Fortezza Bastiani: un drappello di soldati, uniformi consunte e fucili spianati, sorveglia il deserto in attesa di un nemico che non arriva. Se solo ci fosse una battaglia, allora le uniformi, i fucili, le lunghe ore di sentinella avrebbero un senso: ma non succede mai niente. È Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati, ma è anche una buona metafora per quello che rappresenta, oggi, il Gay pride. Nel mese del Pride il dibattito pubblico tende a polarizzarsi in maniera prevedibile: discorsi sul buon gusto, l’opportunità, la decenza, oppure rivendicazioni del diritto di sconvolgere i benpensanti. Entrambi gli schieramenti sono, però, autoreferenziali, perché il Pride non ha nulla di particolarmente scandaloso, se paragonato alle vignette di Charlie Hebdo, alla performance «Rhythm 0» di Marina Abramović e in genere all’apparato iconografico di una società che, più o meno consapevolmente, espone la sessualità e il corpo in ogni declinazione possibile, fino alle più estreme. Il muscolo collettivo dell’indignazione è atrofizzato dopo un secolo e passa di sovraeccitazione mediatica, ormai non produce altro che oziosi movimenti di pochi centimetri. Al netto dei toni più o meno teatrali, la questione è minima: da questa parte si è rispettabili ma tutto sommato tolleranti conservatori, dall’altra fantasiosi ma tutto sommato rispettabili progressisti. La manifestazione-Pride ha ben pochi nemici in Occidente: nel senso di figure politiche rilevanti, ma soprattutto nel senso di strutture sociali. Donald Trump in versione arcobaleno, che lo si voglia giudicare più o meno ipocrita alla luce della precedente attività di governo, testimonia se non altro la definitiva collocazione delle istanze LGBT nel campo del politicamente corretto.  

Sopravvive, però, l’estetica del Pride, le parrucche, le calze a rete, la sessualizzazione pervasiva, un assetto da guerra fuori tempo massimo che ha comunque una sua storia, quella dei moti di Stonewall. Lo Stonewall Inn è un bar dalle parti di Greenwich Village, a Manhattan. Un posto poco raccomandabile, luci basse, alcol a fiumi, di proprietà della mafia e, nel 1969, ritrovo di travestiti, transessuali e giovani, squattrinati prostituti. La polizia irrompe nel locale, com’è già avvenuto altre volte. La notte del 28 giugno, però, le cose vanno diversamente: i clienti rifiutano di farsi identificare, alcuni resistono all’arresto, la polizia reagisce coi manganelli. Da qui, due giorni di scontri, che coinvolgono un migliaio di manifestanti. Si tratta, in questo caso per davvero, di un evento sconvolgente: lo stereotipo del gay all’epoca non contempla certo la resistenza violenta.

A detta del poeta Allen Ginsberg, i rivoltosi di Stonewall rappresentano la comunità omosessuale che supera per la prima volta la consueta sottomissione. L’idea del Pride è, in fondo, questa: l’ostentazione di una sessualità atipica, rompendo gli schemi della virilità, diventa segno inaspettato di forza. Il problema è che sono passati cinquant’anni, e il mondo non è più quello di Stonewall. Negli anni ‘70 l’attivismo omosessuale si salda con la rivolta studentesca e il pacifismo, in un attacco diretto non più soltanto alle radici economiche della società borghese, ma alle sue narrative culturali, compresa quella della famiglia e della sessualità monogamica. Negli anni ‘70 i gay vogliono sciogliere tutti, anche gli etero, dalle catene della repressione.   

