La storia del pensiero è anche storia dell’ignoranza. Sulle coste dell’Anatolia, il filosofo Eraclito sulla cui vita e sul cui pensiero sappiamo poco e nulla, ricevette un invito dal re di Persia, Dario il Grande, perché si recasse a corte e venisse circondato di doni e onori. Eraclito – così racconta Diogene Laerzio – rifiutò con simili parole:

Per colpa della loro miserabile follia coloro che vivono sulla terra sono destinati a rimanere lontani dalla verità 

Ma quale follia abiterebbe mai gli uomini tanto da renderli ciechi di fronte al vero? La follia del desiderio, degli istinti, dei cattivi affetti, delle brame di privilegio, di potere, di ricchezza, della soddisfazione dei piaceri materiali e delle pulsioni. D’altra parte il contesto è quello di una società, quella greca, che nella sua stessa costituzione ospita da sempre un binomio irrefrenabile di uguaglianze e disuguaglianze. La polis stessa è la polis di nobili aristocratici che ricevono fin da bambini l’imprinting dell’agonismo, della rivalità, con il fine di primeggiare – in guerra, nello sport, in politica, nel dibattito, nella morte persino –, di eccellere su altri che sono, infine, in tutto e per tutto simili a loro. La stessa letteratura spesso è agone (si pensi ai cantori omerici o alle gare tragiche). Risulta chiaro come, in un contesto simile, l’ambizione si trasformi in brama, come la frenesia possa superare un certo mètron, un certo limite o misura, tanto da avvicinarsi a quella follia di cui parla Eraclito, il desiderio (letteralmente) sfrenato.

Giovani spartani che si esercitano - Edgar Degas (1862)

Giovani spartani che si esercitano – Edgar Degas (1862)

Quello della disuguaglianza agonistica tra eguali è un tema che non affascina solo gli storici e gli antropologi, ma anche i filosofi. Peter Sloterdijk è celebre per il suo particolare amore verso l’agonismo greco, soprattutto nella sua variante olimpico-sportiva. In quella grande prova di prestanza storico-filosofica che è Devi cambiare la tua vita vi fa riferimento a più riprese, come fa riferimento ad Eraclito, in particolar modo a una certa insonnia ad Efeso. Questo perché Eraclito, odiato dagli efesini stessi per i suoi costumi estremamente semplici, in un celebre frammento tira in ballo la metafora del sonno per fondare un particolare dualismo filosofico. Da una parte ci sono i desti, gli svegli, dall’altra i dormienti. I primi superano le apparenze, rompono quel velo – per utilizzare una figura buddista che richiama proprio il concetto di avidyā, “ignoranza” – che impedisce loro di cogliere il vero tramite l’indagine, la conoscenza del mondo e della propria anima; i secondi rimangono nell’ignoranza, nel sonno del giusto e del vero (già si intravede, in altro contesto, la fortuna kantiana di questi concetti), vivono da incoscienti e con i costumi corrotti. Ancora una volta, alla greca, si tratteggia una filosofia della virtù eminentemente aristocratica ed elitaria in quanto, come si potrà intendere, sono pochissimi gli svegli se paragonati ai dormienti.

I dormienti assumono allora la fisionomia di un volgo incolto, di un popolino rozzo, della plebaglia ignorante. Da una parte i migliori (aristoi, per l’appunto), la crème de la crème, dall’altra i più, che pensano solo, letteralmente, «a saziarsi come fossero bestie». C’è chi penserà che questa distinzione non abbia mai smesso di valere e sia facilmente applicabile nei contesti più moderni. C’è chi temerà, dietro queste parole, lo spettro di una machiavellica tirannia o di un dispotismo illuminato (cosa accade se quei migliori diventano uno? Alla fine anche Eraclito lo dice: «per me uno vale diecimila, se è il migliore»…).

