In una splendida mattinata tersa del 21 maggio 2005, dalle aule del Kenyon College – liberal arts college in Gambier, Ohio, USA – David Foster Wallace teneva il discorso per il conferimento delle lauree del medesimo anno accademico e, contemporaneamente, dava un colpo secco e duro a Enrico Marro, Il Sole 24 Ore, JpMorgan e Bocconi. Non ci si aspetta di certo che da quelle parti abbiano mai sentito parlare della storia del pesce anziano e dell’acqua ma sui sicuri benefici che ne avrebbero tratto non c’è ombra di dubbio. La storiella raccontata da Wallace in apertura del suo intervento è la seguente:

Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: – Salve ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: – Che cavolo è l’acqua?
(D. F. Wallace, Questa è l’acqua, 2017).

Sulla morale della favola torneremo subito ma è prima opportuno fare un flash-forward e raccontare quanto accaduto qualche settimana fa. Enrico Marro, su Il Sole 24 Ore del 26 febbraio 2019 ci spiegava che, secondo uno studio condotto da JpMorgan e Bocconi, il nostro Paese è affetto da una malattia che in inglese si chiama skill mismatch. Detto in parole povere, l’Italia è un Paese ad alto tasso di “disadattamento” dei giovani rispetto a quello che gli verrebbe richiesto dal mercato del lavoro. Detto in parole ancora più povere, l’Italia è una fabbrica di laureati “inutili”, ça va sans dire, in materie umanistiche. Una tematica ormai trita e ritrita: le aziende hanno bisogno di laureati STEM (Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica), mentre i pesci vecchi di un Paese vecchio, portatori di valori vecchi e vecchia saggezza continuano ad indicare l’acqua – come il signore il cui oracolo è a Delfi, di memoria eraclitea.

«Ma cosa diavolo è l’acqua?», si domandano i giovani pesci, nuovi rappresentanti di un mondo giovane e arrembante che va avanti, nuotando senza fronzoli, rispondendo con aria stupita e quasi compassionevole alle domande un po’ strambe di un vecchio rimbambito. Queste sono certamente domande inopportune, perché non c’è tempo di pensare, di imparare a pensare. I giovani pesci sono troppo impegnati a guidare l’avanzamento del dispositivo moderno – interamente programmabile in ogni sua componente – che sfreccia a tredicimila chilometri orari, senza una meta, senza sapere se, quando e come ma con un’elevata probabilità di andarsi a schiantare contro il muro del nulla.

E nella sua corsa sfrenata miete vittime, ogni giorno, alcune palesi – lacerate e distrutte nella carne, dalle guerre -, altre un po’ taciute, nascoste, infiltrate nella società per bene, con il loro rispettabile impiego da laureati (STEM o non STEM), ma lacerati e straziati nei cuori, perennemente alla ricerca di un equilibrio interiore, sbatacchiati da uno studio all’altro di analisti, psicologi, life coach, mental coach e financo pseudo-guru spirituali, sempre più somiglianti all’Anticristo di Solovëv.

David Foster Wallace

La morale della favola è che questo nostro nuovo mondo giovane freneticamente si muove immerso nella realtà, nell’essere – si potrebbe osare dire – senza sapere che cosa sia questo essere nel quale ci si muove. Immersi nell’ovvio, incapaci di riconoscere l’ovvio, che è il tutto. Senza questo essere che ci è così vicino e che, quindi, appare lontanissimo, senza questo essere così nascosto in bella vista (direbbe Wallace), non si porrebbero neanche le condizioni di possibilità affinché questo nostro nuovo mondo giovane rimanga in piedi. E la cosa forse più sconcertante, per i giovani pesci, è che l’essere nel quale siamo quotidianamente immersi non è una loro opera. È qualcosa che sfugge al controllo tecnico/tecnologico, sfugge alla programmabilità. Questo essere c’è e basta, disorienta e, se pensato fino in fondo, diventa un pensiero pericoloso e, quindi, da evitare, ché tanto non porta neanche la proverbiale pagnotta a casa.

Non si tratta di confutare i dati, più che reali, sulle attuali condizioni del mercato del lavoro in Italia: lo skill mismatch esiste eccome. Si tratta di fermarsi a pensare. Si tratta, banalmente, di leggere il dato in maniera critica, come ci insegnano a fare sin dalle scuole medie. Ovvero, non basta prendere coscienza dei dati e adeguarsi di conseguenza ma bisogna avere il coraggio, soprattutto da parte dei tanti laureati umanistici, di guardare i dati e decidere da che parte stare. Se stare con il pesce anziano, o con i pesci giovani, col vecchio mondo o con il nuovo mondo. Troppo spesso, infatti, quello che gli stessi laureati umanistici fanno è adattarsi, adeguarsi di conseguenza (invece che reclamare con orgoglio il proprio status di disadattati), sgomitare tra la folla dei pesci giovani per cercare di ritagliarsi un posto, per cercare di portare competenze umanistiche nel mondo delle aziende, perché gli umanisti si sa (amano ripetere i recruiters), hanno soft-skills invidiabili e rappresentano sicuramente un valore aggiunto.

No, no e ancora no. Quello di cui c’è bisogno è rappresentato dagli umanisti veri, non umanisti riciclati ed incoraggiati, in questa fase di riciclo, da imprenditori autoproclamatisi illuminati. C’è bisogno di chi di certo non ha la pretesa di sapere perfettamente che cosa sia quest’acqua nella quale ci muoviamo tutti, ma che abbia almeno il coraggio di porsi la domanda cruciale: «perché l’essere, invece che il nulla?». C’è bisogno di un pensiero metafisico, di filosofi, di poeti e di sacerdoti, che interrogano ciò che ci è più vicino e che così da vicino ci sfugge, lo nominano, lo interpretano, che silenziosamente vi fanno un cenno.

Scriveva Aristide Marciano o Aristide d’Atene (II sec. d.C.), filosofo greco convertito alla fede cristiana, nella prima Apologia del Cristianesimo della storia:

è per la preghiera dei cristiani che il mondo sussiste.

Ecco, senza sconfinare nella fede, in una particolare fede, ma rimanendo sul piano laico della cultura umanistica, si può affermare che è proprio in quel domandare, in quell’interrogare di cui si parlava sopra che consiste la continua preghiera laica degli umanisti del nostro Paese e di tutto il mondo, magari confinati in qualche piccolo dipartimento universitario di provincia, o in una qualche redazione giornalistica, o in una qualche casa editrice indipendente, come degli indiani nelle riserve, nel bel mezzo del trionfo della tecnica e con il quieto e tragico compito di far sussistere il mondo.