Una rivoluzione che, a mezzo secolo di distanza, possiamo considerare alla luce di esiti profondamente contraddittori. Da un certo punto di vista, il successo è evidente: di sesso si parla ovunque, il sesso si vede ovunque, «Internazionale» pubblica la rubrica di Dan Savage e l’industria pornografica mondiale, che produce sesso prêt-à-porter, vale 100 miliardi di dollari. Ma adottando un’altra ottica, meno superficiale, ci si rende conto che la liberazione sessuale non ha liberato assolutamente niente. Per capire, conviene dare uno sguardo a uno dei testi fondamentali del movimento studentesco, «Eros e civiltà» di Herbert Marcuse. Partendo da Freud, all’idea della civiltà che reprime il principio di piacere Marcuse affianca il concetto di repressione addizionale: ovvero, la repressione causata dalle forme storiche della civiltà, gerarchica, industriale, capitalista, una repressione attraverso la quale l’Eros viene asservito al lavoro meccanico.

Scrive Marcuse:

corpo e anima vengono ridotti a strumenti di lavoro alienato; come tali possono funzionare soltanto se rinunciano alla libertà di quel soggetto‐oggetto libidico che originariamente l’organismo umano è, e che desidera essere.

Liberare l’Eros, diventa, quindi, un gesto sovversivo di liberazione dalle pastoie della società borghese: il credo della rivoluzione sessuale. Trasferita nel dibattito pubblico, questa idea complessa e controversa rimane a tutt’oggi un semplicistico luogo comune: così come avviene per la leggenda nera del Medioevo, “tutti sanno” che la società è bigotta e reprime il sesso.

L’eretico Michel Foucault, invece, non si accontenta e decide di scavare più a fondo: nel 1976, con «La volontà di sapere», il filosofo francese intraprende un’impressionante ricerca storiografica e sociologica, e infine confuta questa ipotesi repressiva. Il potere non rimuove la sessualità, anzi, la crea, producendo un’infinità di discorsi, a tratti repressivi, a tratti incitatori. Il potere concede il piacere, indaga, gestisce e dirige l’esercizio della sessualità. La rivoluzione sessuale si riduce, per usare il gergo di Foucault, a un capovolgimento tattico interno al potere stesso. Significativamente, Foucault svela anche il retroterra psicologico dell’ipotesi repressiva: seduce perché è semplice, offre una narrativa confortante di opposizione libera e apertura mentale. Una forma di virtue signalling, insomma, che fa pensare a Monica Cirinnà con i suoi sciroccati cartelli. Un altro straordinario eretico, Pier Paolo Pasolini, esprime idee simili:

Oggi la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un’ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità di vita del consumatore. Insomma, la falsa liberalizzazione del benessere ha creato una situazione altrettanto e forse più insana che quella dei tempi della povertà. Infatti: primo risultato di una libertà sessuale “regalata” dal potere è una vera e propria generale nevrosi. La facilità ha creato l’ossessione; perché è una facilità “indotta” e imposta, derivante dal fatto che la tolleranza del potere riguarda unicamente l’esigenza sessuale espressa dal conformismo della maggioranza. Protegge unicamente la coppia (non solo, naturalmente, matrimoniale): e la coppia ha finito dunque col diventare una condizione parossistica, anziché diventare segno di libertà e felicità. (Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari)

È, forse, simbolico che sia Foucault che Pasolini fossero omosessuali, e che entrambi siano precipitati dalla parte oscura dell’Eros: il filosofo francese vittima dell’AIDS, l’intellettuale italiano ucciso, almeno stando alla relativa sentenza, da un ragazzo di vita che aveva tentato di adescare. Guardando al passato dalla collina del nostro presente, ormai sappiamo che Foucault e Pasolini avevano ragione. Compiuta la rivoluzione sessuale, la nostra società non è per questa ragione più equa, umana, autenticamente libera. Il capitalismo non è soltanto sopravvissuto, ma è diventato assoluto, ha cancellato la pensabilità stessa delle alternative. Il lavoro continua ad essere alienante, e precario per giunta. L’infinita proliferazione di merci e l’imperativo a goderne generano insoddisfazione perenne, nei termini di Lacan. La grande industria traffica in sesso come ha sempre fatto con tutto il resto. La famiglia pare essere sotto attacco, sempre più insidiata da nuovi modelli, ma è un’illusione facile da dissipare.

