“Il tuo compito era di imparare esattamente quelle cose con cui avresti dato l’impressione a un esaminatore di sapere più di quanto in realtà sapevi, e di evitare, per quanto possibile, di oberare il cervello con altre cose. Gli argomenti che non avevano valore per gli esami…non venivano quasi considerati”

Coì si esprimeva, in una delle sue lettere, George Orwell, riferendosi alla scuola preparatoria inglese, da lui frequentata all’età di dieci anni. La funzione di questo istituto non era quello di educare autonomamente i bambini, ma di prepararli per l’ammissione a scuole come Harrow e Eton. Inoltre, la Crossgates era aggravata dal fatto di essere anche un’impresa commerciale, che doveva massimizzare continuamente i profitti e, parallelamente, rafforzare il proprio prestigio. Ecco perché uno studente di ceto medio pur pagando una retta ridotta, come Orwell, era stato accettato dal preside Sims: non era sostenuto in quanto si vedevano in lui le doti che lo avrebbero fatto diventare uno degli scrittori più influenti del ventesimo secolo, ma solamente perché, grazie ai suoi incredibili risultati, molte famiglie benestanti avrebbero iscritto alla stessa scuola i propri figli. Come afferma Michael Walzer: “Crossgates è una perfetta illustrazione della tirannia della ricchezza e della classe sull’apprendimento”.

Crossgates, inoltre, è anche l’esempio di un’istruzione concepita in maniera puramente strumentale. Qui l’educazione non è finalizzata alla formazione della persona in senso lato, ma a preparare tecnicamente lo studente, seguendo parametri standardizzati e del tutto settari.  Volgendo lo sguardo alla realtà attuale, la situazione non appare poi così diversa. È vero, l’istruzione oggi viene giudicata (probabilmente ancora per poco) un bene pubblico, accessibile praticamente a tutti, ma la preparazione offerta è del tutto viziata, in negativo, dal sistema nel quale è inserita. In un mondo gestito da tecnici, burocrati e presunti tali, la scuola non può che essere luogo di competizione, scaltrezza e caos. Fin da piccolissimi, i bambini sono inseriti in un meccanismo sociale sempre più impuro, nel quale l’obiettivo non è quello di cooperare e crescere con gli altri, ma di imparare nozioni specialistiche e di essere giudicati in maniera migliore rispetto ai propri compagni, ricorrendo anche a mezzi illeciti ed antieducativi. Basti pensare alle molteplici farse presenti nella scuola odierna: dagli innovativi e tecnologici mezzi di copiatura, alla retorica molto politically correct, del 6 politico, in nome di un ipotetico rafforzamento dell’autostima personale. Il problema di base è che il voto, non l’educazione, è il fine dell’istruzione e lo svolgimento completo del programma, non l’apprendimento degli studenti, è la mansione degli insegnanti. Dal canto loro, gli alunni sono sempre più distaccati da tutto ciò che la scuola dovrebbe veramente insegnare loro, dalla predisposizione culturale alla virtù civica.

Degli insegnamenti che, sebbene le differenze date dal contesto, erano molto in voga nel mondo antico. In Grecia, ad esempio, il termine paideia si riferisce, più che alla comune traduzione di “educazione”, ad una definizione molto ampia di “formazione umana”, in senso fisico, mentale ed anche spirituale. Nata dalle opere di Omero, il quale riconosceva nel fine dell’educazione la formazione dell’uomo perfetto (allo stesso tempo guerriero ed oratore) e sviluppata principalmente in due comunità differenti tra loro, l’Atene intellettuale e la Sparta militarista, la paideia ha rivestito un ruolo fondamentale nel pensiero filosofico classico, da Platone, passando per Aristotele, fino al tardo ellenismo. Carattere centrale di questo modello educativo è la continuità, così rimarcata nell’Enciclopedia Treccani: “il raggiungimento della paideia è frutto di un processo continuo, mai compiuto, che impegna tutto l’uomo, ma attraverso il quale questi realizza pienamente se stesso come soggetto autonomo, consapevole di sé e in armonia con il mondo. In questo senso l’ideale della paideia non è raggiungibile se non nella dimensione della vita associata, della comunità, della polis, in cui l’individuo realizza la propria natura umana – che è essenzialmente sociale e politica – nel senso più alto.” Il bambino, sin dalla nascita, è letteralmente “educato a vivere” per se stesso, verso gli altri e nell’ambiente in cui si trova. O meglio, egli viene cresciuto come parte di un Tutto, dinamico ed incomprensibile se non nella sua totalità. Questo non significa che l’aspetto individuale venga annullato, tutt’altro. La cura e lo sviluppo dell’io sono sostenuti intensamente da attività quali la ginnastica, la musica e la poesia, finalizzate, però, a formare cittadini consapevoli e non a costruire semplici ingranaggi sociali.

