Oggi vogliamo parlarvi di maschilismo, femminismo e il mistero di questi due ‘ismi’, che tutto possono significare. E niente pure. Così che, infine, molto poco – se non nulla – vogliono dire. Stando al senso comune, il termine maschilismo ha accezione esclusivamente negativa, mentre la sua controparte femminile viene sbandierata con orgoglio tanto che anche alcuni uomini si dicono ‘femministi’ e tutto il mondo diventa ‘femminista’, quando vuole stare dalla parte giusta.

Andiamo a cercare, però, cosa questi termini vogliano dire. Al maschilismo viene ricondotta un’attitudine rozza, retrograda, di dominazione violenta. Ed è molto spesso associato, anzi, indiscriminatamente fuso, alle società patriarcali/autoritarie e al machismo. Femminismo, d’altra parte, è coraggio, indipendenza, protesta, abnegazione. Pure quando estremo ed esagerato fino al ridicolo, è sempre – in fondo – degno di ammirazione. Si veda le ‘femen’.

Eppure, nonostante tutte queste prese di posizione pubbliche a favore del femminismo, la condizione della donna – a livello sociale e di pari diritti – non è certamente rosea. Ad esempio, il binomio femminilizzazione/precarizzazione si fa sempre più strada nel mondo del lavoro. E, anche se il tasso di occupazione femminile aumenta, questo non assicura alla donna un buono stipendio, lo stesso si dica per le pensioni. Generalmente, una donna guadagna il 24% in meno di un collega uomo. Si vedano, a questo proposito, i dati contenuti sul lavoro femminile all’interno del bilancio ISTAT sul Benessere Equo e Sostenibile (BES).

Non si tratta qui di criticare la corrente femminista. E le sue sacrosante battaglie. Ma di interrogarsi su cosa possa aver generato questo paradosso. Da una parte, infatti, il femminismo è issato a bandiera da ogni lato, dall’altra parte, la situazione della donna, in ambito sociale, si precarizza.

Non è un’analisi delle correnti filosofiche, ma del pensiero comune. Del linguaggio abituale, ormai divenuto scontato. Della cieca ostracizzazione messa in atto per cui, se si considera l’uomo, tutto è da deprecare, se si considera la donna, nulla affatto. Eppure, sempre il buon senso ci dovrebbe insegnare che, se da un lato qualcosa deve cambiare, è necessario che pure l’altro lato lo faccia, perché una complementarità venga salvata. Si parta dal fatto che ‘maschio’ e ‘femmina’ è quanto di più riduttivo – perlomeno etimologicamente – si possa usare. Infatti, i due termini indicano, principalmente, la dimensione biologica. Non è un caso se la specie umana ne condivide l’utilizzo con tutte le altre specie.

Ma legare tutto al dominio sessuale appiattisce. E confonde. Infatti, nel tentativo di salvare la ‘femmina’ arriviamo giusto per deprecare il ‘maschio’. E incastriamo entrambe le specie in due ruoli distinti e opposti. Destinati a farsi la guerra. E, cadendo nel tranello del ‘sessuale’, finiamo per amplificare questa dimensione dimenticando tutto il resto. Accentuiamo le differenze tra i sessi e dimentichiamo che aspetti generalmente considerati del femminile, come la tenerezza, o del maschile, come la forza, appartengono tanto all’uomo, quanto alla donna. Nella stessa misura in cui – per intenderci – a livello genetico, gli stessi ormoni sono presenti in entrambi. Sebbene in misure diverse tra i due generi. E diversamente ancora da singolo a singolo.

Eppure, se veramente desideriamo tutelare la parità di genere, questa difesa indiscussa e indiscriminata del femminismo non porterà nulla alla causa della donna. Cadremo, piuttosto, in una nuova ingiustizia, forse peggiore della precedente. Il gioco rischia di essere controproducente. Infatti, come insegna il buon Hegel, la vendetta del destino arriva sempre. Quella “forza della vita violata che dalla violazione stessa è stata resa nemica” (Lo spirito del cristianesimo e il suo destino). Morale della favola: se ti dimentichi una parte, a un certo punto quella tornerà, si vendicherà e si riprenderà tutto con gli interessi.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Piuttosto che riformare il modello, in vista di adattarlo ai due generi, finiamo per creare una nuova supremazia al ‘femminile’ che assume il carattere del ‘maschile’, non ripensa il modello e muore per autolesionismo. Dire che la donna può arrivare a fare quello che l’uomo fa, non valorizza nessuno dei contendenti, né mostra perché, accanto all’uomo, è bene valorizzare anche la donna. E valorizzarla attraverso quella che la donna è.

Una delle conseguenze di queste pretese è, piuttosto, questa precarizzazione del mondo del lavoro. Di cui le donne risentono molto più che gli uomini. Elevare la donna dicendo che l’uomo è un violento, non porterà grandi frutti. Anzitutto perché, allora, il ‘gentil sesso’ deve essere bell’e fesso per credere che dei violenti e prevaricatori siano disposti nel riconoscere i suoi diritti. Secondariamente, perché, per avere dei diritti, c’è sempre bisogno di un’alterità che li riconosca come tali, e che li rispetti. Altrimenti, si tratta di pane per i porci. O anche di meno.

Infine, attraverso questa rigida separazione uomo/donna, rendiamo tutto estremamente sessista. L’accusa non dovrebbe essere diretta all’uomo, ma alla società nella sua totalità. E alle donne stesse. Ricercando quei meccanismi attraverso i quali esse possono mettere in atto delle forme di autoesclusione. O cercare di diventare ‘come gli uomini’. Si veda il caso #metoo. Dove l’uomo diventa il mostro che aggredisce la donna, e la donna – infine – rischia di trasformarsi in quello stesso mostro che condannava.

Asia Argento e Rose Mcgowan

Né ci salverà fare vittimismo. Slogan del tipo, ‘è tutta colpa dell’uomo’ sono tendenziosi e fallaci, come ogni assolutizzazione. Che, in più, ci impedisce di vedere – e di tentare di risolvere – i problemi reali e concreti. Tanto ci si perde nei ‘j’accuse’. Al contrario, le donne sono chiamate a riconoscere il nostro ruolo nella società, così come le loro responsabilità. Insomma, meglio difendere la donna, che sostenere il femminismo. E un po’ di onestà – in tutto questo – non guasterebbe.