Eraclito - Hendrick ter Brugghen

Eraclito – Hendrick ter Brugghen

Quello che ci interessa dire è che, mutatis mutandis, simili concetti li troviamo in una versione più raffinata – forse non meno edulcorata – in Socrate e in Platone. Basta leggere la Repubblica per comprendere che sono degli aristoi quei sapienti filosofi che dovrebbero portare le briglie della città. Il filosofo è colui che sa e la conoscenza che ha non è l’opinione fallibile o falsa dei più, non è un sentito dire o un senso comune, ma scienza vera e propria. Ignoranza abominevole è quella della plebaglia che non obbedisce ai governanti e alle leggi, come quella di chi è pieno nell’anima di bei ragionamenti ma mette in pratica altro da ciò che dice.

La stessa caverna platonica, forse l’immagine filosofica più feconda dell’intera storia occidentale, è essa stessa, nelle sue complicazioni, la metafora più ardita di una fuga dal buio dell’ignoranza, inaugurando quel binomio luce-conoscenza e oscurità-ignoranza che sarà refrain di tantissima modernità, dai cosiddetti secoli bui, per l’appunto, all’illuminato Settecento di Kant. Niente di ciò avrebbe senso di esistere, né Platone né la modernità, se tuttavia non vi fosse stato chi, in Atene, aveva fatto la più grande professione d’ignoranza di sempre (per lo meno in ambito non cristiano). Quella di Socrate, in contrapposizione a quel gruppo di sedicenti sapienti, i sofisti, che elargivano pillole di conoscenza in cambio di un compenso in monete sonanti (senza essere per questo meno ricchi di fecondità di pensiero), è forse la maggiore scoperta della gnoseologia.

La morte di Socrate - Jacques Louis David (1787)

La morte di Socrate – Jacques Louis David (1787)

Non serve ripercorrere l’aneddoto dell’oracolo delfico raccontato da Platone nell’Apologia e che siamo (praticamente) sicuri essere stato pronunciato per bocca dello stesso Socrate nel clamoroso processo che lo vide preferire il carcere e poi la morte piuttosto che la violazione delle leggi della città, il venir meno alla propria coerenza e alla verità. Socrate, l’uomo più sapiente di tutti perché affermava di non sapere nulla, il savio dei savi, lo stesso che l’uomo più divertente e acuto della classicità, Aristofane, dipinge nelle sue Nuvole letteralmente “tra le nubi”, in un pensatoio, e raffigura come il più sofista di quei sofisti che egli stesso affrontava con sagace ironia e con grande abilità dialettico-argomentativa. Ebbene se la nostra filosofia comincia, almeno da una parte, con queste immagini, si può dire che essa esordisca nel contesto della maniera più singolare con cui si possa affrontare l’ignoranza – l’opinione comune, la doxa, a discapito della epitstème, la conoscenza vera – ovvero con una forma… di ignoranza.

Ma un’ignoranza che è l’ignoranza di chi sa massimamente e che allo stesso tempo non sa nulla; l’ignoranza di chi sa una sola cosa, ovvero quella d’ignorare tutto; ignoranza che rende questo ignorante l’uomo meno a digiuno di sapere sulla Terra; la prima vera docta ignorantia. Prima, se la si vuole distinguere, almeno per mania di nozionismo, da quell’altra “ignoranza dotta” esercitata agli albori della modernità e alla fine degli (luminosi) secoli bui da Cusano, il quale la riprese da Agostino. Che posizione d’altra parte può avere l’uomo, pensa Cusano, di fronte a Dio se non la modestia di chi riconosce l’inaccessibilità da parte della creatura al creatore? Di chi sa che nulla di positivo si possa dire dell’assoluto che, contemporaneamente, non lo neghi?

