Sono passati solo pochi mesi da quando la magniloquenti immagini di La grande bellezza di Paolo Sorrentino hanno incantato mezzo mondo, facendo guadagnare al regista e all’Italia un Oscar che mancava dai tempi di La vita è bella, con un prevedibile quanto nazionalistico carro dei vincitori su cui sono saliti più o meno tutti, e soprattutto chi il film non l’aveva visto. La “grande bellezza” di Roma, delle sue piazze, dei suoi monumenti, delle sue terrazze, dei suoi cortili nascosti, non è mai stata in discussione, e non lo sarà mai. Tuttavia, come scrive Christian Raimo su Internazionale: “Il fatto è che se uno vuole capire questa città, almeno deve riconoscere quest’assunto: che di città ne esistono due, e non parlano la stessa lingua”. Ce l’aveva fatto vedere, poco più di un anno fa, Francesco Rosi con Sacro GRA. Prosegue Raimo: “In una si vive se hai i soldi, se puoi permetterti degli affitti alti, di pagarti un parcheggio mensile per la macchina eccetera. Nell’altra puoi sopravvivere, non succede niente, la sera gli unici posti illuminati sono i bancomat, è tutto un mortorio almeno fino a quando non scoppieranno i riot urbani”.

 Quello che sta accadendo in questi giorni a Tor Sapienza, dove la caccia al capro espiatorio si è impadronita anche della sfera simbolica, oltre che di quella reale, è paradigmatico: la trama è sempre la stessa, quella che vuole la violenza del “cittadino comune” e “residente” – che, in quanto tale, ha una sorta di diritto ontologico di prelazione su tutto quanto sussiste sul suolo italiano – sminuita e, il più delle volte, giustificata, soprattutto a mezzo stampa. Oltre al segno inequivocabile del fatto che in gran parte del popolo italiano vige la cultura del sospetto, della razza, del “negro che delinque per natura”, Ciò che è acca­duto nella bor­gata romana di Tor Sapienza costi­tui­sce un pre­ce­dente assai grave. Non si tratta di buonismo: in Italia, soprattutto nei grandi centri urbani, il problema esiste eccome. Eppure, incappucciarsi, lanciare pietre e petardi e gridare “bruciamoli tutti”, non aiuta di certo a risolverlo questo problema.

La notte del 18 set­tem­bre scorso, alla Marranella, quartiere romano del Pigneto-Tor Pignattara, un diciassettenne romano ha massacrato a calci e pugni il ventottenne pakistano Muham­mad Sha­h­zad Khan, assassinandolo. Poco dopo, qualche centinaio di persone ha improvvisato un cor­teo di soli­da­rietà verso il gio­vane arre­stato, pronunciando anche la formula magica “que­sta è guerra tra poveri”, accanto a cui sono puntualmente comparsi car­telli quali “Viva il duce” e “I negri se ne devono andare.” Il pericolo che si corre è dunque doppio: da una parte la strumentalizzazione confezionata ad arte dal blocco politico-mediatico, rischia – sotto la narrazione mainstream della “disperazione” e quella apparentemente non-razzista della “guerra tra poveri” – di non tenere presente che dietro ad un nodo problematico reale, vi sia una certa dose di opportunismo politico di gruppi neo­fa­sci­sti e figure dell’estrema destra capitolina, che tendono costantemente a strumentalizzare il disa­gio, deviandolo verso gli alieni. Dall’altra, il buonismo di tutta quella sinistra veltroniana e rutelliana, chiude gli occhi di fronte ad anni di inesistenti poli­ti­che sociali, che, fino a prova contraria, hanno pro­dotto nient’altro che un incremento della ghet­tiz­za­zione e del degrado urbano dell’hinterland. Si pensi semplicemente ai sette campi Rom che circondano il Grande raccordo anulare e allo stato in cui versano.

Che piaccia o meno, la struttura urbana di Roma è lo specchio di un progetto consapevole delle amministrazioni romane, che ha sempre anteposto agli interesse del popolo quello dei palazzinari, i veri padroni di questa città. Tradotto: prima si fanno le case, poi si pensa al resto. Non è un caso, infatti, che le lungimiranti legislature sinistroidi abbiano sempre riqualificato aree come villa Borghese che, seppur splendida, è in pieno centro. E tutto il resto? Cosa si è fatto per tutto il resto? Purtroppo, finché l’idea dominante di città sarà quella dicotomica centro/periferia, prevarrà anche una mentalità intrisa di classismo. Che piaccia o meno.