Tra le pieghe dei totalizzanti anni Venti, Fernando Pessoa – drammaturgo in poesia di un Portogallo ancora fuori dalla storia – cuce minuziosamente i frammenti di una missiva interiore che precorre incredibilmente i tempi: Il libro dell’inquietudine. Il protagonista dei frastagliati fogli, macchiati d’inchiostro in Rua dos Douradores (via commerciale di Lisbona), è Bernando Soares, giovane contabile in perenne lotta con la coscienza e l’inconscio, con l’essere e l’esserci. Leggere nel 2018 le inquietudini desolate di uomo che contempla il mondo alla finestra, essendo costantemente paralizzato dalle proprie paure ataviche, ci consegna l’affresco apocalittico delle generazioni protagoniste nel futuro prossimo. La società del Duemila è in preda al tedio, alla solitudine metafisica, all’involuzione esistenziale.

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Pessoa univa le linee dell’uomo ultra-contemporaneo con un simbolismo efficace e strettamente narrativo, individualmente naturalista. Mallarmé e Flaubert avrebbero apprezzato. Nelle suggestioni salvifiche che regalano la sua finestra, affacciata sull’arteria principe di Lisbona, ci ritrovi il seguente correlativo oggettivo di Eugenio Montale. Nella speranza estenuante che un fulmine cada sulla testa del Soares, rivoluzionando lo scenario incastonato nel suo fegato, rivedi i non colpi di scena di Samuel Beckett. E tutto scivola così, al fulmicotone, disintegrando un climax che dovrebbe prendersi il proscenio, invece latita. Il giovane del 2018 – lo pseudo-saggio del 2048 –, quello che s’illude di partecipare e fare la storia alla finestra del proprio smartphone, del proprio pc, dei propri ormoni, è raccontato da un poeta in drammaturgia circa novant’anni prima.

Il motore del cambiamento all’interno di un popolo è il giovane di valori. A lui si chiede di saper creare, organizzare, votare. In lui si spera di poter vedere germogliare l’amore, per l’umanità, per l’ambiente, per l’arte. Eppure la nuova leva del Duemila è immobile, paralizzata, narcotizzata. Peccato che corsi e ricorsi storici non si forgino a distanza, ma nel fuoco. L’aggeggio di diffusione di massa – medium troppo ibrido per essere vero – gli occlude la piazza, in cui si assaggia la polvere dell’agorà. Tabù diventa anche la strada, unico luogo in grado di far autodeterminare il proprio destino. Però, il nuovo individuo in compenso scopa e si fa bello. Una bellezza effimera, apparente, di Pirro. Don Abbondio dentro, Clint Eastwood fuori.

Fernando Pessoa

Fernando Pessoa

La base valoriale, culturale e di predisposizione al sacrificio, lascia spazio a fondamenta di likes, di comments e di fruscii emozionali estemporanei, che la mattina dopo, in after, donano un incolmabile senso di vuoto. La percezione del dolore è ormai anestetizzata dagli strumenti coercitivi del nuovo potere. Il giovane del 2018 – pseudo-intellettuale, pseudo-lavoratore, pseudo-genitore – affronta un processo progressivo di svuotamento di cui è compiacente complice.

E Pessoa l’aveva raccontato quasi un secolo prima, pur non essendo un Freud o uno Jung di turno, e senza avere il poster di Nietzsche in camera o la foto di Schopenhauer nel paniere. L’uomo, nella sonata silenziosa e lancinante del Novecento, ha subito sempre di più il peso dell’essere, e contestualmente, l’incombenza di determinare autodeterminandosi. I nipoti del Novecento esigono la leggerezza, la facilità di raggiungimento di un obiettivo, l’assenza totale della fatica. Eppure Goethe – e non un interlocutore da talkshow – dopo aver ammirato l’immanenza della Cappella Sistina, asserì che la bellezza è fatica. Eppure René Descartes si incazzava da morire quando qualcuno nel caffè letterario che frequentava contraddiceva il suo assioma cogito ergo sum.

La boîte de Pandore - Rene Magritte (1951)

La boîte de Pandore – Rene Magritte (1951)

Attenzione, non è che il giovane del 2018 – futuro pigiatore di bottoni nella stanza innominabile e raccattatore di scorie nucleari – non pensa o non legge: pensa male e legge male. Ci vuole anche talento a pensare in quale centro di bellezza andare o in quale palestra. Ci vuole anche talento a passare giornate a comprendere quali app e quali videogames siano più funzionali. Peccato che queste doti sarebbero immensamente più valide e penetranti se tra le mani si sfogliassero classici letterari e cantautorali differenti. Prodotti iper-narrativi privi di richiami ai consumi e all’umanità spettacolo, pieni di storie squassanti e critica cannocchiale. La finestra è sempre lì ed evidenzia il timore intrinseco di agire, di scrivere la storia, di occupare un’idea.

Ma sì dai, ci penserà qualcun altro;

Stasera ho pilates, domani vado a ballare in quel nuovo locale, adesso che mi sono depilato e ho fatto la lampada;

Ma sì dai, arriverà un Superman, un Mr Robot o un Silvio a salvarci.

Come Bernardo Soares, il protagonista delle future generazioni è affacciato al suo screen detentivo. La visuale glaciale gli corrode le vene: con ansia, pipì nei jeans strappati e il mai una gioia. Vorrebbe cambiare la politica, la burocrazia, i rapporti umani tra attori sociali. Desidererebbe amare davvero e non per palmares, sognerebbe un’indipendenza economica e intellettuale. Ma sul passo della rivoluzione interiore, indietreggia, restando piantonato al nulla, che suona note realmente surreali.

Solitude - Paul Delvaux (1956)

Solitude – Paul Delvaux (1956)

No, non fa male credere, fa molto male credere male, sostiene Gaber in Non è più il momento. Credere male genera insicurezza, terrore di fallire, insofferenza alla vita. Ogni giovane del 2018, quando va a letto e mette sotto carica lo smartphone, nei dieci minuti che intercorrono tra coscienza e sonno, esprime gli stessi desideri di Bernardo Soares nel suo incontenibile flusso de Il libro dell’inquietudine:

Vieni leggera, o fine del giorno esatto in cui coloro che credono e che sbagliano si impegnano nel consumato lavoro e portano dentro la loro pena, la felicità dell’inconsapevolezza. Vieni leggera, onda di luce esausta, malinconia della sera inutile, bruma senza nebbia che entra nel mio cuore. Vieni leggero e soave, o indefinito pallore lucido e azzurro della umida sera: o leggero, soave, triste sulla terra semplice e fredda. Vieni leggera, cenere invisibile, monotonia afflitta, noia senza sonno.

Certo, non mai troppo tardi. Il capolavoro di Pessoa è stato pubblicato circa sessant’anni dopo la sua realizzazione. Il prossimo capolavoro dell’umanità non si degna di arrivare. È in ritardo. Non resta che il presente. Non resta che andargli incontro…