Come già accennato, le differenze storiche sono evidenti: oggi la scuola è aperta (quasi) a tutti, in passato non lo era e soprattutto, per gran parte dell’antichità, ci si riferisce ad un’istruzione prettamente privata, mentre oggi si difende (a buon ragione) l’insegnamento pubblico. Già Aristotele nella Politica, avendo in mente il modello spartano, si esprimeva così: “unica ed identica deve essere l’educazione per tutti i cittadini ed essere impartita a cura della comunità”. Sono ben note le discordanze su questa affermazione ed il gran numero di dibattitti pubblici, in particolare negli Stati Uniti, su cosa significhi veramente “unica ed identica” e fino a che punto sia possibile garantire “l’eguaglianza delle opportunità”. Tuttavia, c’è un secondo aspetto, che rischia sempre di passare in secondo piano ed invece è fondamentale. Lo si può riassumere in una semplice domanda: quale dovrebbe essere la funzione della scuola? È evidente, che tra le tante differenze, ve ne è una riguardo il telos, lo scopo dell’educazione tra la Grecia antica e la gran parte delle società moderne. Nella prima, l’obiettivo era quello di formare cittadini, nella seconda si vuole, e spesso nemmeno ci si riesce, sfornare tecnici. Questo atteggiamento è sicuramente comprensibile quando si parla dell’università (dove le competenze specifiche sono fondamentali) ed in parte per le scuole superiori (che indirizzano verso una futura professione), ma è inaccettabile precedentemente, in anni in cui il bambino, e successivamente il ragazzo, dovrebbe essere indirizzato verso, non dei saperi settari, ma una conoscenza pratica ed estesa di ciò che lo circonda.

In questo scenario, si colloca l’esperimento, ormai consolidato, dell’asilo nel bosco, nato da un’idea di Ella Flatau negli anni cinquanta in Danimarca. Importato in molte città tedesche, e recentemente arrivato anche in Italia, questo modello educativo rigenera, contestualizzandolo, l’ideale antico di paideia, ponendo il bambino direttamente in contatto con ciò che lo circonda. Addirittura ne estende il rapporto dalla comunità umana alla Natura nel suo insieme, dove tutto (alberi, foglie, sassi) diviene oggetto di curiosità ed analisi. Liberati dalla prigionia delle mura e dei banchi scolastici, i bambini vengono seguiti intensamente da degli educatori, i quali cercano di ispirarne al massimo la fantasia e allo stesso tempo le competenze, con ottimi risultati, come attestano gli studi condotti dal professore Peter Hafner dell’università di Heidelberg e dalla professoressa Michela Schenetti dell’università di Bologna. Qui a primeggiare non è il sentimento della competizione tra i giovanissimi, ma quello della cooperazione e della crescita collettiva.    Questa proposta, come altre similari, può apparire utopica ed essere associata ad un modello di istruzione del laissez-faire, ma se la si comprende nella sua totalità, essa rappresenta un’inversione di tendenza capace di restituire, tra le altre cose, all’educazione la centralità che merita e di riportare i bambini al centro dell’interesse pubblico.