Possiamo definire “Culture Jam” come un movimento sovversivo traducibile in <<sabotaggio>> o <<interferenza>> culturale. Il Culture jamming consiste nell’attuare procedimenti volti alla deviazione di messaggi propinati alle masse, e non solo. Esso si presenta similarmente ad una filosofia d’azione il cui scopo è debellare il virus della produzione in serie innestando dei capovolgimenti nel sistema mediatico. I metodi di sovversione sono descritti nel libro “Culture Jam” di Kalle Lasn, che è una sorta di manuale per indignati contro la disumanizzazione. Molti muovono critiche all’autore: Lasn infatti lavorava proprio a Wall Street prima di diventare l’anti-capitalista per eccellenza (almeno così si presenta). Se le intenzioni e i pensieri di Lasn fossero onesti o no, poco importa: fatto sta che il suo libro è un ruggito contro l’America capitalista e porta interessanti esempi in merito a come e quanto tutti noi siamo indottrinati al punti di non potere pensare o agire in maniera divergente.

La logica e l’azione del Culture jamming sono riprese dalle idee dei situazionisti. Esempi lampanti di questa affinità sono il derivè ed il dètournment (“spiazzamento”), termini gi utilizzati dai situazionisti: entrambi sono processi in ambito di reazioni all’ipnosi della cultura di massa e sono riproposti in “Culture Jam”.

L’umanità si sta lentamente tramutando in un’accozzaglia di automi con il pilota automatico a causa della passività che dilaga. Siamo portati a riempire i tempi morti assorbendo tutto ciò che ci propinano e non ci rendiamo conto di quanto questo induca un cambiamento, seppure inconscio, nel nostro modo di pensare o di essere. Compriamo di continuo cose inutili che ci sembrano utili, spendendo cifre esorbitanti per un marchio: questo perché non ci sentiamo adeguati e non sappiamo più scegliere con criterio ed essere ragionevoli. Il consumo non è altro che il nostro salvagente in un mare di insicurezze.

La protesta del Culture Jam si focalizza anche sull’immagine. Le diffuse saggezze come “L’importante è ciò che una persona ha dentro” sono divenute ormai fantocci, superstizioni e contentini per chi non corrisponde a quei canoni di bellezza che la società impone. Questo perché non si può oggettivamente asserire che l’esteriorità non conti, ma anche perché il concetto standard di bellezza è ormai ossessivo ed eccessivamente sfruttato. L’immagine di Belen Rodiguez, per citare una delle tante, è ormai innestata nella nostra mente come un retaggio infantile, qualcosa di cui non ci si può liberare facilmente. Citando dal libro “Se assomigli ad una star televisiva o a una modella ti meriti un bel partner; altrimenti, niente”: i canoni di bellezza hanno inquinato anche la sessualità, ridotta alla sola sfera sensoriale della vista.

“La pubblicità è il più diffuso e tossico degli inquinanti mentali”. In questo settore oltre alla critica alla pubblicità sono descritte le più paradossali situazioni in cui si viene a contatto con essa: sul fondo di una buca per il golf, sulla schermo di un bancomat e persino (con l’uso di lenti a contatto speciali) sulle pupille del velocista inglese Linford Christie. Siamo bombardati al ritmo di tremila messaggi pubblicitari al giorno secondo un calcolo effettuato da Rick Crawford del Department of Computer Science, University of California.

Kalle Lasn è anche il fondatore ed attuale direttore di Adbusters, una rivista per l'<<ecologia mentale>> che si occupa del degenerare dell’ambiente in senso sia fisico che culturale causato dalle grandi corporation industriali. Le più famose iniziative della rivista sono il “Buy Nothing Day”, la “Tv Turn-off week” e “Unbrand America”.

Per saperne di più il libro di Kalle Lasn è online: http://www.informa-azione.info/files/eBooks/culture_jam.pdf