di Daniele Frisio

 

Nel dibattitto contemporaneo attorno al potere, nel campo di chi si pone in maniera antagonista rispetto al sistema vigente si consolida sempre più la tendenza ad identificare il “nemico” secondo lo schema del grande complotto internazionale ai danni della popolazione. Vi sarebbe cioè un Potere “burattinaio” che tira i fili dietro al potere visibile: alle sue macchinazioni nulla può sfuggire ed ogni cosa accade secondo un piano prestabilito vuoi dalla massoneria, vuoi dal giudaismo internazionale, vuoi dai rettiliani di turno.

Naturalmente prendere le distanze da questo tipo di logica, non deve significare in alcun modo sottomettersi alla retorica del potere che etichetta come populista o, appunto, complottista chiunque si ponga in radicale contrapposizione al sistema. Non si può infatti negare l’esistenza di strutture quali la trilaterale, il peso di famiglie come i Rothschild e di banche come la Goldman Sachs, o più in generale il fatto che oggi la politica gestisca un fetta solo minoritaria del potere reale. Il problema sorge quando da questi fatti si arriva alla conclusione che qualcuno conosca effettivamente gli esiti finali dei processi in atto.

Il punto è proprio questo: società segrete, alta finanza, le grandi strutture internazionali, non fanno altro che tirare acqua al proprio mulino, certo, per lo più sulle spalle degli altri, ma non per questo bisogna arrivare alla conclusione che ci sia un timoniere al comando che ci stia portando verso chissà quale destino. E’ esattamente il contrario, semmai: l’immagine che dobbiamo imprimerci è piuttosto quella di una imbarcazione totalmente alla deriva.

Non è un caso che capitalismo e anarchia siano ideologie sorelle, talmente simili da poter essere scambiate come gemelle: entrambe hanno infatti una radice libertaria che comporta una riduzione dello Stato alle sue funzioni minime (quando non alla sua distruzione), entrambe abbracciano il mito dell’individuo e si risolvono in un sostanziale rifiuto per l’autorità e una visione comunitaria della vita e della politica. Autori liberali come R. Nozick hanno parlato apertamente di anarco-capitalismo per definire questo tipo di sistema sotto le cui insegne l’umanità dovrebbe appunto raggiungere il più alto livello di libertà personale, intesa come assenza di regole sociali “invasive”.

La tendenza che oggi predomina è estremamente aderente a questo modello e la vediamo all’opera soprattutto nella nostra Europa, in cui, col pretesto della crisi, si va smantellando il risultato di decenni di lotte sociali e il cosiddetto “welfare state” (che altro non è se non lo stato sociale), in nome della liberalizzazione. Intendiamoci: lo Stato, specie in Italia, è spesso sinonimo di inefficienza e malcostume, ma siamo sicuri non sia un problema da affrontare su un piano storico, culturale ed educativo  piuttosto che su quello economico? Ai posteri l’ardua sentenza.

Attenzione allora a non farsi trarre in inganno dalla seducente (in quanto più immediata..e infondo anche più rassicurante) tentazione di interpretare la realtà come il frutto di un’intelligenza costantemente all’opera dietro le quinte: il rischio è quello di rivolgersi contro lo Stato proprio nel momento in cui esso va maggiormente sostenuto, in quanto ultima barriera di ordine che separa dal caos di un sistema alla capricciosa mercè dei mercati.

Alla stadio attuale non possiamo e non dobbiamo credere che il nemico principale oggi sia il controllo, ma piuttosto la sua assenza nei settori strategici.