“Il giornale è la preghiera laica del mattino dell’uomo moderno”: così Hegel descriveva una delle pratiche irrinunciabili del tempo, abitudine che “permette di situarci quotidianamente nel nostro mondo storico”. Con il progredire della tecnica, i mezzi che consentono di percepire la storicità di cui parlava Hegel sono via via cambiati (giornali, radio, televisione, diffusione web) e la modifica dei mezzi materiali – hardware – ha richiesto per necessità anche una trasformazione del modo di testimoniare il mondo storico. Oggi la “preghiera laica” citata, un tempo circoscritta al mattino, è ripresa e recitata live ad ogni ora del giorno: la sacralità è divenuta fanatismo e del giornale hegeliano rimane solo l’“involucro vuoto”.

Alla luce di questo, sempre più nell’epoca di ’internet siamo investiti da questioni storico-politiche condensate in singoli termini, ormai meri slogan, come “populismo”, “conservatorismo”, “euroscetticismo”, “liberalismo”, “nazionalismo” e quanto mai “democrazia”.

Roger Scruton

Troppo spesso la linea politica del conservatorismo è scambiata per “esclusionismo” irrazionale, rozzo e incapace di guardare all’innovazione. Roger Scruton nel suo Manifesto del Conservatorismo si fa carico di esporre in maniera strutturata e fondata questa corrente, facendo chiarezza. Il nucleo di essa sta nel pensiero che la tradizione conservi valori più razionali rispetto a quelli che derivano da un impianto politico di matrice giacobina, volto a eliminare tutti i retaggi particolari e autoctoni per far predominare il generale indistinto.

Edmund Burke, noto pensatore conservatore e, per alcuni aspetti, precocemente romantico, scrisse in “presa diretta” durante la rivoluzione francese che il pensiero razionalistico giacobino imponeva corsi d’azione differenti ed estranei a quelli che il popolo riusciva ad accogliere e dei quali aveva bisogno. Il pensiero razionalistico si configura sotto quest’ottica, dunque, come un’imposizione violenta di una legge che viene “dal di fuori”. Il caso della Vandea, tra il 1793 e il 1796, è la conseguenza della condizione di una popolazione non ascoltata dall’illuministico e unidirezionale corso d’azione dei giacobini.

Le guerre di Vandea

Il ripudio verso l’idea di Nazione intesa come “identità autoctona e tradizionale” nasce con i Trattati di Versailles con cui si sancì la pericolosità degli stati nazionali; nacque così un ente precursore del sovranazionalismo: la Società delle Nazioni. Il visionario Keynes in Le Conseguenze Economiche della Pace, scrive che implorò i firmatari di non imporre alla Germania sanzioni come la demilitarizzazione della Renania, la requisizione dei bacini della Ruhr o le pesantissime riparazioni monetarie: non lasciavano intravedere un piano di ripresa e anziché garantire una pace duratura, avrebbero solo provocato ulteriori conflitti e malignità. I suggerimenti di Keynes rimasero lettera morta, tanto che egli si dimise dall’incarico di delegato del Cancelliere dello Scacchiere britannico.

Il mantra transnazionale dei liberali di sinistra è l’inaffidabilità degli stati nazionali in quanto portatori di guerre. A ciò si può obiettare tuttavia che di guerre l’Unione Europea, nelle sue varie forme, ne ha portate (almeno) due: si pensi all’Ucraina e alla Jugoslavia. Ne è un ulteriore esempio la vicenda, scoperta dalla poliziotta Kathryn Bolkovac, sul traffico sessuale in Bosnia.

Se non ci si abbandona alla tendenza semplicistica di scambiare il conservatorismo con il nazionalismo totalitario, si può apprezzare l’intento squisitamente romantico della corrente conservatrice, cioè quello di salvaguardare la vita e la vitalità: solo non vedendo la morte come quel nulla assoluto da ritardare il più possibile si riesce a dare dignità all’essente. Il conservatore si propone quindi di affrontare temi di rilevanza sociale come l’eutanasia e l’aborto senza ricorrere a leggi-guida (staccate dal concreto tanto da sembrare “caciocavalli appisi”, come Labriola definì le idee platoniche) di cui si possa poi abusare, mortificando la capacità critica e la pratica di giudizio.

