Che cosa si intende per libertà? La domanda posta nel contesto attuale può suonare antiquata, quasi anacronistica; eppure è lo sviluppo stesso della modernità ad essere legato al fraintendimento del concetto. Può un uomo definirsi condizionato o schiavo perché non è in grado di librarsi in volo? La provocazione ci porta dritti al punto. La risposta è naturalmente no. Desideri che si scontrano con la mancanza delle condizioni fisiche e biologiche necessarie al loro soddisfacimento non costituiscono una frustrazione della innata libertà umana, sono solo i capricci di un bambino o, nel peggiore dei casi, i deliri di un folle. La triste verità con la quale dobbiamo scontrarci è che l’unica libertà che gli uomini moderni conoscono è, per l’appunto, di desiderare illimitatamente, desiderare ciò che non è possibile raggiungere, desiderare ciò che mette in pericolo o danneggia gli altri.

L’articolo della costituzione americana che assegna al popolo statunitense nientemeno che il diritto al perseguimento della felicità, cristallizza il fraintendimento di cui sopra. Essere felici equivale al diritto di perseguire orizzonti individuali di pianificazione di desideri, perseguimento la cui natura distruttiva si rivela in tutta la sua forza in un mondo popolato da 7 miliardi di individui. L’orizzonte della collettività è escluso dal dibattito ed espulso dalla vita umana: se vuoi essere felice devi prendere quello che vuoi, a qualunque costo.
Se ognuno di noi fosse una monade, ovvero nascesse con un bel pacchetto predefinito di conoscenze, impulsi e inclinazioni, del tutto indipendente dal confronto con gli altri, quantomeno la costruzione concettuale avrebbe un senso. Ma noi siamo esseri plasmabili, non possiamo sottrarci al giogo delle scelte socio-politiche e industriali, avvenute a monte e senza il nostro consenso, che influenzano lo sviluppo della nostra personalità e spesso l’intero corso della nostra esistenza. Paul Mazur, potente banchiere di Lehman Brothers, ha dichiarato: “Dobbiamo traghettare l’America da una cultura incentrata sulle necessità ad una imperniata sui desideri. Le persone devono essere addestrate a desiderare, a volere nuove cose, anche prima che quelle vecchie si siano del tutto consumate. Dobbiamo plasmare una nuova mentalità. I desideri dell’uomo devono eclissare le sue necessità.” Non vale solo per l’America, vale per il mondo intero. Non siamo nati così infantili ed egocentrici, desiderosi di soddisfare voglie senza fine disposte in sequenza; siamo stati abilmente programmati per diventare insaziabili. Crediamo di manifestare la nostra libertà assecondando il nostro impulso a desiderare, senza alcun rispetto per le vite degli altri, ma è proprio questo che costituisce il più grosso freno ad una vita piena e libera. Il benessere deve tornare l’obiettivo primario del genere umano, ovvero una concezione di vita buona, qualunque essa sia, che preveda dei limiti invalicabili e consideri la nostra natura relazionale, includendo nei progetti di vita la presenza dei nostri simili.

L’economia ha invaso la nostra vita, corrodendo tutto ciò che non può essere ridotto a valutazioni commerciali. Lavoriamo per consumare e quindi, ipso facto, viviamo per consumare. È solo alla capacità di consumare che leghiamo la possibilità di essere riconosciuti come degni di appartenere alla specie. Non siamo alla ricerca di un lavoro, di una attività che ci gratifichi, che ci completi, che realizzi degli obiettivi che vadano anche a beneficio di altri; vogliamo solo una retribuzione. Soldi, nient’altro. E se per avere quei soldi siamo costretti a prevaricare, a degradare il mondo in cui viviamo, ben venga. Senza i soldi ci sentiamo persi, incapaci di farci accettare dal cosiddetto “gruppo dei pari”.
Abbiamo bisogno del riconoscimento, del consenso degli altri e ce lo procuriamo attraverso la moneta. Ma è proprio quella moneta ad allontanarci irrimediabilmente dagli altri, ad impedire qualunque forma di contatto vero e significativo, contatto senza il quale l’esistenza si tramuta in un tetro susseguirsi di ansie. Aneliamo al denaro, eppure il denaro ci separa dalla vita e dalle relazioni con gli altri; ci colma fino a saturarci, siamo troppo “pieni” per percepire quello che ci circonda. Come ha scritto Jiddu Krishnamurti, la vita è relazione. Sfuggire a questa semplice verità è come non essere mai nati.