Dov’è finita la classe operaia? È ancora là, dov’è sempre stata: in catene di montaggio alienanti; nascosta tra i circuiti di tubi incandescenti e immersa nelle nubi sfiattanti di vapori di produzione. O ancora lassù, in quelle colonne altissime, districandosi su quelle monumentali opere di ferro costruite sulle periferie della società. Sono belle a guardarle: le fabbriche, le industrie, le raffinerie. Soprattutto di notte, quando il puzzle di luci al neon ricorda lo skyline di Manhattan a New York o della City a Londra. Triste somiglianza. Sono affascinanti certo, ma altrettanto difficili da vivere. Gli operai – classe di ferro, nonostante tutto – si fanno ancora carico del lavoro duro, quello che consuma il corpo e lo spirito. Esistono ancora perciò, nonostante il continuo lavoro di sostituzione che la mano cibernetica – invisibile anche questa, ma reale e costantemente in funzione – produce con i processi di automazione: incessante e mai sazia modernizzazione. Se un tempo il proletariato era la classe perennemente in lotta; in posizione d’attacco contro il padrone; ferma sulla convinzione del proprio riscatto sociale: oggi gli operai giocano in difesa. I sindacati li hanno traditi, la politica li prende in giro e i mutamenti tecnologici li annientano un poco alla volta. “Retroguardia operaia”: è così che li apostrofava il titolo di un articolo uscito nel 2007 su Panorama, proprio in ragione della posizione di salvaguardia assunta: salvaguardia di benefici e diritti acquisiti; salvaguardia del proprio posto di lavoro. Ma non sono cambiati solo in questo senso. Gli operai di oggi sono, a differenza dei loro colleghi degli anni Sessanta, degli assidui consumatori, così come tutti.

Le luci di una raffineria illuminata nella notte

Si potrebbero racchiudere questi due nuovi aspetti della classe operaia di oggi in una  definizione che possa tener conto sia della sua configurazione storica, sia della fase crepuscolare in cui è oggi sprofondata. Si potrebbe definire questa sua nuova fase con il termine “tardo-proletariato”: una categoria sociologica attuale che fotografa gli ultimi istanti di una classe ancora in vita, seppur profondamente mutata nella sua identità, nella sua coscienza e nei suoi comportamenti; uno spazio-temporale che prefigura la fine definitiva di un’epoca fatta ancora di pulsione e di lavoro fisico, e il nuovo inizio di una società totalmente digitalizzata e robotizzata – di un’umanità putrefatta.

È così che, provenendo da un paese in cui la principale fonte di reddito dei suoi abitanti viene dai grandi proventi di un’importante industria, mi è parso giusto restituire qualcosa a questa classe che spesso non ha né il modo di raccontarsi – se non per bocca di rappresentanti poco affidabili – né la volontà, poiché erede di un animo gioviale, ma riservato e diffidente allo stesso tempo. È così che mi sono confrontato con un operaio del sud-Italia, il cui nome rimarrà anonimo a causa non solo della sopracitata riservatezza, ma anche per un’esigenza espressiva: non un’identità specifica, ma una testimonianza diretta di un tardo-proletario qualsiasi.

Foto presente nell’articolo “Retroguardia operaia” pubblicato da Panorama nell’ottobre del 2007

In cosa consiste esattamente il tuo lavoro?

Da 32 anni costruisco ponteggi e impalcature di qualsiasi dimensione, a qualsiasi altezza, con qualsiasi difficoltà: col caldo o col freddo; sul pontile – quindi dritto verso il mare – su colonne, sfere, serbatoi... (Si perde nell’elencarli tutti. E si percepisce un filo di orgoglio nell’elaborare quest’inventario di luoghi).

Ti puoi vantare delle tue capacità lavorative?

Quando lavoravo a cottimo, le prestazioni che facevo io non riusciva a farle nessuno – ci avevo visto giusto a quanto pare – parlo a livello di tempistica, perché è quella che poi fa guadagnare col cottimo. Riuscivo a ridurre la tempistica riducendo i materiali. Perché in passato i ponteggi si costruivano con i tubi e con i morsetti: e di questi ultimi, se gli altri ne usavano 1000 per costruire un ponteggio, io ne usavo 500. Pensa che vent’anni fa, ho costruito un ponteggio a sbalzo verso il vuoto, a 50 metri d’altezza, uscendo a sbalzo un metro e ottanta, praticamente quanto è alto un uomo. Dovevamo sostituire un cabinato di amianto da un ascensore: sono riuscito a ponteggiarlo in quattro giorni e a smontarlo in due, con l’aiuto di due soli ragazzi appena assunti; mentre normalmente si costruisce in sette persone e lo si porta a termine dopo sette giorni.

