La critica contemporanea ha ancora qualche difficoltà nel definire Machiavelli come autore pre-moderno o come primo dei moderni, eppure il suo scritto più celebre, il Principe, sembra già descrivere un contesto vicino a quella Modernità che la storiografia indica come cominciata a partire dal 1492. Perché quello di Machiavelli è un discorso moderno? Se prima volessimo dare una definizione della Modernità potremo pensare questo paradigma – ovvero secondo la definizione di Hans Kung  «costellazioni di credenze condivise da una comunità» – come quel momento in cui l’economia associa i termini quantitativi non solo ai rapporti di scambio delle merci ma anche all’interno delle relazioni intra-sociali che si organizzano e si misurano, a questo punto, secondo il calcolo del rendimento. La Modernità si svela di conseguenza non appena il “valore d’uso” viene superato dal “valore di scambio”, quando i termini “profitto”, “interesse”, “utile” divengono abituali nella società mercantile che opera secondo quello che Weber definì “agire razionale”, ovvero l’azione che si rivela, con riferimento ad un calcolo preciso, la più efficace in vista di perseguire un determinato scopo. Ed ecco che arriviamo a Machiavelli e alla sua massima più fortunata: “il fine giustifica i mezzi”.

Rispetto ai suo predecessori – soprattutto i greci, di cui la mentalità, tramite gli scritti Plotino e Sant’Agostino, si prolunga sino al Medioevo – il diplomatico della famiglia Medici tralascia qualsiasi momento ideale, il suo discorso perde la forza dell’idealizzazione per constatare la realtà della storia: le cose non vanno più descritte per ciò che dovrebbero essere, ma per come in realtà sono. Già si riscontra, nella testimonianza di Machiavelli, tutt’altro dinamismo rispetto al confronto con il reale che hanno i greci o gli stessi cristiani – che rimandano la realtà al trascendente. Il trattato di Machiavelli interviene a rimettere in causa la relazione tra l’azione politica e il comportamento morale, e ancora la concezione stessa che ontologicamente definisce e separa il giusto e lo sbagliato. 

Quella operata da Machiavelli è dunque una frattura decisiva con la forma mentis propria dell’Occidente ellenico-cristiano; una crepa che, storicizzata, non si pone mai in quanto innovazione isolata, frutto di una fredda contemplazione, ma proprio come sintesi di una mentalità già intercalatasi nella quotidianità della società di mercato generalizzata: insomma Machiavelli, pur avendo come fine un’idea di principato tecnicamente contraria a qualsiasi tipo di liberalismo, la sua guida pratica di educazione del principe contiene i termini e i significati di un linguaggio già proprio dell’ideologia liberale nata con lo svilupparsi del capitalismo economico. 

Sin dai primi capitoli del Principe, Machiavelli sembra condannare indirettamente la Repubblica di Platone e l’Etica Nicomachea di Aristotele – massime espressioni della morale greca. Nella virtù del principe infatti, e più in generale dell’individuo moderno, si estrinseca un pragmatismo in antitesi con il platonicismo e con il giusto mezzo aristotelico. La virtù consiste infatti nell’arte di prendere e conservare il potere, nell’arte di sapersi preservare all’interno della giungla sociale. Il fine non è dunque quello di sapere in che modo dovremo idealmente comportarci ma quale comportamento si rivelerà migliore in vista di ottenere il raggiungimento del proprio scopo. La virtù non si definisce più secondo i termini di giusto o sbagliato ma diventa virtuoso l’atto che si rivela efficace: « efficacia », « interesse », « profitto », questi termini emergono costantemente tra le righe del Principe e sono i termini alla radice della società capitalista.

Ed è per questo che il sovrano, così come ogni uomo, in determinate situazioni, per preservarsi e sopravvivere, deve imparare ad essere non buono. Perché la bontà, pur essendo una caratteristica che possiamo pensare moralmente giusta, può rivelarsi inefficace, mentre l’atto vizioso è spesso in grado di condurre all’obbiettivo prestabilito. Vizio e virtù, bene e male, si colorano in Machiavelli di significati nuovi, dal valore relativo. Il principe, dunque, ha interesse ad essere crudele, poiché è vero che la bontà gli permetterà di essere amato dal popolo, ma l’amore è un vincolo che l’interesse può rompere, mentre la crudeltà comporta la paura, da cui raramente il cuore dell’uomo riuscirà a liberarsi.

Nel Principe di Machavelli troviamo dunque tutti gli elementi propri del paradigma moderno. E’ vero tuttavia che una visione arcaicizzata della natura umana, ancora legata ai lacci della fortuna e del destino, inserisce Machiavelli nel filone di pensiero greco-occidentale, ma è anche necessario constatare che nell’autore fiorentino si trovano tracce importanti di pessimismo, realismo e pragmatismo, correnti che risultano della realtà dell’agire a lui contemporaneo. La virtù del Principe e dell’uomo moderno segna quindi una frattura importante: il passaggio da un paradigma ad un altro. Se pensiamo alla cultura ellenico-cristiana, dobbiamo pensare ad una cultura della “medietà”, del giusto mezzo, cultura dove virtuoso è l’uomo giusto, temperato, umile e consapevole delle proprie debolezze. I greci condannarono, sin dai versi di Omero, il comportamento impetuoso, l’hybris, quell’atto che perde il suo equilibrio per raggiungere l’estremità. In Machiavelli viene invece esaltata l’audacia sprezzante, la crudeltà, il comportamento intemperante. Il Principe ha interesse a mentire, a sedurre tramite la forza dell’adulazione, a tradire, ad essere retore, poiché cambiate le dinamiche sociali con l’inizio della società capitalista, è necessaria un’innovazione della sfera morale dell’individuo. Machiavelli opera così una rivoluzione copernicana dell’Etica, una trasvalutazione dei valori pari al lavoro eseguito da Nietzsche in Volontà di Potenza. L’Etica di Machiavelli è l’Etica del Capitalismo. 

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Copertina Letteratitudine