Nell’attesa probabilmente vana che questo governo – il peggiore in assoluto, fatta eccezione per tutti i precedenti – realizzi qualcosa di realmente incisivo per la vita del cittadino normale, io cittadino normale, normalissimo, praticamente una mosca bianca visto che ormai ogni norma è saltata e nessun dio ci potrà salvare, non intendo farmi trovare impreparato, e alla prospettiva di un futuro pedissequamente uguale al passato, mi ci provo: stilo un programma che urina in testa alla “governance” dell’esistente, all’amministrazione paurosa e ossequiosa dei desiderata di quei figli di Trojka di Bruxelles, all’obbedienza mistica ai “mercati” per nulla anonimi e innocenti, al dogma del debito pubblico sotto ricatto privato e alla sudditanza psicologica nei confronti della formula there is no alternative, per cui è proibito perfino immaginare che il pasto che ci mangiamo ogni giorno non sia oro, ma la nota sostanza che inizia per emme e finisce per a. Una piattaforma coraggiosa, e tutto sommato non ardita. Persino fattibile, ammesso e non concesso che i Di Battista presenti e futuri si decidano a giocarsela davvero o,  chissà, dalla palude generalizzata sorga una schiera di homini novi dietro ai quali prenda vita un partito meno evanescente dei 5 Stelle e meno allineato della Lega.

1. Democrazia non significa votare per scegliere fra varianti di uno stesso menù fisso, determinato a priori da uno chef prezzolato che fa il gioco del Reich germanico sulla base di vincoli  che non risultano stabiliti da Gesù Bambino. Si riformi la Costituzione allora, per rendere obbligatorio il referendum popolare su ogni tipo di trattato internazionale e su ogni legge che limiti la sovranità, che deve appartenere al popolo non solo di nome ma anche di fatto.

2. Se non esiste autodeterminazione per uno Stato senza una difesa militare indipendente, si proponga l’istituzione di un Esercito Europeo composto da sole unità delle nazioni d’Europa per sostituire gradualmente la superata, pelosa e non più giustificabile presenza di basi Nato e Usa sul suolo continentale, liberando gli Stati Uniti e soprattutto noi stessi dal costo di guarnigioni acquartierate in pianta stabile che non avrebbero a quel punto più ragion d’essere. Mister Trump, benché in cuor suo non disdegnerebbe in sé l’idea, per via del ruolo da capo di un declinante impero che gli tocca gestire, farebbe fuoco e fiamme. Ma si può almeno tentare di giocare sulla malcelata volontà di Berlino – e su quella neppure tanto celata di Parigi – di fare finalmente da sé e disfarsi di un protettorato anacronistico che ci inchioda allo status di colonie  imbelli e ignave con la falsissima targhetta di “alleati”.

3. Ricordandoci che l’Italia è pur sempre uno dei membri dell’Unione Europea di maggior peso economico e finanziario, e rammentando che la politica è l’arte del possibile e non del prevedibile (e men che meno dell’ineluttabile), ogni mezzo è buono pur di riconquistare il diritto di battere moneta e usare la leva fiscale, così magari da abbassare tasse e gabelle non solo a favore dei ricchi, ma per migliorare le nostre condizioni di vita, che sono un po’ più importanti delle geometrie liberal-liberiste che piacciono tanto a Borse, borsaioli e borsettari in grisaglia e rating d’ordinanza. Questo benedetto Euro non si può abbandonare dall’oggi al domani? E sia. Ma almeno si renda la vita durissima a chi – prego cercare sull’elenco un certo indirizzo a Francoforte – lo usa al fine politico di tenerci ammanettati e per giunta col senso di colpa. E’ una guerra di lungo corso che va combattuta come una guerra, non come una scampagnata. Le quinte colonne – vedi alla voce “tecnici” e “burocrazie” – andrebbero come minimo ridotte allo stato di non nuocere.

4. L’Europa è una necessità storica, una cultura comune (fatta la tara al culturame globale uguale in tutto il mondo) e una convenienza politica. Non è un’identità, e non può essere imposta facendo pagare prezzi troppo alti in termini di libertà. Non sta scritto in un nessun vangelo che sia eterna, irreversibile, metafisica. Se ideale può essere, rinvia all’Umanesimo della Grecia anti-persiana, di Roma universale, del Medioevo tomista e nemico dell’usura, del Rinascimento di Machiavelli e Carlo V, allo jus publicum europeum, alla varietà di popoli, leghe, città, associazioni e federazioni fino al sogno – non senza ombre – di Napoleone, ma non di certo alla ipocrita “pace” fondata sullo strapotere del capitalismo finanziario che della pace gliene frega soltanto finché fa comodo alla circolazione dei capitali (che non s’identifica col commercio internazionale tout court: un conto è scambiarsi prodotti, un altro è vivere seduti su una stratosferica bolla di denaro virtuale senza più nessuna corrispondenza con la realtà di chi si suda il pane). Si metta qua una bella flat tax, piatta ma alta il giusto: sulla finanza incontrollata.