Basta un singolo fatto: Thomas Piketty, nel suo «Il capitale nel XXI secolo», rileva come la proporzione fra ricchezza ereditata e reddito da lavoro sia, oggi, tornata ai livelli di fine Ottocento. Se qualcuno è ricco, di norma lo erano i suoi genitori e lo saranno i suoi figli. La famiglia borghese, dunque, appare più salda che mai: che sia, poi, composta da due uomini e un bambino prodotto affittando un utero, poco cambia a livello di struttura della società, nel senso marxiano del termine. Con buona pace tanto di Mario Adinolfi quanto dei suoi avversari progressisti, il nucleo familiare cosiddetto tradizionale non è un’istituzione cristiana e nemmeno il segno di un moralismo bigotto: è un meccanismo vittoriano che esiste per conservare e accrescere i patrimoni. È interessante notare come alcune delle critiche più lucide a questo “liberismo della sessualità”, col suo inevitabile corollario di mercificazione e sfruttamento, siano venute dal femminismo radicale: ad esempio, la coraggiosa battaglia di Andrea Dworkin contro l’industria pornografica negli anni ‘80. Col passaggio alla terza e quarta ondata del pensiero femminista, invece, rivendicazioni del genere tendono a scomparire: come accade a pressoché tutto l’ambito della sinistra, le riflessioni di largo respiro cedono il passo a una polverizzazione del discorso politico, un lavoro ai fianchi che non si focalizza più sulla critica alla modernità capitalista. L’intento è quello di negoziare spazi particolari di uguaglianza all’interno di una società comunque iniqua: una resa condizionata sottoscritta anche dal movimento LGBT.

Con la consueta schiettezza, il segretario del PC Marco Rizzo commenta così la legge sulle unioni civili:

il problema non è tra omosessuale ed eterosessuale, bensì tra gay povero e gay ricco. Quest’ultimo rimane un privilegiato alle spalle del primo.

Ha ragione. Il fallimento della strategia del compromesso è reso evidente dalle disuguaglianze economiche in Occidente, la cui crescita spropositata rende, nella sostanza, vuoti i diritti civili per larghe fasce della popolazione. I diritti concessi dal potere, ottriati come gli statuti ottocenteschi, si innestano sulla struttura della società senza promuovere alcun cambiamento. Non sorprende che, al netto della lingerie audace, i partecipanti al Gay pride chiedano solo l’ingresso nel modo di vita borghese: matrimonio, adozione. Mentre all’epoca di Stonewall la forma rifletteva, nel bene e nel male, il contenuto, oggi si tratta di un cosplay, trucco di scena: politicamente, gli attivisti LGBT sono veri figli del tempo nostro, per dirla con Guido Gozzano. Proprio nel celebrare visivamente la loro storica alterità, gli omosessuali si normalizzano.

Non per questo, ovviamente, dobbiamo ignorare le condizioni di marginalità che molti fra loro si trovano a vivere. Senza dubbio, avviene che gli omosessuali vengano offesi e assaliti in quanto tali: è cronaca, non qualcosa di cui si possa discutere. Ad essere discutibile, invece, è il concetto semplicistico di omofobia, che in qualche modo isola il fenomeno dal contesto sociale, lo riduce ad unicum. Ma la violenza diretta verso gli omosessuali non è qualitativamente diversa da quella nei riguardi degli stranieri, dei senzatetto, degli anziani soli, dei lavoratori poveri. Sulla base di alcune recenti letture femministe, come la Femme theory, si può sostenere che la categoria dei transessuali, da sempre vulnerabile, sia vittima di una generale tendenza a svilire concettualmente il femminile in tutte le sue manifestazioni. L’errore sta, quindi, nel pensare che i problemi degli omosessuali possano essere risolti chirurgicamente, tramite leggi repressive dai tratti liberticidi, senza intaccare le strutture sociali adiacenti: ma, se la violenza è sistemica, la soluzione deve essere ugualmente sistemica, e deve tradursi nel rifiuto radicale di una società che marginalizza e abbandona, per sua stessa natura, i deboli.

