Da diversi anni si è diffuso il modello economico della start up, termine con il quale si fa generalmente riferimento alla fase iniziale per l’avvio di una nuova impresa. L’idea alla base della start up è che il lavoro, se non esiste, necessita semplicemente di essere ideato e creato. La start up infatti consiste nella scommessa su di un prodotto innovativo ed alternativo da lanciare sul mercato. Diversi giovani in cerca di impiego si arrendono ad una prospettiva di lavoro drammaticamente buia ed optano per la soluzione start up.

Così facendo, gli startuppisti commettono diversi errori. Primo fra tutti, depongono le armi difronte al nemico rappresentato dalla precarietà, promossa ed incentivata dai governi dei Paesi europei. In secondo luogo, si arrendono al gioco delle lobby di potere che minano a distruggere dalla base la Famiglia, perno centrale di tutte le società presenti, passate e future. Questi gruppi di potere hanno individuato nell’istituzionalizzazione del lavoro precario la chiave per prevenire la formazione dei tradizionali nuclei familiari, visti e percepiti, non a torto, come pericolosi avversari e potenziali nemici del nuovo ordine mondiale cui si sta da tempo lavorando. Ed ancora, questa generazione di startuppisti commette un terzo errore illudendosi di aver trovato una soluzione al problema dell’occupazione. Niente di più ridicolo. Al di là di occasionali esperienze di start up che hanno effettivamente avuto successo, la stragrande maggioranza dei tentativi di lanciare sul mercato beni e servizi stravaganti nel loro essere innovativi è destinata a fallire per i motivi sopra elencati e perché molto spesso gli esiti di queste avventure aziendali risultano essere insufficienti a fronte degli investimenti iniziali. Generazioni di startuppisti significa generazioni di pseudo-lavoratori, o per meglio dire, di lavoratori precari a tempo indeterminato.

Come anticipato sopra, la società si arrende senza combattere le maree dei cambiamenti sociali e le modifiche che si verificano nel mercato del lavoro. Si realizza il sogno delle classi dirigenti nazionali che parlano di precarietà come di «un futuro stile di vita». E tutto questo si realizza tanto nelle sale del potere, nelle segreterie di partito e nelle apposite sedi dell’Unione quanto all’interno della stessa società che è vittima di suddette politiche. Ma l’ingenuità delle nuove generazioni di startuppisti non ha fine: questi pseudo-lavoratori sono convinti di rappresentare la nuova classe di lavoratori a tempo pieno, di lavorare molto e faticosamente, di contribuire così tanto al bene del proprio Paese e della propria famiglia (quale famiglia?) che, alla fine della settimana, esultano al grido di “thanks God is friday”, come a dire: è finalmente terminata questa interminabile ed infernale settimana di lavoro. Godiamoci il week-end!

E mentre questi geni del male si godono il fine settimana dopo cinque giorni di duro lavoro, il progetto di creare una società di poveri e precari, di monadi isolate da qualsiasi tipo di comunità, prosegue beato.