Elezioni: trappola per fessi.

Jean Paul Sartre, su Les temps modernes, 1973

Italia. Il dovere civico ci chiama. A gran voce, quel voto che secondo costituzione è personale, eguale, libero, segreto reclama il nostro essere cittadini. La delusione, la lasciamo alle spalle. Se da una parte siamo pervasi da scetticismo, dall’altra crediamo di esser riusciti a scovare nel marasma dei politicanti quello che ci aggrada, oppure diamo fiducia ad una vecchia conoscenza, perché chissà, non si può mai sapere. Le elezioni sono alle porte,  noi giovane popolo d’Italia, riusciremo a non ingannarci sulle sorti di casa nostra?

Atene, V sec a.C. A casa del vecchio Demos due servi  si lamentano del demagogo di turno;  un oracolo rivela che gli succederà un individuo ancora peggiore, un αλλαντοπολος (allantopolos) cioè un salumaio, che godrà dell’appoggio dei ceti sociali più alti come i cavalieri oltre che del favore del popolo.

Il tiranno e il salumaio si scontrano prima davanti al popolo, poi davanti alla boulè, infine si affidano agli oracoli opportunamente interpretati a proprio vantaggio. Tra adulazioni, promesse e giuramenti, il nuovo sordido candidato vince la sfida politica e il popolo ringiovanisce grazie ai benefici concessi dal nuovo capo.

La commedia I Cavalieri di Aristofane, non è altro che specchio dei tempi, rappresentazione seppur parodiata, dell’essenza più grottesca e profonda delle elezioni politiche democratiche. La casa del Demos, è la casa del popolo, cioè lo stato di Atene democratico. I due servi del potere democratico non sono altro che i generali Nicia e Demostene, ormai eclissati dalla scena politica dominata dal demagogo Cleone, rozzo e incompetente guida dell’ala oltranzista del partito democratico. Il popolo lo favorisce, ma l’aristocratico Aristofane ne coglie tutta l’inadeguatezza, credendo che di peggio, potesse esserci ben poco. Eppure, ecco che gli si oppone improbabile  salumaio, ignorante rozzo, incompetente, inadeguato alla politica e al potere, emblema di chi agli occhi degli aristocratici non avrebbe mai potuto ottenere vittoria. Eppure quel nuovo demagogo, per giunta salumaio,  è il favorito del vecchio Demos; per distorsione comica, anche i cavalieri, classe aristocratica e ricca, accordano il favore al salumaio.

Pungente satira della politica dell’Atene democratica, come della democrazia di tutti i tempi al momento delle elezioni, Aristofane crea personaggi che ricorreranno così tanto nei secoli successivi, da diventare stereotipi. Non è difficile rintracciare  dietro cognomi italici e moderni,  maschere antiche  tutt’ora adatte a  quella democrazia che non è altro che commedia. Sono forse assenti oggi, uomini al potere incompetenti, truffatori, spergiuri, corrotti?  Quanti,  tra quelli che dovrebbero essere i generali della democrazia, rassegnati incrociano le braccia, o inerti si lamentano del capo partito di turno? Un po’ realista e dissacratore, un po’ pessimista ed esagerato, per Aristofane il cambiamento coincide col peggioramento. Per Aristofane il superamento del sistema, non esiste. Del resto da secoli esiste  il popolo narcotizzato dalla politica degli interessi personali. Il popolo che si lascia comprare il voto dalla promessa di pagare meno tasse, di godere del benessere e di essere favorito dalla nuova politica. Il popolo che dopo  secoli ancora non capisce che la demagogia punta al facile consenso dei ceti più bassi della società, più inclini alla persuasione proprio perché da perdere hanno ben poco. Quel popolo recidivo da secoli dimentica che non basta una promessa a fare la qualità del politico, né tanto meno ad uscire dal pantano di subalternità del ceto sotto-borghese.  D’altra parte, gli intellettuali che comprendono il volgere degli eventi, saranno solo cittadini un po’ più ricchi e un po’ più snob.

Nonostante tutto, noi giovane popolo democratico d’Italia, figlio degli inganni e delle contraddizioni insite nella vecchia democrazia Ateniese stessa, non ci asterremo dal recitare il nostro ruolo e da bravi cittadini, nella solitudine dell’urna, metteremo una croce ai nostri interessi, più che al bene del paese; ai nostri ideali, più che agli slogan dei partiti. “Ciò che dobbiamo imparare a fare lo impariamo facendo” diceva Aristofane. Ma forse, l’esperienza di qualche secolo, all’Italia, ancora non basta.