L’8 marzo non è il dono di una mimosa per sopperire al mancato riconoscimento del sesso femminile durante il resto dell’anno, ma soprattutto non è una semplice celebrazione di genere. Questa data fu scelta durante la Seconda Conferenza Internazionale delle Donne Comuniste (14 giugno 1921) dal rivoluzionario Lenin e dalla delegata del Partito Socialdemocratico Tedesco Clara Zetkin (1857-1933), per ricordare la rivolta femminile dell’8 marzo 1917 (pari al 23 febbraio secondo il calendario giuliano allora in vigore nell’Impero Russo).

Pace, Pane e Libertà era lo slogan con cui le donne di San Pietroburgo reclamavano il ritorno dei mariti dalla guerra, l’abbassamento del prezzo del pane e l’emancipazione dall’autocrazia dello Zar. L’esercito sottovalutò lo sciopero additandolo a un flebile prurito libertario, facilitando così l’allargamento della protesta a 200 mila lavoratori. Furono proprio queste grandi contestazioni sociali, grazie all’avvio e alla partecipazione da parte delle donne, a sfociare nella Rivoluzione di Febbraio e nel conseguente spodestamento di Nicola II (1868-1918).

Le donne rivendicano un aumento delle razioni alimentari in una dimostrazione lungo la Prospettiva Nevskii dopo la Giornata Internazionale della Donna, 23 febbraio 1917

Sebbene il ricordo di questi episodi, spesso elusi di proposito dalla narrazione ufficiale, sembri sempre più sfumato nell’immaginario popolare, il carattere di protesta dell’8 marzo, permane nelle nuove generazioni. Tale data ancora oggi ha un’accentuata dimensione politica e comunitaria, che poche altre ricorrenze detengono. In Italia come nel resto del mondo, sono state tantissime le donne – oltre alle varie soggettività – che hanno sfilato per le vie delle città denunciando un sistema discriminatorio e sessista volto a favorire il genere maschile. Tra le varie metodologie di protesta una di quelle che ha riscosso più attenzione mediatica è avvenuta a Milano: al grido di “body revolution” un gruppo di ragazze del centro sociale MACAO, affiliate al movimento femminista Non Una Di Meno, ha alzato la gonna, mostrando la vagina alle telecamere dei giornalisti.

L’atto è stato definito dalle esecutrici un atto politico, diverso sicuramente da quello eseguito delle donne russe circa cent’anni fa – sia per metodologia che per contenuto – ma appare più di tutto un atto performativo.

Storicamente il movimento femminista italiano nasce proprio dal mondo dell’Arte, o meglio dalla sua rinuncia al fine di attuare in modo più efficace una lotta politica. È il luglio 1970 quando, nel pieno della sua carriera, la critica d’Arte Carla Lonzi (1931-1982) decide di abbandonare il sistema culturale, a suo avviso liberista e patriarcale, per fondare il collettivo-rivista Rivolta Femminile. Militanza e Autocoscienza sono i punti focali di questo nuovo spazio d’azione intellettuale e politica che lotta contro l’illegalità dell’aborto, la discriminazione delle donne gravide a livello lavorativo e lo squilibrio salariale. Un movimento che non è, come più volte specifica la Lonzi, figlio del ’68, ma si oppone ad esso a causa del suo carattere borghese ma soprattutto per l’assenza della figura femminile all’interno degli organi decisionali delle proteste.

Rivendicazioni, dunque, poco civili e molto sociali, poiché l’emancipazione della donna, così come la sua sottomissione, hanno un carattere storico e sono legati ai meccanismi di produzione. Per questo, come faceva notare Simone De Beauvoir (1908-1986) in La condizione della donna (1972), il cambiamento dello status femminile può avvenire solo attraverso uno sconvolgimento dei meccanismi produttivi.

Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre (1955)

In che misura è auspicabile e praticabile tale sconvolgimento con le forze attuali? Il gesto messo in scena dal gruppo femminista di MACAO durante la manifestazione organizzata da Non Una Di Meno a Milano ha una caratura rivoluzionaria in questo senso? A molti spettatori e spettatrici è sembrato che la svestizione delle donne e l’esposizione della loro vagina, non abbia fatto altro che soddisfare i desideri dello stesso stereotipo maschile voyerista che si voleva contestare, spostando l’attenzione dalle lotte per l’uguaglianza sociale verso una questione di genere. Atteggiamenti simili erano stati assunti negli anni ‘70 da quella parte del movimento artistico femminile della Body Art che tentava di sradicare lo sguardo patriarcale attraverso la sua mera messa in scena, soffocando o rendendo autoreferenziale la dimensione critica delle azioni performative.

