“La questione dell’identità è in effetti un problema tipicamente moderno”

 Così, Alain De Benoist introduce, a ragione, il suo saggio Sull’Identità. La domanda “chi sono io?” sorge, infatti, a seguito della dissoluzione del legame sociale premoderno e della nascita della nozione di persona in Occidente nel XVIII secolo. Del resto, come osserva anche Charles Taylor: «Il termine stesso ‘identità’ è anacronistico per le culture premoderne, il che non vuol dire che il bisogno di un orientamento morale o spirituale fosse prima meno assoluto, ma soltanto che il problema non poteva essere posto in termini riflessivi, relativi alla persona, così come esso si pone per noi». Nell’antichità e ancora nel medioevo, l’essere umano non dipendeva esclusivamente da se stesso: la realtà sociale, o per meglio dire la comunità nella quale era inserito, ne determinava gli aspetti fondamentali. È soltanto con l’avvento della modernità e l’ascesa dell’individualismo, che l’io è divenuto il (presunto) proprietario assoluto di se stesso. Ciò ha determinato la sua emancipazione rispetto alla storia, alle tradizioni e alle consuetudini del suo popolo. Tuttavia, quello che sembrava essere il raggiungimento della libertà estrema, si sta rivelando una schiavitù. L’uomo moderno è “privo di senso”, perché sempre più disimpegnato rispetto a qualsiasi tipo di retaggio culturale o dovere sociale, oltre che uniformato a logiche globali e chiuso intensamente su di sé.

Paradossalmente è proprio l’affermazione di quel fenomeno sistemico e globale che prende il nome di “mondializzazione” ad aver determinato l’accentuarsi della discussione riguardo l’identità. Oggi a proposito se ne parla tanto, ma come spesso accade, in maniera del tutto superficiale e per questo errata. Benjamin Barber ha riassunto lo scontro attorno a questo tema, nella formula “Jîhad contro McWorld”: se da un lato, il progetto di un pianeta sempre più omogeneizzato dal commercio e dalla comunicazione avanza inesorabilmente; dall’altro la risposta, limitandosi alla rivendicazione (anche violenta) di identità fissiste, è del tutto reazionaria e funzionale al progetto mondialista. Per “Jîhad” non si devono intendere solamente i movimenti musulmani, ma tutti quelli che fanno della religione, dell’etnicità e della cultura un concetto chiuso, immutabile e per questo non confrontabile con l’altro; è questo l’errore centrale di quasi tutti i gruppi che si definiscono “identitari”. La volontà di preservare ermeticamente la propria identità ha portato ad un disprezzo generalizzato per le altre (Jîhad), oltre che ad un rafforzamento di quella che De Benoist chiama “l’ideologia dell’identico” (McWorld).

Al contrario, per essere veramente positiva e rivoluzionaria, una politica identitaria deve tener conto di due elementi interdipendenti: il riconoscimento reciproco ed il carattere dialogico. Cavalcando la strada intrapresa da Hegel, Charles Taylor ha elaborato e portato avanti la “politica del riconoscimento”, secondo cui la piena coscienza di sé passa attraverso il riconoscimento dell’altro. Per questo, l’identità non può essere mai monologica, ma sempre dialogica, ovvero modificata e rafforzata dal confronto reciproco. In questo senso, l’io individuale, concepito erratamente nella maniera libertaria come “proprietario di se stesso”, se preso isolatamente, è del tutto privo di significato. L’individuo assume un senso unicamente nel rapporto con gli altri, a partire dalla propria comunità d’appartenenza, la quale rappresenta “l’orizzonte di significati” di cui ha bisogno per regolare le proprie scelte e la propria vita. Per questo l’identità personale, seppur da concepirsi come critica ed attiva, deriva e dipende intrinsecamente dall’identità collettiva di cui si fa parte. Inevitabilmente, allora, se la comunità si disgrega l’individuo è del tutto disorientato e diviene un meccanismo artificiale, perfettamente integrato nelle logiche capitaliste, liberiste e mondialiste, che vogliono fare di lui una merce, scambiabile e sfruttabile a livello planetario.

Il contrario dell’identità è perciò l’omologazione e non, come si potrebbe facilmente credere, l’alterità e la differenza, che sono degli elementi da rispettare e da difendere in una politica veramente identitaria. Come sostiene anche De Benoist: «Riconoscere l’altro implica non solo riconoscerlo come altro, ma anche ammettere che se ci assomigliamo l’uno all’altro è in primo luogo in ciò che ci rende differenti l’uno dall’altro”. Non rispettare il “diritto alla differenza” significherebbe stravolgere, come a volte accade, il significato della parola identità, facendola divenire pretesto di discriminazioni, quali il razzismo e l’etnocentrismo.

Per quello che si è potuto brevemente osservare, l’identità può rappresentare un’arma sia per resistere all’odierna mondializzazione, sia per cascarci con tutte le scarpe. Nella sua accezione rivoluzionaria, tendente alla reciprocità e non alla chiusura su di sé, essa deve essere concepita come dinamica, dialogica, comunitaria, rispettosa delle differenze, ereditata dal passato, ma proiettata verso il futuro. In questo senso, la descrizione migliore per definire l’individuo è quella data da Alasdair MacIntyre, quando parla di “essere narrante”: «La storia della mia vita è sempre inserita nella storia di quelle comunità da cui traggo la mia identità (…) Il che significa in genere, che mi piaccia o no, che ne sia consapevole o no, che sono uno dei portatori di una tradizione». La domanda “chi sono io?”, perciò, non può dissociarsi da quella “chi siamo noi?”. Considerarsi come erede di una tradizione, nel rispetto di quelle altrui ed aperti al confronto con esse, non annulla né limita la propria personalità, ma ne conferisce un senso, capace da un lato di evitare le derive identitarie, dall’altro di frenare i progetti mondialisti.