(Vertigini estreme. Salto nel vuoto da quasi due metri e via, pronti ad intersecare tubi e montare morsetti in volo. Angeli costruttori di strutture sospese per aria).

Oggi c’è il sistema multidirezionale e morsetti non ce ne sono più. È tutto a incastro. Ci vuole ancora un po’ di fantasia, ma è più semplice.

(Lo afferma con rammarico, come se le glorie del passato non possano essere mai più ripetute).

Ti senti oppresso dal tuo lavoro?

No. Questo non è un lavoro monotono come gli altri. A distanza di 32 anni, faccio ancora lavori diversi perché il ponteggio non è mai uguale. C’è sempre qualcosa di nuovo. Ci vuole fantasia e lavorando il tempo passa. Devo essere sincero: un po’ a me piace questo lavoro. Quando vedo, ad esempio, il ponteggio che ho costruito intorno ad una colonna alta 100 m, m’inorgoglisco. Non è da tutti fare questo mestiere, ci vuole integrità, fisico, lucidità e non devi aver paura dell’altezza. Non ti deve girare la testa e devi avere equilibrio. Per quanto mi riguarda, non sento neanche più emozioni o sensazioni particolari, anche se bisogna stare sempre attenti a quelle altezze e far concentrare anche gli altri. Perché capita anche che si giochi e che si scherzi lassù.

All’inizio invece era diverso. Ti racconto cosa mi successe una volta. Lavoravo da appena due anni e a lavoro era mancata la prima chiave (colui che comanda la squadra operante) e dovetti sostituirla io. Il lavoro consisteva nel salire sopra un serbatoio di 20 metri, per poi calarsi nel vuoto scivolando in un tubo che però flette, dondola. Quando l’ho fatto la prima volta, non sono più riuscito a muovermi. Ero aggrappato ad un tubo nel vuoto! Dovevo prendere una tavola e cominciare a costruire il ponteggio: prenderla e buttarla tra un tubo e un altro. Ma come facevo a sganciare le mani dall’unico tubo che mi reggeva per prendere e posizionare la tavola? Sono rimasto cinque minuti fermo, poi mi sono detto che se non ci fossi riuscito in quel momento, non ce l’avrei mai più fatta. E allora mi sono sbloccato: ho incrociato le gambe al tubo e mantenendo l’equilibrio con le sole gambe, ho iniziato a posizionare le tavole. Questo lavoro l’avevo eseguito così come lo faceva la prima chiave che avevo sostituito. Ma quando l’ho rifatto, ci ho messo del mio, apportando delle modifiche alla costruzione e rendendo il tubo da cui ci si cala meno flessibile.

Elio Petri – La classe operaia va in paradiso

Cosa accomuna il tuo lavoro alle altre mansioni presenti nella stessa industria?

Il pericolo e la tempistica. Certo, anche le attrezzature e il vestiario. Ma soprattutto il pericolo. Quando vai in un impianto, bisogna sempre calcolare le vie di fuga da cui poter scappare in caso d’incendio o in caso di fuoriuscita di sostanze nocive.

Pericolo e disciplina, insomma. Ma cambiamo discorso: hai mai partecipato a scioperi o lotte?

Dopo due anni ero RSU (Rappresentante Sindacale Unitario). È una cosa istintiva che uno ha dentro. Di solito l’operaio è sempre spaventato nel fare richieste per migliorare la propria condizione o per difendersi e tutelarsi dalle iniziative dell’azienda. Io invece sono sempre stato in prima linea nelle lotte. Partecipavo a tutti gli scioperi: locali, regionali e nazionali. Perché ci credevo, anche se le persone che partecipavano erano poche già dall’ ’87. Da sempre quindi ho proclamato scioperi e l’ho fatto per 25 anni. Oggi ho dato le dimissioni perché sono stanco di questo. A lungo andare, i problemi sembrano sempre gli stessi. Oltre ad essere RSU, faccio parte della CISL, anche se di solito mi sono mosso in autonomia. Quello che ho capito negli anni è che il sindacato, che dovrebbe essere il difensore – pagato – dei lavoratori, è in realtà un mediatore tra impresa e lavoratore. Oggi procede ascoltando in primo luogo le istanze delle aziende, e solo successivamente cerca una mediazione con il lavoratore.

Che modalità adottavi quando proclamavi tu lo sciopero con l’RSU?

Andavo dal capo-cantiere con le richieste che gli operai volevano presentargli. Questa era già una prima forma di minaccia verbale. Se bocciava tutte le richieste o se comunque non ci veniva incontro, si proclamava lo stato di agitazione, bloccando in primo luogo lo straordinario. Se poi continuavano imperterriti a non venirci incontro prima della fermata (ovvero, il periodo in cui gli impianti si fermano: evento che è programmato e che  ha determinati tempi, superati i quali l’azienda madre incorre in sanzioni e in perdite ingenti di capitale) potevamo proclamare uno sciopero improvviso. L’azienda non può permettersi uno stato di agitazione durante le fermate. Così facendo, siamo riusciti ad ottenere delle cose in busta paga.

