Oggi chiamiamo i programmi più artefatti della televisione reality, e di informazione le trasmissioni di scambio d’opinioni. Poco meno di vent’anni fa, d’altronde, Cecchi Paone saliva inviperito sul palco del Telegatto (estinto poi risorto) per contestare l’inserimento nella categoria “costume e cultura” dell’ultimo vero esperimento sociale televisivo: il Grande Fratello. Oggi, lo stesso divulgatore partecipa al Grande Fratello VIP, secondo stadio di riciclo delle furono (ma quando?) celebrità. Le stagioni avanzano, le formule si ripetono quasi immutate.

In TV dal 1984, interrotto e di recente riesumato, il Telegatto era un premio televisivo assegnato annualmente dai lettori di TV Sorrisi e canzoni. Nel 2001 Alessandro Cecchi Paone contestò sul palco l’inserimento del “Grande Fratello” nella categoria “costume e cultura”

L’illusione del pensiero è terminata.

Ciò che fu la macchina ideologica più poderosa del secolo XX ha iniziato a mangiare i suoi escrementi. Lo scarto rientra come esausto nutrimento in una sorta di human centipede della telediffusione, ma più grottesco. Non è detto che sia un male. La colpa non è del mezzo, ma dei mezzucci di chi ha perso le finalità socio-culturali, mantenendo quelle politico-commerciali. Beati quelli che ci riescono.

Dai nostri schermi realtà e iperrealtà urlano danzandosi attorno, ma senza mai toccarsi. È una coreografia, solo la simulazione dello scontro. La finzione si nasconde in piena vista per apparire credibile. La cornice inquadra un gruppo di cittadini incolleriti che protestano contro tagli, pensioni d’oro, immigrati, quella grande opera, eccetera: il Grande Fratello è sceso per le strade. Ognuno è pienamente cosciente dell’essere costantemente spettacolarizzabile, al punto da rendere televisivi i propri gesti e i propri pensieri. Tutti sono famosi in potenza, il gesto che conferisce autorità è lo sguardo, quindi la regia e la conduzione. Il conduttore, novello tribuno della plebe, si fa agente di democrazia quando decide di aprire l’audio-video del collegamento dalla piazza. Il diritto di parola sublima nel diritto di essere teletrasmesso, ovvero di moltiplicarsi negli schermi e contemporaneamente di ibernarsi per l’eternità in immagini che torneranno a visitarci quando saremo ministri, presidenti, governatori o semplicemente morti.

Stelle estinte la cui luce giungerà eternamente a nessuno, rinchiusa in un database impolverato.

La politica Alessandra Mussolini e il rapper Bello Figo si scontrano come ospiti della trasmissione “Dalla vostra parte”, (in)volontario omaggio al trionfo dell’iperreale

In un mondo di esperti, l’unico potere è accendere o spegnerne i microfoni. La simbolizzazione della lotta non più di classe per mezzo televisivo però non è catartica, anzi è l’opposto. Infiamma gli animi persino dei pantofolai, mandanti massificati della regia televisiva. La calca ha rotto gli argini e tutti hanno contribuito. L’assalto al castello con torce e forconi è sostituito dal muto zapping lontano dal volto che non vogliamo più vedere, dalla parola che non possiamo più ascoltare: se è lo sguardo l’azione che conferisce potere, distoglierlo è un assassinio. Un gesto lieve eppure aggressivo, difeso dall’illusione che non ci sia nulla da rischiare nei nostri salotti, nuova proiezione delle piazze.

Studiamo questa comunicazione della televisione terminale perché rende più semplice comprendere la terminalità dell’apparato di potere che con (attraverso) la televisione è sorto e prosperato e che oggi viene divorato dai nuovi mediatori (la disintermediazione è un concetto orbo) e dai loro adepti.

