Una vita all’insegna della correttezza e del silenzio. In questo modo si può definire la strabiliante carriera di Dino Zoff, considerato tra i migliori portieri degli anni ’70-’80. Zoff si assicura la presenza nella sala trofei della Juventus, sei Campionati e due Coppe Italia vinti come giocatore, una Coppa Italia e una Coppa UEFA vinte alla guida della Vecchia Signora, non dimenticando la Coppa Italia con la Lazio. Zoff non si è mai distinto per essere un giocatore loquace, anzi è sempre stato piuttosto tranquillo, attento a ciò che faceva, a volte preso alla sprovvista e in alcuni casi criticato, eppure ancora oggi all’età di quasi 73 anni viene ricordato come “l’uomo che in campo faceva la differenza”.

Debutta in serie A nel 1961 con Fiorentina-Udinese, alla tenera età di 19 anni, prendendo cinque reti dagli attaccanti viola. Non fu un esordio dei migliori, ma gli garanti un posto da titolare nel Mantova per quattro anni, fino al 1967 quando passò al Napoli e approdò in Nazionale. Con il Napoli giocò ininterrottamente fino al 1972, 141 partite con la maglia azzurra, un’avventura iniziata con una vittoria, Napoli-Atalanta (1-0), e terminata con la sconfitta contro l’Inter (2-0). La stagione 1972-73 fu la prima giocata con la Juventus, indosserà la maglia bianconera fino al giorno del suo ritiro, a 43 anni, dopo la finale di Coppa dei Campioni ad Atene, dove perse contro l’Amburgo.

“Ho giocato a calcio per quarant’anni, di cui undici di fila, senza riposarmi mai (…) Quarant’anni trascorsi con la faccia affondata nell’erba, o nel fango, o sulle righe di gesso dell’area di rigore, con gente pronta a staccarti la testa pur di arrivare un secondo prima di te su una palla. Qualche volta ho perso, più spesso ho vinto, ma questo non è così importante”. Dino Zoff si racconta nel suo libro Dura solo un attimo, la gloria, non si difende dagli attacchi che gli vengono rivolti, né giustifica inutilmente i suoi errori, ha più volte dichiarato che l’educazione di suo padre fu sempre molto chiara su questo punto, se doveva giustificarsi per non aver parato una palla aveva sbagliato mestiere, forse non doveva fare il portiere ma il farmacista. Parla del ruolo del portiere non come ne parlano i telecronisti, come coloro che compiono miracoli, ma anzi sono quelli che bloccano le fantasie e le aspettative di chi tira il pallone; è un ruolo di precisione e di gran concentrazione, oltretutto si è costretti a passare gran parte dei 90 minuti di gioco da soli. Un aneddoto sul suo conto è che spesso Zoff, durante le partite, parlasse da solo facendosi una telecronaca personale della partita, per non abbassare la guardia e per avere l’adrenalina al momento giusto.

Vinse il Mondiale del 1982, da capitano e a quarant’anni, quando ormai tanti dicevano fosse un giocatore finito. L’anno seguente giocò la sua ultima partita con la Nazionale. Consegnò le dimissioni “perché era tempo di farlo”. Nel 1998 sarebbe tornato in Nazionale come allenatore, sostituitosi a Maldini, per la preparazione della squadra all’Euro 2000 in Belgio. L’Italia arrivò in finale battendo l’Olanda, allo scontro con la Francia, una partita giocata fino ai supplementari, terminati sfortunatamente con il vantaggio della nazionale francese. Zoff fu fortemente criticato per quest’ultima partita, e le critiche arrivarono direttamente dal presidente del Milan Silvio Berlusconi, che lo giudicò indegno per come aveva diretto la partita. Il giorno seguente Zoff si dimise anche dal ruolo di ct della Nazionale. Nonostante le aspre critiche che gli sono state rivolte per queste ultime dimissioni, Zoff avrebbe tanto da insegnare al calcio e soprattutto ai calciatori moderni, l’umiltà e il rispetto vengono prima di una vittoria e sul campo non contano le prestazioni individuali ma la responsabilità collettiva dell’esito di una partita.