5. Dato che i nomi sono importanti, un movimento che si definisca popolare (populista è una parola snaturata nel suo significato dal Propaganda Ministerium del Partito Unico Liberale, di destra e di sinistra) dovrebbe far causa a tutti coloro che usurpano l’aggettivo di “socialista” quando altro non sono che cani da guardia del Capitale. Ipotesi di reato: abuso di proprietà del marchio. Richiesta danni: la rinuncia e l’autocritica su pubblica piazza, con garrota e confisca dei beni.

6. Anziché concedere credibilità a imprenditori che roteano la spada a difesa del libero mercato ma appena possono battono cassa alla tetta di Stato per lucrare soldi facili, si sbatta in faccia a lorsignori esempi dimenticati del passato come Adriano Olivetti: ripulito del paternalismo che in parte ne ammorbava la buona fede, è stato uno dei rari casi di industriali che aveva ben in testa cosa significa essere socialmente responsabili, cercando tra l’altro di mettere in pratica le idee che professava. Possibilmente, facendolo senza farne un semplice santino da convention: studiandolo e riportandone alla ribalta le tesi più attuali, come il concetto di comunità locale (oggi ridotta miseramente ad autonomia regionale, che è sempre meglio di niente, ma comunque meno del necessario).

7. Si dia mano libera a spregiudicati e irregolari squassatori di tabù della cultura di massa come Freccero, gigante in mezzo ai nani, e possibilmente si dia spazio e ossigeno a qualche giovane, ché ne esiste qualcuno con qualcosa da dire. Si abolisca il finanziamento pubblico ai giornali e all’editoria così come lo abbiamo conosciuto finora, e se ne crei uno nuovo di zecca per alimentare esclusivamente cooperative di giornalisti (previa abolizione del relativo Ordine) e incentivare l’acquisto e il prestito di libri. Nelle scuole secondarie si aumentino considerevolmente le ore di Storia, Filosofia, Letteratura e Storia dell’Arte, essenziali per un italiano degno di essere chiamato tale, e si introducano le materie di Economia e Finanza, Geopolitica internazionale e Diritto Pubblico, vitali per comprendere in che razza di mondo viviamo. Si imponga una selezione d’ingresso ai licei, ancora prima che all’università, e contemporaneamente si potenzino e migliorino sotto il profilo dell’istruzione generale le scuole professionali: basta con la fabbrica dei frustrati da laurea inutile e da diplomi raccattati per quieto vivere e accomodamento. Si preveda il tempo pieno per tutte le scuole primarie, così da sottrarre i pargoli a famiglie che non sanno fare più le famiglie, vietando durante l’intera giornata l’uso del telefonino.

8. Si sia impopolari là dove bisogna esserlo: si osi una tassazione scandinava su quegli strumenti del demonio che sono i telefonini. Sì, sono ripetitivo, ma repetita iuvant.  

9. Il reddito di cittadinanza nella versione grillina è un’aspirina e il salario minimo non molto più che il minimo sindacale, se non si pone mano all’interdetto ufficiale della macchina produzione-consumo: l’orario massimo di lavoro. Sei ore giornaliere sono più che sufficienti. Se si vuole lavorare di più, liberi di farlo, ma in busta paga diventa straordinario.

10. L’essere umano non è una merce: è una parte solo depotenziata del divino. E’ un animale, il più intelligente e perciò il più pericoloso della Natura, che non assomiglia alla madre buona e incontaminata che domina certo infantilismo pseudo-ecologista, ma è pur sempre la sola certezza che abbiamo, da cui proveniamo e a cui dobbiamo la fugace esistenza che ci roviniamo stressandoci insensatamente nell’inseguimento dell’efficienza meccanica. I nostri sogni sono mediocri, micragnosi, servili, roba come la felicità individuale e la tranquillità senza scopo. La serenità non andrebbe confusa con la viltà. Il Politico dovrebbe mettersi al servizio di un’opera, un obiettivo in grande stile, una creazione che sfidi il Tempo: far sì che l’uomo, maschio e femmina che sia, quello dotato e ben disposto, torni più Uomo, più completo, più sano, più interiormente ricco, più forte, più coltivato – più umano. Una forza politica dovrebbe animarsi a partire da un’etica, una visione diciamo superiore all’economicismo dello zero virgola di deficit, che pure ne costituisce un tassello inaggirabile. Si preferisca quindi chi, nella minutaglia di mezze maniche senza passione e cultura, mostri anche solo parzialmente e inadeguatamente un briciolo di interesse per un ideale un po’ più elevato dell’ordinaria somministrazione di sedativo liberale. Nel frattempo, la parola d’ordine resta in ogni caso una, sempre quella: sabotare