Scruton sposta il punto focale dalla morte all’amore:

Se le persone verranno mantenute in vita da cure mediche oltre il punto dove l’amore finisce e poi eliminate dalle stesse cure secondo un piano deliberato per sbarazzarsene, vivremo un’erosione costante del senso della vita.

Il paradigma dunque non è quantitativo ma qualitativo. Sempre valido è, inoltre, l’esempio proposto dal Manifesto dell’allevatore nazionale, il quale nutre e ingrassa il suo bestiame in pascoli adatti, con senso di responsabilità, per poi utilizzare procedure quasi “sacrificali” e non da catena di montaggio (quantitative appunto) nel momento in cui lo farà macellare.

Il risultato dell’aggressione del WTO (World Trade Organization, nda) alle giurisdizioni nazionali è evidente ovunque: dall’annientamento delle economie agricole locali da parte di multinazionali del settore; nella violazione di leggi sulla proprietà e sulle barriere all’emigrazione; nei crescenti diritti di proprietà terriera di chi non è vincolato a difenderla contro un’eventuale invasione; nel controllo di servizi fondamentali di un paese da parte di persone che sono cittadini di un altro.

Dai media, dendriti di un nucleo transnazionale, oggi si trae l’idea di ciò che Scruton definisce oicofobia (Oikos, dal greco “casa”, “nucleo famigliare”): questa

E’ l’esatto opposto della xenofobia, […] che significa (ampliando un po’ l’accezione greca) avversione per la propria casa e per il proprio retaggio

«E’ facile – scrive Scruton – che chi difende la prima persona plurale della condizione di nazione, per quanto accennandovi in modo sfumato e tono leggero, sia tacciato di essere fascista, razzista, xenofobo, nostalgico […]». E ancora: «Tutto ciò che è essenziale e grande è scaturito unicamente dal fatto che l’uomo aveva un focolare ed era radicato in una tradizione».

Secondo Scruton l’uomo è leale a un territorio e a un common law, ovvero a un diritto consuetudinario che nasce da quel focolare heideggeriano, che valuta il caso specifico e se ne fa carico, che non si spoglia della propria tradizione per privilegiare un “Si” impersonale. L’uomo in quest’ottica deve riscoprire la dimensione dell’abitare lungo i fiumi: è l’ambiente a richiamarlo ad abitare vicino a sé, l’uomo sta in ascolto di esso, ma se l’è dimenticato.

Abitare è con ciò aver cura del proprio spazio, essere in rapporto con lo spazio, colmare lo iato artificiale tra il progetto, il costruire ed infine l’abitare

Un corpo di regole non fondate sulle circostanze non produce ragioni della nostra appartenenza politica, storica, territoriale. L’estrinsecità normativa inoltre non genera responsabilità del governante nei confronti del governato; se invece il rappresentante è responsabile nei confronti del rappresentato, quest’ultimo nutrirà fiducia nei confronti del primo.

Hobbes riteneva che le guerre fossero il “banco di prova” di una nazione, cioè della disponibilità del popolo a sacrificare il proprio privato in nome di una lealtà più ampia e collettiva. Quanti oggi farebbero lo stesso per l’Unione Europea?

Riempire il mondo di diritti vuol dire riempirlo di doveri e, di conseguenza creare un fardello sempre più pesante, intollerabile ed eventualmente contraddittorio, di cui sia i cittadini in generale sia il governo – che è il loro capro espiatorio preferito – non possono liberarsi.

Stando a queste considerazioni, sicuramente incomplete e tutt’altro che risolutive, ciò che un’entità sovranazionale sembra garantire è la liquidità sociale, per usare una celebre espressione coniata dal sociologo Zygmunt Bauman, la perdita del rapporto con la natura, la continua richiesta di nuovi diritti. Le sinistre odierne sembrano incolpare il popolo di non saper scegliere correttamente nel momento in cui esso guarda alla propria lealtà territoriale, alla propria tradizione o, per far riecheggiare Heidegger, quando comprende che è l’abitare del luogo a determinare il costruire in quel luogo. Dunque, il senso di questa riflessione è l’invito a non scartare a priori l’idea di inventariare la nostra eredità (nazionale, territoriale, storica, dialettale) e farcene di nuovo carico.