Straniero, extracomunitario, immigrato, clandestino, sono, queste, alcune delle tante espressioni di lingua italiana che, specialmente negli ultimi decenni, invadono con estrema prepotenza il gergo quotidiano d’ogni uomo ed, in particolare, la retorica consueta della scena politica nazionale ed internazionale. Talvolta queste specifiche espressioni assumono accezioni positive, altre volte (spesso) negative, altre vengono utilizzate in maniera corretta ma, altre ancora, in modo del tutto fuorviante o strumentale. Nell’ultimissimo sorcio di tempo, ad esempio, all’interno della scena politica italiana, il tema relativo al clandestino, all’extracomunitario o allo straniero in generale, é divenuto la colonna portante, l’ossatura costitutiva, del dialogo propagandistico di certe espressioni politiche. Tuttavia, la tematica in questione non ha assunto una posizione di rilievo e di centralità soltanto in un contesto multiculturale (figlio della globalizzazione del pianeta) come il nostro, ma, nella storia, anche nell’antichità (e proprio nel contesto di nuclei sociali più ristretti e meno cosmopoliti rispetto al nostro, come quelli del passato), ha assunto note d’estrema importanza. L’espressione “straniero”, infatti, é d’antichissima origine, etimologicamente deriva dal corrispettivo latino “extraneus”, che, letteralmente, si riferisce a qualcosa di estraneo, di altro, di esterno. I sentimenti di terrore e di diffidenza che, nella storia, spesso, gli uomini hanno assunto nei riguardi dei cosiddetti stranieri, infatti, sono dettati proprio da questo alone di estraneità e di alterità rispetto al sistema, alle convenzioni e al “normale” processo sociale di una specifica comunità che gli appartenenti ad altre culture producono.

Lo straniero, tendenzialmente, con la sua diversità, il suo essere differente (in quanto portatore di valori e stili di vita propri di un altro nucleo sociale) rispetto alle norme comuni del “villaggio” rappresenta una minaccia, un imminente pericolo distruttivo nei riguardi della collettività. La storia, infatti, conferma questa tendenza umana al mono – culturalismo, alla chiusura totale all’interno del proprio microcosmo, all’atavico timore nei confronti del “diverso”, con il manifestarsi delle tremende persecuzioni razziali e pulizie etniche che, in ogni epoca, caratterizzarono il corso storico di innumerevoli nazioni del mondo. Tuttavia, questo timore nei confronti del diverso, dello straniero, oltre a rappresentare una potente minaccia nei confronti della dignità e della vita umana, rappresenta, in maggior modo, un reale limite al progresso e all’evoluzione dei popoli in particolare e della specie umana in generale. Lo straniero, infatti, da sempre, nella sostanza, ha determinato il prodursi dei grandi e radicali cambiamenti delle società, poiché, naturalmente, il confronto tra uomini appartenenti a contesti culturali ed educativi differenti favorisce il mutare culturale e civile degli impianti strutturali delle collettività, modifica le relazioni interpersonali (rendendole più ricche e multiformi) e impone la presenza, all’interno dei blocchi comunitari, di prospettive esistenziali e filosofiche differenti e la conseguente circolazione di idee e posizioni, circa la vita, nuove e molteplici. Non é un caso che la filosofia (la disciplina del pensiero libero e razionale per eccellenza) sia nata in un contesto totalmente multiculturale -sulle coste dell’Asia minore dell’VIII-VII secolo a.C., dove sorgevano fiorenti centri commerciali ed economici e dove, per forza di cose, le interazioni tra popoli provenienti da ogni area del bacino mediterraneo erano la consuetudine-, liberando, così, le società arcaiche dell’epoca, di quell’area, dallo stato dogmatico-conservativo nel quale vivevano e rendendo gli abitanti delle stesse maggiormente predisposti al superamento del pensiero religioso-tradizionale ed all’avvio del processo d’affermazione di un  pensiero  maggiormente libero e razionale, che tenesse conto della diversità e del pluralismo d’opinione. La stessa storia dell’uomo altro non é che un continuo divenire di stadi evolutivi degli apparati civili, economici, sociali e culturali delle collettività, determinato da una costante comune: il confronto tra le nazioni ed i popoli, la presenza della “diversità”, della “dissidenza culturale” nel sistema. Una società costituita esclusivamente da individui portatori degli stessi identici valori, degli stessi principi, delle stesse norme comportamentali, degli stessi assunti esistenziali, é una società necessariamente statica e stagnante, poiché i suoi componenti non avrebbero alcuna possibilità di contatto, di confronto con realtà alternative, con orizzonti di vita insoliti ed innovativi. Pertanto, l’espressione “straniero”, se analizzata nella sua significazione più profonda ed originaria, potrebbe essere connessa all’idea di progresso e cambiamento, all’opposizione naturale rispetto, invece, ai concetti di identificazione di massa e di conformismo dei costumi.

Tuttavia, nonostante il pensiero e la storia confermino il valore aggiunto che ogni società multi-culturale potenzialmente presenterebbe, si assiste ad una certa tendenza ad aderire a quelle espressioni di potere, invece, dichiaratamente conservative ed ostili nei confronti degli stranieri e dell’immigrazione in generale. L’influenza di queste entità di potere, infatti, con la loro retorica simbolica, la loro dialettica dell’istinto (che si rivolge alle componenti più emozionali e meno razionali della nostra natura), é talmente rilevante da essere in grado di annullare ogni possibile applicazione, da parte della collettività, del senso di obiettività e di analisi concreta dei fatti. Gli stranieri, infatti, non rappresentano soltanto un punto vitale per quanto riguarda il progresso culturale dell’individuo, ma anche per quanto riguarda l’anatomia economica dei paesi (la manodopera straniera, al di là del drammatico dato di sfruttamento da parte del capitale che essa palesa, ha rappresentato, negli ultimi vent’anni, l’asse portante dell’economia del nostro paese). Tuttavia, il potere centrale detesta il progresso, non lo accetta. Il progresso implica rinnovamento, riformismo del sistema, e, se necessario, abbattimento del precedente ordine delle cose a vantaggio del successivo. Perciò, il multiculturalismo, la presenza di idee diverse, della cosiddetta “poliarchia dei valori”, ed, in generale, quella benefica dissidenza culturale, potrebbero rappresentare una minaccia, non ignorabile, per il potere costituito. Ecco che, allora, per mantenere saldi i principi della globalizzazione mondiale e del conformismo della nostra epoca, certe espressioni di potere politico scendono in campo in prima linea, impugnando la spada contro lo straniero, contro il potenziale demolitore dell’ordine uniforme delle cose. Ed é così che lo straniero, agli occhi dell’opinione pubblica, non rappresenta più il reale e necessario tassello del cambiamento e del progresso, ma diviene, erroneamente e strumentalmente, un demone oscuro contro il quale lottare, una minacciosa e mitologica presenza contro la quale armarsi con ogni mezzo possibile. Ed il potere, intanto, mantiene, avidamente, questo stato di conformismo e di unicità di pensiero che tiene in vita il mondo del capitale.