già presenti nel rap come la misoginia e l’omofobia ed ha favorito una decoscientizzazione politica ed una più netta divisione sociale. Essendo fonte di business il rap sta facendo emergere tantissimi nuovi artisti. Alcuni di loro, fra cui Kendrik Lamar, potrebbero essere un valido antidoto per questo genere che ha sempre saputo essere veicolo di idee, oltre che ad avere grandi capacità di denuncia sociale.