La questione ultras rientra in uno di quei fenomeni su cui i mass media hanno più volte discusso senza però mai soffermarsi realmente sulle dinamiche di base che hanno portato alla nascita e alla proliferazione di tale esperienza. L’egemonia culturale delle classi dominanti ha più volte cercato, tramite l’utilizzo del cosiddetto moral panic, di enfatizzare la violenza dei tifosi, trasformandoli in mostri da prima pagina e associandoli a una delle peggiori piaghe della società: alfieri del caos e della violenza. Si è inoltre cercato di circostanziare il problema ultras al solo stadio, non volendo osservare l’organicità che i gruppi hanno con il tessuto sociale loro circostante.

Per comprendere in maniera approfondita la questione ultras è necessario in primo luogo comprendere la natura di tale fenomeno: ovvero inquadrare tale esperienza come controcultura. Prima ancora di analizzare il significato semantico della parola controcultura chiediamoci che cosa si intenda per cultura: secondo il sociologo Edward B. Tylor per cultura si intende:

quella totalità complessa che abbraccia nozioni, credenze, arti, costumi, diritto, abitudini, e tutti gli altri tipi di capacità e di costanti attività che sono proprie dell’uomo in quanto membro della società.

Questa definizione, per quanto accurata sia sul risultato finale della concezione di cultura, non osserva la verticalità della società e del processo stesso di produzione culturale. La classe dominante impone la cultura – e in maniera indiretta la stessa morale – sull’intera comunità, ponendo dunque dei dettami sulla concezione del giusto e dello sbagliato, del legale e dell’illegale. Prendendo a prestito i concetti di Antonio Negri:

La costituzione politica e giuridica tende a ripetere la costituzione economica della società, nella misura in cui la dimensione materiale della produzione sociale identifica Stato e società.

Bisogna quindi necessariamente concentrarsi sulla concezione stessa di cultura in maniera asservita al mantenimento delle differenze di classe e della mediazione agli antagonismi, il che ci conduce a parlare di cultura egemone – in chiave gramsciana – ovvero come la

conquista e la regolamentazione del consenso in modo che il potere delle classi dominanti appaia insieme legittimo e naturale.

È dunque lecito chiedersi quale tipo di cultura si opponga ad essa e in quale maniera operi. Valerio Marchi nell’opera Teppa vede come un filo conduttore il rapporto tra atto teppistico e cultura dominante e le norme di strumentalizzazione poste in atto da quest’ultima. Essi sono i territori a prima vista distanti dalla dimensione politica, ma che ad essa finiscono per ricondursi.

Il fenomeno ultras è una controcultura inestricabilmente legata alla sfera sociopolitica. Il tifo della domenica diventa un di più rispetto all’insieme di lotte antagonistiche che si verificano in opposizione alle contraddizioni dell’apparato statale. La curva diventa luogo d’aggregazione, di produzione e di diffusione intellettuale e politica, megafono sociale e spaccato fedele della situazione interna del malessere popolare. La stessa nascita dei primi gruppi organizzati del tifo in Italia, durante la fine degli anni ’60, sembra esser dettata da un contesto esterno di lotte extraparlamentari, che fertilizzano il terreno e che danno al conflitto giovanile un chiaro connotato politico: la scelta dei nomi da parte dei primi gruppi organizzati-brigate – fedayn e commando – rimandano chiaramente a contesti di lotta, nazionale e internazionale.

Il manuale Controcultura Ultras osserva come le curve rappresentino:

quelle zone liberate all’interno del territorio monopolizzato dello Stato, in cui le regole dell’ordine costituito non sono rilevanti e di conseguenza l’autogestione diventa portatrice di nuovi codici e nuove autoregolamentazioni. Il potere, all’interno delle curve, è una sorta di contropotere, la risposta politica della partecipazione giovanile.

L’essere ultras diviene dunque controcultura e non sottocultura in quanto è intrinsecamente carico di un intento sovvertitrice dell’ordine sociale imposto, operante in un contesto diversificato: dagli stadi alle piazze, ponendo la coerenza alla base per ogni tipo d’azione. Il settore riservato agli ultras diventa amplificatore per le rivendicazioni delle classi subalterne, sito ove la classe dominante non può intervenire e dove i malesseri e i soprusi delle istituzioni vengono denunciati a gran voce. La curva assume il ruolo di luogo di denuncia politica verso lo Stato, il quale solitamente risponde in maniera repressiva e provocatoria, e che attraverso la folta rete di canali d’informazione asserviti al potere demonizza l’ultras e lega le sue azioni unicamente alla violenza. Ed è proprio questa violenza che non può non esser spiegata se non come conseguenza diretta delle contraddizioni interne particolari di ogni Stato a capitalismo maturo.

Fedayn, 1985

Lo Stato ha reagito a questo fenomeno con misure repressive di chiaro carattere politico: l’aumento del carattere punitivo dell’apparato giudiziario verso i crimini di stadio, il divieto delle trasferte libere, l’aumento dei pacchetti pay-tv e il relativo svuotamento dei campi. Esse sono tutte misure volte a disgregare quello spazio d’aggregazione che dagli anni ottanta in poi ha fatto dormire sogni poco tranquilli ai politici e benpensanti europei. Lo stadio come foriero della controinformazione, come vetrina delle denunce sociali diviene un organismo pulsante al servizio dell’antagonismo di classe volto contro il sistema.

È dunque chiaro, che l’unica arma che hanno le istituzioni per mantenere la “pace borghese” sia quella, attraverso l’utilizzo delle forze di controllo pubbliche, di censurare quanto più possibile il pensiero e la lotta ultrà (non ultimo è il caso del divieto – e delle conseguenziali multe – per l’entrata dentro gli impianti sportivi delle cosiddette pezze raffiguranti il volto di Aldrovandi). Le perquisizioni in piena continuità con i metodi da Gestapo che i tifosi (anche i non ultras) sono costretti a subire prima e dopo le partite, sono altamente esplicativi di come la classe dominante tema ancora questa controcultura – non essendo mai riuscita a inglobarla e in parte non avendolo mai desiderato – come portatrice di lotte antagoniste volte a una sovversione del sistema. Questa controcultura è presente nel pensiero degli ultras ogni giorno, fuoriesce dal mero tifo domenicale per divenire ragione di vita: recitava un vecchio striscione del Cosenza esposto in Curva Sud:

Viver ultrà per vivere