Grazie ad una delle sue ultime implementazioni, Facebook regala la possibilità di sfuggire all’oblio virtuale. Tramite la designazione di un vero e proprio erede, il cosiddetto legacy contact è un’impostazione che permette –ad oggi solo negli Usa- di abilitare terzi all’accesso e alla gestione del proprio account dopo la propria morte. Restio a proiettarsi nella dimensione ultraterrena del non essere, l’uomo risulta da sempre caratterizzato da una tensione a rifuggire il proprio destino mortale, in virtù della quale ha perseguito una più o meno consapevole ricerca nella materialità di un rifugio al transeunte, materialità intesa come appiglio a cui ancorare la speranza di poter in qualche modo sopravvivere a sé stessi.

Per quel che riguarda l’immortalità la gente ovviamente non è tutta uguale. Dobbiamo distinguere la cosiddetta piccola immortalità, il ricordo di un uomo nel pensiero di coloro che l’hanno conosciuto (…) e la grande immortalità, ossia il ricordo di un uomo nel pensiero di coloro che non l’hanno conosciuto personalmente. Nella vita esistono strade che fin dall’inizio mettono l’uomo faccia a faccia con questa grande immortalità, ancorché incerta, e persino inverosimile, ma tuttavia innegabilmente possibile: sono le strade degli artisti e degli uomini di Stato.”

Kundera, L’Immortalità

Al di là della maggiore o minore risonanza del proprio operato e la più o meno profonda incidenza di quest’ultimo nella memoria collettiva -che determina la distinzione tra grande e piccola immortalità- ciò che in fondo resta di un uomo sono le res gestae, le cose compiute -siano esse azioni, imprese, opere di varia natura– che fungono da monumenti (dal latino mònere, ricordare) in virtù dei quali diviene plausibile l’auspicio oraziano del non omnis moriar. Come collocare all’interno di questo quadro il legacy contact? E soprattutto, alla luce della fisiologica ed umana tendenza a rifuggire i concetti di fine e di oblio, come valutarlo? In primo luogo è necessario osservare che con esso nasce un nuovo tipo di monumento, non più materiale né ideologico o letterario, quanto puramente virtuale. Il profilo facebook divenuto post mortem del titolare monumento virtuale dello stesso, potrebbe essere considerato un modo come un altro per assicurare sopravvivenza al ricordo di sé. In questo senso, inutile ogni critica o sconcerto. Eppure, il legacy contact va contestualizzato in un orizzonte culturale che fa inesorabilmente sorgere perplessità: un monumento virtuale, contenuto nella piattaforma di un social, è indicativo della sostanziale autoreferenzialità che caratterizza gli standard attuali della comunicazione. In essa si riflette la tendenza di un presente che ripiegandosi su se stesso, sembra auto destinarsi alla propria perpetua ripetizione, senza che si ricordi una dimensione passata o si auspichi una dimensione futura: nell’hodie, e solo in esso, tutto è concentrato e tutto deve trovar realizzazione, compresa l’immortalità. Appaiono dunque svuotate di significato le categorie di grande e di piccola immortalità delineate da Kundera, che implicitamente muovevano dall’assunto che la morte comporti uno slittamento tra due dimensioni: il passaggio dalla dimensione del presente a quella del passato l’immortalità fin qui consiste ancora nella possibilità di lanciar moniti, insegnamenti e quant’altro ed interferire in un certo senso col presente, sia pur da un’altra dimensione). Il fatto che sui social l’immortalità si materializzi come paradossale perpetuazione della presenza tramite il sopravvivere di un profilo all’utente intestatario, implica la non accettazione della morte intesa come esclusione dalla dittatura dell’istantaneità –ai ritmi della quale non solo  ci si scambiano informazioni ma anzi, si dà pubblica mostra di sé. Non più il non omnis moriar  è caratterizzato da ciò che di proprio resta nel presente, quanto dalla propria virtuale permanenza nel presente, che si crede di poter attuare tramite delega. Si fa in modo che continui quella comunicazione autoreferenziale basata non sulla comunicazione con l’altro, quanto sull’ostentazione di sé all’altro. Tramite il legacy contact ci si culla nell’idea di una virtuale perpetuazione visiva del proprio essere: cos’altro è se non un compiacimento della propria vanità, lo specchio che suggella la morte di Narciso?