Questo errore di prospettiva è esemplificato bene dall’astio che certe componenti del mondo LGBT italiano riservano al cattolicesimo. L’iconoclastia blasfema che compare occasionalmente è, al tempo stesso, uno degli aspetti più sgradevoli e più anacronistici del Pride. I settori della politica avversi alle rivendicazioni omosessuali sono perfettamente capaci di attaccare pesantemente la Chiesa di Papa Francesco negli ambiti dell’immigrazione e della giustizia sociale: è chiaro che il richiamo alla morale sessuale cattolica sia soltanto una strategia elettorale. Più a fondo, la pretesa dissacrante appare clamorosamente fuori dalla storia in un’epoca che ha già rimosso la categoria del sacro in favore del materialismo assoluto. Anche qui, Pasolini dice tutto il necessario:

Ora, uno dei luoghi comuni più tipici degli intellettuali di sinistra è la volontà di sconsacrare e (inventiamo la parola) de-sentimentalizzare la vita. Ciò si spiega, nei vecchi intellettuali progressisti, col fatto che sono stati educati in una società clerico-fascista che predicava false sacralità e falsi sentimenti. E la reazione era quindi giusta. Ma oggi il nuovo potere non impone più quella falsa sacralità e quei falsi sentimenti. Anzi è lui stesso il primo, ripeto, a voler liberarsene, con tutte le loro istituzioni (mettiamo l’Esercito e la Chiesa). Dunque la polemica contro la sacralità e contro i sentimenti, da parte degli intellettuali progressisti, che continuano a macinare il vecchio illuminismo quasi che fosse meccanicamente passato alle scienze umane, è inutile. Oppure è utile al potere.” (Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane)

Cosa rimane, quindi? Il movimento omosessuale è stato fra i molti uccisori della sinistra. Uccisore involontario, certo, ma comunque tale. Le possibilità di raccogliere nuovamente sotto uno stesso tetto, se non ideologico quantomeno politico, le istanze anticapitaliste sono minime, specie ora che queste istanze deflagrano dalla sinistra extraparlamentare alla destra sociale, al sovranismo. Quanto al Pride, ci chiediamo cosa sia davvero. Una fra tre cose: una rievocazione storica, quindi polverosa e nostalgica, svuotata di prassi politica; un anacronismo, come i soldati giapponesi che, sperduti sulle isole del Pacifico, combattono per decenni una guerra finita, perduta, sbagliata; la marcia di un’associazione di categoria, come potrebbe essere un sindacato o la Confagricoltura. In quest’ultimo caso, però, si scolorano tutte le pretese di radicalità, si perde tutta la dimensione dei diritti fondamentali. Al Pride si può andare in tanga, certo, ma sarà sempre come portare giacca e cravatta. I Tartari di Buzzati non arriveranno mai dal deserto, perché tutto è deserto e non è rimasto niente di diverso da difendere, a parte i feticci di una battaglia ipotetica. Dieci anni dopo «Eros e civiltà», Marcuse pubblica un altro saggio, «L’uomo a una dimensione». Da lì queste parole, buone per descrivere non solo il Pride, ma molto dell’attivismo politico ai nostri tempi:

L’indipendenza del pensiero, l’autonomia e il diritto all’opposizione politica sono private della loro funzione critica in una società che pare sempre meglio capace di soddisfare i bisogni degli individui grazie al modo in cui è organizzata. Una simile società può chiedere a buon diritto che i suoi principi e le sue istituzioni siano accettati come sono, e ridurre l’opposizione al compito di discutere e promuovere condotte alternative entro lo status quo.” (Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione)