Il parto, il travaglio, la dipartita. Il patimento della vita racchiusa in queste tre parole è la rappresentazione di un viaggio. Anzi, del viaggiare. C’è un’idea di sofferenza dietro questa parola. Trip dal latino “tripalium”, un orribile strumento di tortura di tre assi a cui venivano legati i condannati a morte, da cui to travel. C’è la morte, appunto, dietro la partenza. “Pars”, farsi parte, separarsi e quindi dipartire, morire. Ma anche rinascere, “parere”: partorire. Il viaggio come un parto dopo la morte, uccidere il proprio sé per rinascere rinnovati, alla ricerca della “canoscenza” come l’Ulisse di Dante. Viaggiare, dall’occitano viatge, discendente dal “viaticum”, la provvista necessaria per mettersi in viaggio. Il viaggio si confonde dunque con ciò che lo rende possibile, ciò che lo alimenta.

Sin dalla sua nascita, viaggiare è stato sinonimo di scoperta della diversità, dell’Altro da sé, o di martirio – pensiamo all’Ebreo errante – ma dagli albori della modernità ai giorni nostri ha subito un cambiamento radicale. Il viaggio è stato ucciso proprio nel momento in cui abbiamo iniziato a viaggiare di più. La nostra sete di conoscenza, la nostra curiosità alimentata dalla tecnologia, ha pregiudicato per sempre l’esistenza di una categoria umana millenaria: il viaggiatore.

Foto di Roger Minick

Il viaggio letterario – l’ultimo che ha segnato questo spartiacque è stato proprio un preludio ai futuri non-viaggi; quello nel “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad, quel rovinoso cadere nell’oscuro animo umano durante una spedizione nel cuore dell’Africa. Da allora, lo Spazio, come il Tempo, si è esaurito. Ogni giorno, viaggiamo su linee temporali e luoghi spaziali diversi grazie ai nostri smartphone; niente ci è più inaccessibile né desiderabile. Come scrive Gianni Celati,

il visibile è sempre il già visto, il dicibile sempre il già detto […] D’ora in poi possiamo anche vivere senza nuove visioni del mondo.

Si può tuttavia viaggiare nelle pieghe di ciò che è stabilito, negli interstizi della realtà che ci viene offerta come Franco Arminio nel “Mediterraneo interiore” degli Appennini abbandonati, oppure in quegli spazi di alterità del nostro presente, come chi decide di avventurarsi nelle periferie delle metropoli.

Sganciandoli dallo status di “figure retoriche” a cui sono ridotti, i luoghi devono poter tornare ad offrire quello che Manganelli durante un viaggio in Africa chiamava “un invece”, e che già Montale vagheggiava («Un imprevisto è la sola speranza»). E il turismo? Cosa pensarne? Bisogna disprezzarlo? O compatirlo?

Come capita spesso, durante le insonni discussioni nei laboratori del Bestiario, finiamo per contraddirci e per stupirci, beati noi, della nostra ingenuità. Un numero sul viaggio ci sembrava una faccenda da sbrigarsi in qualche settimana, forti nel voler disintegrare il turismo di massa, i viaggi organizzati, i villaggi turistici, e invece ci siamo ritrovati a recitare la caricatura di noi stessi, trovandoci in disaccordo con i nostri pregiudizi. Siamo partiti dall’idea che il turismo fosse una pratica culturale di un tempo buio sopra la quale noi vegliavamo dall’alto, con i nostri viaggi a piedi, in posti rari, incomprensibili forse per chi cerca nel viaggio un momento di relax e delle “belle vedute”, per arrivare a comprendere che l’odiato turismo è in realtà una condizione antropologica e sociale totale, che attraversa tutti gli aspetti del nostro quotidiano, da ciò che vediamo a ciò che desideriamo; è, in definitiva, un valore, forse addirittura “il” valore del nostro tempo, per cui possiamo a ragione parlare della nostra come dell’età del turismo – pensiamo al “terrorismo turistico” degli ultimi anni, con i casi del Museo del Bardo di Tunisi, l’hotel in Mali, il resort sul Mar Rosso e dell’attacco a Sultanahmet nel cuore di Istanbul.

Questa industria – definita la più pesante del XXI secolo – è dotata di un preciso e sempre in espansione apparato produttivo, che coinvolge gli ambiti più disparati, dalla manifattura di souvenir al settore dei servizi quali pubblicità e agenzie, dal settore edile a quello pesantissimo dei trasporti, da quello alberghiero a quello stradale, sconvolgendo anche la geografia di intere aree urbane o paesaggistiche con tanto di dormitori per turisti o per impiegati turistici, come le industrie manifatturiere di due secoli fa.

Foto di Roger Minick

A differenza del viaggio i cui confini temporali a guardar indietro appaiono più diafani, il turismo ha ufficialmente una data di nascita. Il 5 luglio 1841, il filantropo inglese Sir Thomas Cook organizzò una gita di 11 miglia (circa 20 chilometri) da Leicester a Loughborough per spezzare la monotonia estiva del proletariato inglese classe 1800. 570 individui della low class, tra operai lanieri e semplici devoti anglicani, a bordo di scomode carrozze di terza classe, ottenevano con uno scellino un pacchetto turistico di tutto rispetto: partenza in mattinata, pranzo, accompagnamento musicale, “uno spettacolo di gran gala” e rientro in giornata. Da 570 inglesi a 1326 milioni di persone in tutto il mondo (indice turismo internazionale, UNWTO 2018 ) in poco più di 150 anni; la Thomas Cook Airlines oggi conta due compagnie aeree con una flotta di 97 velivoli, 2.926 punti vendita, 32.722 dipendenti, oltre 20 milioni di clienti annuali e serve le principali località di vacanze del globo.

La mega industria turistica è andata, nel corso di questo secolo, ad occupare il posto lasciato vacante dalla de-industrializzazione occidentale, sfruttando le risorse storico-culturali-paesaggistiche ed estraendone profitto come da una grande miniera d’oro, addirittura da giacimenti culturali invisibili come, ad esempio, il Carnevale veneziano. Una grande miniera d’oro che nasconde però i suoi impatti devastanti, a cominciare da quello ambientale (inquinamento e sfruttamento dissennato delle risorse), socioculturale (standardizzazione del gusto e conflitti tra residenti e turisti) ed economico (inflazione, lavori stagionali e precariato) in nome dell’immateriale – un’alba a Machu Picchu, un pranzo sul vulcano, il safari nella savana.

Foto di Roger Minick

Se pensiamo che il cinque per cento dell’anidride carbonica mondiale è prodotta dal solo trasporto aereo a scopo turistico o che le città di Phoenix e Los Angeles tra qualche anno non avranno più accesso all’acqua potabile a causa del sovrasfruttamento del fiume Colorado da parte di Las Vegas, viene naturale storcere il naso. Se del turismo come pratica universale con pesanti impatti sul mondo non ne percepiamo la realtà è perché il turismo ha subito e continua a subire metamorfosi e cambi di prospettiva. Nell’Ottocento il Grand Tour in Italia era un’esperienza indispensabile per i giovanotti della nobiltà francese ed inglese ma, alla fine del secolo, questa pratica si è espansa anche tra i figli della neonata borghesia; nel corso del Novecento il turismo come pratica sociale di classe si è finalmente allargata al proletariato, con la conquista delle ferie pagate e i viaggi low cost, sancendo ufficialmente il passaggio dal “fare un viaggio” al “prendersi una vacanza”. Ed è proprio partendo da questa metamorfosi che possiamo azzardare una, seppur contenuta, critica del turismo.

Come abbiamo visto, il viaggio è conoscenza, è dimenticarsi, svuotarsi per accogliere l’altro, il nuovo. Nascendo da una precisa situazione socio-economica, il turismo ha progressivamente sostituito al conoscere il “riconoscere”. L’esigenza del turista sembra essere quella di confermare le proprie aspettative, far avverare il sudato sogno senza rischiare: praticamente, il turista “vede” ciò che “va visto”, non cercando l’autenticità ma la sua rappresentazione. Il bisogno inconscio del turista in viaggio è quello di interfacciarsi con un sistema di segni che lo aiutino a capire la nuova realtà in cui si trova. Per questo necessita delle riduzioni simboliche del luogo che sta visitando.

Con le guide turistiche prima, con i portali di recensione su web come Tripadvisor poi, il turista anela a trovare il segno di ciò che va visto e riconosciuto (“vale il viaggio” cit. Michelin): il “marker” turistico. Esempi di marker possono essere i monumenti, i musei, un buon ristorante tradizionale, ma anche una vista mozzafiato, un’esperienza locale, un piatto tipico. Oltre a ciò che è “pittoresco”, il marker turistico oggi può essere prodotto e pubblicizzato anche dalle multinazionali, come lo store Apple di Milano o i negozi Eataly nel mondo.

Quando il pittoresco e il sovranazionale si incontrano, nascono gli Hard Rock Cafè, esempi di marker tipicamente glocal (global local). L’importante è l’esperienza: comoda, veloce, senza sbavature, senza sorprese. I sightseeing bus, comunemente conosciuti come i bus rossi aperti “Hop on-off” hanno tutte le caratteristiche di questo nuovo modo di visitare una città, grazie a un tour di qualche ora per vedere il vedibile dietro un vetro: chiuso e isolato dal resto del mondo, protetto da cattivi odori, dotato di guida in lingua e aria condizionata, insonorizzato all’interno ma con la possibilità di “entrare” nel mondo accedendo al piano scoperto. La città è pret-à-porter. La realtà deve quindi riprodurre il già visto, il già letto, pensato e immaginato, riconoscendo il proprio pre-giudizio in modo confortevole. Siamo ben lontani dal patimento del viaggio, dell’odio verso un luogo necessario per amarlo, di cui ci racconta Bouvier.

Il turismo è in definitiva una pratica che definisce la nostra società e la classifica in base al rapporto che vi intratteniamo, creando una vera e propria “gerarchia del disprezzo”, come spiega Marco D’Eramo. Nessuno ha in verità coscienza del proprio status e dunque del suo modo di viaggiare; si disprezza ciò che non si è e non si fa. Il turismo di massa non ha colpe, è il frutto insapore di un’epoca che ha cambiato il gusto di chi viaggia, in nome dell’intrattenimento e dell’appeal di un luogo, e ça va sans dire della vanità e della competizione.

In copertina: “Un treno per Marte” di Mario Damiano. Abbonati subito o acquista l’ultimo numero

L’élite economica e culturale per contro ha sempre cercato strade meno battute dal popolo, a volte inarrivabili, in luoghi incontaminati e resi rari per costi e disagi. Chi può permettersi infatti di mettersi in pericolo o passare lunghi periodi fuori casa è colui che può sospendere il problema del lavoro dalla propria vita. C’è chi invece al contrario viaggia per rendersi più appetibile per il mercato, utilizzando il viaggio come un capitale culturale da inserire nel curriculum; non a caso sempre più spesso si sentono espressioni come:

mi sono fatto il Vietnam e il Laos, ora mi farò il Sud-America.

Il turismo differenzia quindi il proprio tempo in tempo libero dal lavoro, per ricostruire la forza-lavoro e allo stesso tempo creare un segno di distinzione sociale, e in un tempo liberato dal suo valore d’uso, dalla sua utilità. È qui che il sedicente viaggiatore si inscrive, o tenta di inscriversi, andando alla ricerca del marginale, dei retroscena degli Stati, vagabondando senza bussola e senza tempo, distinguendosi così da chi invece è costretto, e felice, a muoversi in un pacchetto spazio-temporale definito.

Ma la condizione turistica è una condizione da cui è ormai impossibile evadere; siamo turisti ventiquattro ore al giorno, dalle nostre vite in città fin nei nostri pensieri. E ciò che ci rende tali e ci unisce universalmente è la malinconia. Questa spasmodica ricerca di ciò che è autentico nel nostro quotidiano come nei nostri viaggi; in ciò che mangiamo, in ciò che vediamo, nelle esperienza che facciamo, e che ci porta a voler dimostrare persino la nostra esistenza scattandoci un selfie, il marker della nostra presenza nel mondo.  

Siamo condannati all’illusione di trovare un’intima, personale, sensazione di autenticità che viene puntualmente delusa quando incontriamo chi, come noi, nutre lo stesso bisogno: l’altro turista. Nell’istante in cui ci si ritrova a vivere la stessa condizione, ecco che la nostalgia di qualcosa andato perduto ci assale, una nostalgia temporale di un istante in cui non eravamo e di un presente che ha già smesso di esistere, per farsi passato. Continueremo a spostarci alla ricerca dell’incontaminato, del selvaggio, dell’inalterato, ma la nostra stessa presenza farà svanire il sogno: se ci siamo arrivati noi, arriveranno gli altri. Chissà se un giorno smetteremo di spostarci, o se ci ritroveremo soli a vagare per il silenzioso universo alla ricerca di un posto non ancora scoperto. Soli, nell’universo. Magari marciando sulla superficie rossa di Marte, per scoprire un nuovo, mozzafiato paesaggio ai confini del pianeta, sapendo che tuttavia non occorreva andare così lontano, in altri luoghi, ma essere altre persone.


Per gentile concessione della redazione pubblichiamo in esclusiva l’editoriale tratto dall’ultimo numero della rivista strapaesana il Bestiario degli italiani.