Dopo sessantacinque anni non abbiamo ancora capito qual è il senso della nostra Costituzione. Il risultato di quegli sforzi, di quei sacrifici e di quei compromessi da cui nacque il testo costituzionale italiano e dei quali siamo noi tutti figli, dov’è finito? Dov’è finito il rispetto per quei valori e quei principii imprescindibili decantati a parole e vilipesi nei fatti? E la loro attuazione, dove si è persa? Dove si è persa la memoria della genesi della Costituzione e, in definitiva, delle nostre origini?

Abbiamo perso tutto nella politica scadente dei Palazzi, dei compromessi storici e delle larghe, anzi larghissime intese. Tutto abbiamo perso nella gara al voto in più, al seggio in più, alla poltrona in più; e abbiamo perso tutto nelle chiacchiere politiche al bar e da bar, nelle tifoserie politiche in cui è degenerato l’essere di destra o di sinistra. Abbiamo perso tutto con l’idea – piuttosto infantile a dire il vero-  di destra e di sinistra, e con i bandieroni sventolati con orgoglio e convinzione in piazza prima di tornare, a sera, a sedersi davanti al televisore. Abbiamo perso molto anche con quelle critiche, trasversali e onnipresenti, alle iniziative politiche: critiche spesso avanzate senza fondamenta e per il semplice gusto di poter dire che si stava meglio quando si stava peggio. Molto abbiamo perso anche in quel decennio circa in cui per le idee infantili di cui sopra ci si sparava e ci si uccideva, alimentati e fomentati da chi certe idee le predicava solo per quel voto in più, per quel seggio in più, per quella poltrona in più, o da chi a fine giornata recitava una preghiera al cospetto del proprio Dio onnipotente nei Cieli ed era a posto con se stesso.

Abbiamo perso tutto nella totale, parziale o tardiva mancanza di applicazione della Costituzione, trattata come carne dimenticata dentro il congelatore.

Il lascito dei nostri costituenti- cioè di chi lottò più o meno apertamente contro il totalitarismo e a favore della democrazia- si è oggi definitivamente perduto, così come si son perduti la fiducia e l’idealismo nella politica stessa. Si è perduto quel lascito che fu l’insegnamento al compromesso. Spesso a riguardo si è sottolineata, con un certo tono dispregiativo, la natura di compromesso della nostra Costituzione, come se essa fosse un limite, senza però ricordare la lezione di Hans Kelsen, secondo cui la democrazia è nella propria stessa definizione compromesso tra forze antagoniste.

Ma ecco, quel che è peggio è la deriva che tutto questo perdere e tutto questo dimenticare hanno avuto. La deriva è stata una tinta. Sì, una tinta.

La Costituzione è diventata rossa. Come un panno messo inopportunamente in lavatrice,  la nostra Costituzione è stata consegnata in bianco vergineo ed è stata resa di rosso stinto, divenendo una bandiera delle Sinistre, dei Socialismi, a tratti dei rivoluzionarismi: questa è l’offesa maggiore che Le si potesse perpetrare. Non perché essa sia nata come Carta di destra estrema- anzi, ha una natura espressamente antifascista e democratica- né (almeno unicamente) di destra moderata a dire il vero; la realtà è che il testo costituzionale dovrebbe essere apartiticità per eccellenza, principio generale ispiratore di un determinato Stato e delle attitudini della sua intera popolazione. Dovrebbe, il testo costituzionale, imporsi sulla dialettica politica, essere l’anima dello Stato, Legge fondamentale nelle cui parole tutti possano rispecchiarsi, riscontrandovi un intimo senso di appartenenza ai valori propugnati. Ecco perché, in definitiva, la tinta applicata alla Costituzione- sia essa di qualsivoglia colore – rappresenta un’offesa alla Costituzione stessa: perché essa alimenta un dibattito politico squallido ed arrivista, a palese scapito dei valori e delle esperienze collettive di Resistenza di cui la tinta stessa si vorrebbe dimostrare essere portatrice.

E noi, popolo elettore e Sovrano, abbiamo una grandissima- ma spesso dimenticata- arma, un grandissimo scudo a difesa della Costituzione, dal cui possesso ci derivano altrettanto grandi responsabilità. Non dimentichiamoci mai che il tribunale nel quale noi siamo giudici è la cabina elettorale.