In questa direzione risultano sprezzanti ma tremendamente attuali le parole della curatrice Lucy Lippard (New York, 1937), che dopo aver visionato il lavoro Consumer Art (1972) di Natalie LL (Żywiec, 1937), in cui l’artista si fa fotografare durante la fellatio a una banana sbucciata, dichiara:

Quando le donne usano il proprio corpo nelle loro opere d’arte, usano se stesse; un fattore psicologico significativo converte questi corpi o volti da oggetto a soggetto. Tuttavia, ci sono modi e modi di usare il proprio corpo e le donne non sempre hanno evitato l’autosfruttamento. L’approccio di un’artista donna verso se stessa è necessariamente complicato da stereotipi sociali.

 

Devo ammettere una personale mancanza di empatia con le donne che si sono fotografate con collant neri, reggicalze, stivali, con tette nude, banane e che timidamente ammiccano con lo sguardo. Potrebbe sembrare una parodia (la lingua dalle labbra rosse dell’artista polacca Natalia LL mentre sta succhiando in “Consuption Art”), ma l’artista raramente sembra avere l’ultima risata. Una donna può usare il proprio volto e il proprio corpo come un diritto a farne ciò che vuole, ma è l’abisso sottile che separa l’uso che fanno gli uomini delle donne per una solleticazione sessuale, dall’uso che le donne fanno delle altre donne per esibire quello come insulto

Natalie LL, Consumer art, 1972 photographs

Di sicuro vogliamo fare sesso,

contro ogni fascismo

facciamo un’orgia adesso

contro il decoro

facciamolo più spesso

 

Queer tududu in mezzo a una via

ma senza scorta della polizia

Frode tududu antirazziste,

siamo arrabbiate siam transfemministe

Donne tududu oggi come ieri

Ma senza aver bisogno dei cavalieri

Questi sono alcuni degli slogan lanciati alla manifestazione dello scorso 8 marzo, oltre che improduttivi, controproducenti. Improduttivi perché sulla scia postmoderna della progressiva categorizzazione di genere non fanno altro che dividere le soggettività in sottoinsiemi che tendono sempre più all’individualismo (gender fluid, queer, etc.), invece che unire in una lotta comune. Controproducenti perché chi ha ancora una visione conservatrice della donna, che sul piano economico corrisponde allo status di disoccupata e su quello sovrastrutturale incarna lo stereotipo della casalinga pudica e mansueta, non può prendere coscienza dei diritti sociali femminili.

L’unico nemico di Non Una Di Meno sembra essere il patriarcato, non come sistema di sfruttamento della donna, sottomessa, come faceva notare Thomas Sankara (1949-1987) su un doppio fronte (coniugale e lavorativo), bensì come dispositivo maschile da odiare ed emulare allo stesso tempo. I gesti, le urla e gli slogan della protesta sembravano quasi condannare ogni essere umano che non possedesse o percepisse la necessità di avere una vagina, conferendo al femminismo una dimensione settaria e parcellizzata.

Una flebile lotta che non considera il sistema internazionale dei rapporti di forza e, parlando di auto accettazione di sé, depilazioni, libertà di acconciare il proprio corpo, finisce per riconoscere Beyoncé paladina della giustizia femminile, la stessa Show Girl che paga pochi centesimi all’ora le donne lavoratrici in Sri Lanka per produrre la linea dei suoi capi d’abbigliamento; o ancora sostenere, come fece parte del Movimento Femminista Americano, l’invasione di Afghanistan e Iraq come occasione per liberare le donne con il burka.

L’emancipazione femminile non deve essere né ostilità verso l’uomo, né l’aspirazione ad assumere posizioni di comando all’interno del sistema capitalista, altrimenti il modello ideale sarebbe incarnato da personaggi come Angela Merkel, Daniela Santanchè, Hilary Clinton, le veline, ogni lesbica solo e unicamente per il suo orientamento omosessuale, e via dicendo.

È necessario, piuttosto, che uomini e donne lottino insieme per l’appianamento delle differenze salariali, che nell’Europa tanto osannata come avanguardia, come riporta il database Eurostat, corrispondeva a un divario di genere medio del 16,3% nel 2014 e a un divario retributivo di genere complessivo del 39,3% nel 2015. Quest’ultimo indicatore tiene ovviamente conto della disoccupazione femminile, la quale, sempre secondo Eurostat, in Italia nel 2018 corrispondeva al 12,1%, rispetto a quella maschile del 10%. Oggi occorre un fronte comune tra donne sfruttate, disoccupati, lavoratori sottopagati e immigrati, affinché si lotti prima di tutto per una giustizia salariale.