a cura di Gabriele Cruciata

Oggi 9 ottobre è il cinquantenario di una delle più grandi tragedie che l’Italia ricordi. Il cinquantenario di una di quelle famose “disgrazie evitabili” cui la Storia del nostro Paese ci ha abituati; una delle peggiori, per altro. Oggi 9 ottobre è il cinquantenario del disastro del Vajont.

Quella sera del 1963 più di duemila persone trovarono una morte istantanea, travolte, insieme ai paesi della valle, da un’enorme onda fuoriuscita dalla diga a causa di una frana del monte Toc, sul quale la diga era costruita.

A lungo si parlò della disgrazia, e per anni andarono avanti i processi, le ricerche, le inchieste. E nonostante ci siano state condanne a risarcimenti ingenti,  dopo cinquant’anni più di duemila persone risultano vittime della disgrazia, del “fato avverso”, del mero dato aleatorio. E ciò non è accettabile.

Non è accettabile che una struttura che così a fondo va ad intaccare l’ambiente naturale, possa provocare danni paesaggistici ed umani così imponenti solo per il “fato avverso”. E sorge dunque spontaneo chiedersi se, ed eventualmente in quale misura, esiste la colpevolezza di un qualcuno che abbia un nome ed un cognome. Di un qualcuno che per superficialità, incompetenza, o, ancor peggio, interesse proprio abbia condannato a morte un’intera valle.

Di pochissimi giorni fa sono le rivelazioni di Francesca Chiarelli, che riportano in auge le testimonianze del padre Isidoro: egli avrebbe ricevuto delle confidenze da parte di dirigenti SADE (l’azienda che progettò la diga) in merito ad una frana controllata del monte Toc, che si sarebbe dovuta verificare nella data e nell’orario in cui poi si verificò la tragedia. Una simile dichiarazione, qualora verificata, cambierebbe totalmente le carte in tavola, aprendo a nuove e gravissime responsabilità; ma sono credibili?

Esaminiamo le carte.

La testimonianza uscì già nel 1967, quando Isidoro Chiarelli, in presenza del giudice istruttore Mario Fabbri e del PM Mandarino, dichiarò:

Il giorno 8 ottobre […] comparvero nel mio studio l’ing. Cavinato dell’Enel già Sade e il geom. Zambon Arturo […]. Durante o subito dopo la redazione dell’atto, il procuratore del compratore – ing. Cavinato – e il procuratore dei venditori – geom. Zambon […]– mi dissero che i terreni compravenduti il giorno successivo alle ore 21 sarebbero stati buttati in acqua. […]. Essi dissero che avevano fatto l’operazione di acquisto proprio per essere proprietari dei terreni destinati alla sommersione. Feci presente che su tali terre potevano trovarsi delle persone; mi replicarono che essendo divenuti proprietari del terreno, avrebbero fatto sgomberare chiunque si fosse trovato ad insistere. Né d’altra parte sarebbe stato autorizzato alcuno ad entrarvi. […]Aggiunsero che una spruzzata d’acqua non sarebbe stata la fine del mondo.” 1

Il 22 aprile 1969, durante il processo di Primo Grado, egli confermerà:

“L’Enel comprava i terreni per poterne poi ordinare lo sgombero” 2

Appare tuttavia improbabile che qualcuno fosse in grado di pilotare una così immensa frana (260 milioni di metri cubi) con una precisione di tempi tanto accurata; e lo appare ancor di più se si pensa, invece, all’ordine di misura dell’errore commesso sulle previsioni di volume d’acqua spostatosi.

Eppure non è tutto. Non può esservi assoluzione totale; le denunce, oltre a quella di Chiarelli, ci furono. Ma caddero nel vuoto.

Furono le denunce di una giornalista locale de L’Unità, e dell’intera comunità montana cui dava voce,  a cadere nel vuoto. Denunce che partirono già nella seconda metà degli Anni ’50, alle quali fecero seguito perizie tecniche3, che pure nel 1959 costarono alla loro autrice, Tina Merlin, un processo per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”.

Tina Merlin è l’emblema di chi lotta per dar voce ad una piccola comunità sovrastata da imponenti interessi economici. È una figura che ricorda quanti oggi lottano per la causa No-Tav; quanti, ieri e oggi, hanno dedicato la vita alla difesa dei disarmati contro i ricchi e i potenti. E dalle sue parole, scritte all’indomani della tragedia, emerge, amarissimo, il resoconto finale della vicenda: “Oggi tuttavia non si può soltanto piangere, è tempo di imparare qualcosa4.

Eminenti personaggi, tra i quali Biagi e Buzzati, parlarono di disgrazia naturale, tralasciando le vere responsabilità.

La verità, anch’essa amarissima, è un’altra. La SADE sapeva. Sapeva che il territorio prescelto per la realizzazione era franabile; lo sapevano addirittura i popolani. La SADE sapeva anche che, subito dopo la realizzazione della diga, vi erano stati spostamenti del monte. “Gli alberi camminavano” sostenevano alcuni abitanti.

Il progetto fu realizzato in fretta e furia, senza considerazione alcuna dei rischi da esso derivanti, per poterlo presentare in tempo alla neonata ENEL, che proprio in quegli anni nasceva dalle ceneri della SADE. I dirigenti SADE sapevano benissimo che il monte stava per cedere, che la “disgrazia” sarebbe accaduta. Sapevano, e da tempo procedevano con svasi ed invasi continui, che pure non portarono ad effetti significativi.

Sapevano, ma non avvertirono.

A cinquant’anni di distanza non emerge dunque nulla di così clamorosamente nuovo, se non l’indignazione di leggere determinate verità. È tuttavia doveroso ricordare di chi furono le responsabilità. È doveroso nei confronti di quanti persero la vita quella notte, e di quanti la vita se la videro cambiata per sempre. Lo è nei confronti di una moderna Cassandra, che vide cadere nel vuoto le proprie verità. Lo è anche, e forse soprattutto, nei confronti di chi oggi, 9 ottobre 2013, ancora lotta con la modernità che, travestita da progresso, vuole distruggere ambienti e popolazioni. Oggi, 9 ottobre 2013, non si può soltanto piangere; è tempo di imparare qualcosa.

 

 

 

 1)    Atti processuali del Tribunale de L’ Aquila, Archivio di Stato di Belluno,  Vajont, busta 10, volume 5. Esame testi Chiarelli, Cavinato, Zambon.

 2)  Processo di Primo Grado, Tribunale de L’Aquila. Udienza 22 aprile 1969.

3)    In “Sulla pelle viva” (Tina Merlin, La pietra, 1983) si legge che tra il 1959 e il 1960 Dal Piaz e Leopold Müller avevano esaminato i terreni: l’italiano sosteneva che fossero adatti alla realizzazione della diga, l’austriaco era di opinione opposta. Seguirono rilevamenti da parte di Franco Giudici e Edoardo Semenza (figlio di Carlo, il progettista della diga), che diedero ragione a Müller. Carlo Semenza, come si legge nel Documento n. 5137, Racc. n. 149 dell’Elenco Documenti Processuali, dirà al figlio di “smorzare” gli esiti della perizia presso Dal Piaz, e che in caso di crollo del monte “Non cascherà il mondo”.

4) Tina Merlin, “L’«Unità» fu processata per aver denunciato il pericolo”, L’Unità, 11 ottobre 1963.