Le elezioni politiche, per quel che serviranno d’ora in avanti, saranno tra partiti non con opposte visioni del mondo, ma con diverse visualizzazioni. Il confronto tra due proposte di spettacolo. Nuovi media contro vecchi media, nuova carne contro vecchia carne. I politici che oggi urlano al populismo sono i nuovi Cecchi Paone sul palco dei Telegatti: non è il cosa, è il come che non riescono a capire. Li ritroveremo riciclati, personalmente o idealmente, in qualche futura reincarnazione gentista.

La presenza sui social dei partiti e dei personaggi politici è ovviamente in aumento, ma come emerge da questo grafico elaborato da catchy non è proporzionale alla diffusione elettorale

Quelli che accendono e spengono i microfoni farciscono TV e giornali con richiami all’ignoranza generalizzata, dopo averla generata. Spiegheranno a breve che occorre spogliarsi del voto popolare e consegnarsi al governo di quegli esperti che sono loro a far parlare. Il genio del consenso è uscito dalla loro lampada e occorre additare l’irresponsabilità delle masse per depotenziarle. Occorre creare un nuovo messia e prima stabilirne la necessità: allora crescita zero!, o meno di zero, sarà l’invocazione tecnocratica idonea a giustificare un colpo di mano, consultando i cibernetici aruspici dello spread, dell’algoritmo, della sondaggistica.

Dinanzi a tutto questo, l’invito ai poeti, agli uomini di pensiero, è di smetterla, di levarsi di torno. Andare in vacanza per sempre o trasformarsi in azione. La dialettica è finita e hanno perso. Quanto è credibile twittare contro la globalizzazione? Quelli di oggi daranno la colpa a quelli di ieri, che la davano a quelli dell’altro ieri – e d’altronde cos’hanno mai fatto per noi i posteri?

Lo spread, ovvero la differenza tra il rendimento dei titoli di stato italiani e tedeschi, è diventato da strumento finanziario a strumento politico e di azione sull’opinione pubblico. Nel 2011 fu la causa scatenante del governo Monti

Gli intellettuali sono pagati per spiegarci che va tutto male, raccontarci che loro farebbero di meglio se ne avessero la possibilità, pregare di non averne mai l’occasione. Se il pensiero è mortifero, il corpo segue ipnotizzandosi giù per la scogliera. Il governo non governa più la nazione, ma l’opinione pubblica. È un reality alla sua centesima edizione, tutto segue un copione perché nessuno vuole sorprese dall’audience, specialmente i mercati. Il format è già vecchio e giungeranno presto i barbari cresciuti nelle terre selvagge della rete. Ma intanto crescita zero è una profezia compiuta, che denuncia il dramma grottesco di un’eterna adolescenza, una grezza gioventù non più innocente e già arrogante.

Questo Governo non sarà la resurrezione, è figlio del proprio tempo proprio come noi: siamo tutti orfani.

Non è detto sia un male, ma il lutto ormai va elaborato. Adesso arriva il punto in cui il reality apre le danze con la realtà; interessante quanto abilmente gli incendiari si facciano pompieri e i trasgressori divengano moderatori. Questa è la prima generazione politica pienamente consapevole della propria spettacolarizzazione, la prima classe dirigente cresciuta davanti alla televisione. Il reality ha dato valore di intrattenimento alla (simulazione della) realtà e con un’inversione dialettica ha reso la realtà l’ultimo vero spettacolo possibile, la fine di ogni spettacolo. La scena è chiusa. L’informazione così non informa, ma intrattiene. All’infotainment consegue il politainment, la politica come intrattenimento, la politica pop, con i format e i tempi dello show biz.

Le maratone televisive in occasione degli appuntamenti elettorali più importanti sono diventate una vera e propria forma di intrattenimento

Ripenseremo la democrazia, con ogni probabilità, entro un paio di decenni. Nel mondo che arriva saranno altri dalle maggioranze parlamentari i criteri di governo. La gente non è stanca, ma distratta dal gioco al massacro. La rabbia serve, ma non basta più.