Ci sono differenze tra le lotte di ieri e le lotte di oggi?

Oggi le lotte sono solo quelle di difesa. Tutti i diritti acquisiti dai lavoratori si stanno perdendo in poco tempo. Le aziende madri vogliono sempre degli sconti dalle ditte esterne; appaltano a basso costo e tutto ciò va a pesare nella busta paga dei lavoratori. A tutte le ditte sono stati creati dei problemi; tutti come minimo abbiamo perso il bonus presenza, che nell’azienda in cui lavoro erano 12€ al giorno. Ma soprattutto sei abbandonato dal sindacato: si cancellerebbero tutti, te lo garantisco. L’unica cosa che ci fa rimanere è quel minimo di tutela e la possibilità di fare delle assemblee e delle discussioni, in cui poter contestare le cose che non vanno bene.

Federico Fellini – I vitelloni

Parliamo ora della classe operaia in sé e della sua evoluzione negli anni. Cosa significava essere operai ieri?

Gli ex-miei colleghi che oggi sono in pensione sono nati negli anni Quaranta, qualcuno anche prima e alcuni aveva conosciuto anche la Seconda Guerra Mondiale, quindi la povertà. Venivano tutti da una vita di sacrifici. Con l’avvento dell’industria negli anni Sessanta, l’operaio passò dalla fame al poter avere una vita tutto sommato dignitosa, quindi essere operai era una sorta di salvezza. Ma erano, devo dire, un po’ sottomessi da chi li comandava; anche se avevano partecipato a lotte molto dure. Prendevano il lavoro in un modo talmente serio da risultare sottomessi. Ecco, in quel periodo le persone si sentivano proprio operaie. La loro cultura non era molto elevata. Erano consapevoli di quello che erano. Una classe sociale bassa, ma unita. Erano però inquadrati in un certo modo dal padrone, che nel nostro caso era a Milano: riusciva a gestirli.

Se l’industrializzazione in Sardegna – che già si presenta come una periferia d’Italia –  è avvenuta negli anni Sessanta, chiaramente il rapporto dell’operaio col proprio lavoro e col proprio padrone risultava essere diverso rispetto ad altre realtà industrializzate già da tempo. Quindi se in questo caso essere operai era una benedizione, in altri luoghi  era una maledizione. Oggi invece?

Già da quando sono entrato io – parlo degli anni Ottanta – emergevano delle differenze, che poi si sono fatte più marcate negli anni successivi. Devi sapere che rispetto alla disoccupazione e alla povertà che c’è in Sardegna, la classe operaia non risulta essere povera. Pensa che molti provengono anche da famiglie benestanti, conducono un certo tipo di vita che è uguale per tutti. Vanno in discoteca o nei pub, possono permettersi ancora di farsi una casa. Secondo la vita che conduci stai bene. Quindi alla fine uno non è cosciente di essere un proletario, anche se lo è. C’è però la condivisione di uno stesso destino, questo sì: oggi tutti noi abbiamo paura di perdere il posto di lavoro a causa dell’arrivo di nuove aziende a basso costo. Questo è un problema condiviso. Anche se oggi tutto sommato si guadagna meglio rispetto al passato, l’operaio è sempre l’ultima ruota del carro, anche se è convinto di essere altro perché magari si può permettere una vacanza o una cena al ristorante.

Veniamo al dunque: la politica si è mai preoccupata delle vostre condizioni di lavoro?

Soltanto come promessa per acquisire voti. Magari la politica locale riesce pure a creare qualche posto di lavoro. Ma in Sardegna, la politica non si è mai presa cura veramente di noi. Siamo sempre stati penalizzati e abbiamo sempre arrancato. Eppure, abbiamo avuto dei politici sardi importanti, che secondo me non hanno mai fatto l’interesse dei sardi. Non hanno mai creato condizioni per poter stare meglio.

Cosa dovrebbe fare il nuovo governo per venire incontro alla classe operaia?

Abolire la legge Fornero. Per un operaio che lavora in un industria, non è possibile andare in pensione dopo oltre 44 anni di lavoro alle spalle, o andare in pensione all’età di 68 anni.

L’ex ministro del Welfare Elsa Fornero nella celebre conferenza stampa del 2011 durante la quale le si spezzò la voce dal pianto a pronunciare la parola “sacrificio”

Effettivamente, è difficile anche solo da immaginare: un operaio di quasi settant’anni che si arrampica ad altezze spasmodiche e che costruisce per aria impalcature complesse.