Gabriel Cornelius von Max

Gabriel Cornelius von Max

Oggi siamo ben lontani da questa ignoranza. Siamo lontani dall’ignoranza di Socrate, da quella di Cusano, dalle varianti romantico-intellettuali di chi confessa che una vita teoretica, dedita alla quella fatica del concetto di hegeliana memoria, preferisce una vita modesta e in oblio. Ma che vi sia oggi un culto incandescente di una certa ignoranza è difficile negarlo. Non importa che l’ignoranza contemporanea sia quella sapiente di Socrate o dei suoi epigoni lontani quali i Ramones di Ignorance is bliss o i Tame Impala di The less I know the better, “meno ne so meglio è”, forma pop di un’ignoranza docta che invece di negare la saggezza, nega un sapere fin troppo evidente, quello che la bionda che credevamo amarci va invece a letto con uno scimmione. Meno ne sappiamo meglio è, talvolta, no? Per soffrire di meno, per rimanere più lucidi, per non caricarsi troppo, contro il finto virilismo di chi vuole affrontare a tutti i costi anche le verità più scomode. Se mia moglie mi tradisce, forse non vorrei saperlo. Il mio americanissimo figlio è omosessuale? Sarebbe stato meglio non saperlo… C’è chi per alcuni di questi mostri antropologici della contemporaneità, coniugando il tema dell’ignoranza a quello della tecnologia e della rete, ha utilizzato la categoria di webetismo (“gli ebeti della rete”, dove la rete è tanto il luogo quanto la causa del problema), neologismo che è l’hashtag degli atleti digitatori negli agoni di tastiera. Si parla altrimenti di analfabetismo funzionale, termine che adesso ha tanto successo, ma che funziona già da decenni e, nella sempiterna storia degli analfabetismi europei (protagonisti della storia quanto la peste), non è da meno dell’analfabetismo dei contadini della Ionia o quelli delle campagne fiorentine all’epoca di Dante.

La differenza è che il contadino greco non sapeva leggere né scrivere, ma portava con sé un bagaglio di valori, tradizioni e convinzioni, oltre che braccia da lavoro, mentre l’analfabeta funzionale (47% dal 1994 al 2003 in Italia, un picco, secondo l’Human Development Report, uno di quegli a volte inquietanti enti che danno i voti come a scuola al livello di civiltà di nazioni intere) legge tranquillamente Nietzsche, anzi magari va in giro con una copia della Gaia scienza in tasca, ma non se ne fa nulla. Nietzsche come un manuale di economia finanziaria, come quello di un lettore Blu Ray. E scrivere sa scrivere, magari anche a mano, ma non gli occorre o, se deve proprio impegnarcisi, scrive da cani. L’analfabetismo, insomma, degli alfabetizzati che non riescono a comprendere, valutare, intervenire, stare in società, l’analfabetismo di chi vive la nuova “vita in tumulto” (ricordate Koyanisqaatsi, primo di una trilogia di documentari dell’82?), di chi frequenta le nuove fabbriche finanzcapitalistiche (per usare un termine di Luciano Gallino) dove si lavora alienati non per garantirsi la zuppa, ma i prodotti della più feroce rivoluzione industriale, quella che ha portato alla virtualizzazione del mondo e alle mele addentate.

Ignorance is Bliss – Ramones

Tutti lo siamo un po’, analfabeti funzionali, e questo fa meditare su almeno parte della coerenza di questa categoria. Da notare però che la maggior parte dell’analfabetismo oggi è, davvero, irrimediabilmente, webetismo. L’ignoranza dilaga e dilaga soprattutto online. Ancora: l’ignoranza della rete è un genitivo oggettivo della contemporaneità. La rete da una parte rende ignoranti, da una parte è il luogo dove più facilmente si pratica ignoranza. Il verbo dilagare qui non è retorico. Questo tipo di ignoranza è presente ovunque, non occorrono osservatori specialistici per accorgersene. È un’ignoranza di tipo istintivo, impulsivo, che pratica immaterialmente il corpo etereo di chi commenta video YouTube, di chi scrive su Twitter con pochi caratteri (i giusti per poter dire poco di intelligente) o filippiche su Facebook sulla pagina dei politici, talvolta celando lo sfogo dietro a un profilo oscuro oppure utilizzando il proprio nome e l’immagine di profilo che ritrae il proprio bassotto come spauracchio.

Un’epidemia di ignoranza. Un’ignoranza tamarra, quella di chi in terza elementare si mangiava la barretta Milka rubandola dallo zaino del compagno accanto, quella di chi tirava un calcio al pallone e rompeva il vetro della casa a fianco, quella di chi impennava con le biciclette e di chi pensa che Banana Yoshimoto fosse una variante delle Chiquita, quella da testata di Zidane, per intenderci, la cui massima espressione artistica è il meme fatto male.

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In una divertentissima vignetta di Labadessa l’uomo-uccello fa esperienza di un veridicissimo attacco d’ansia prima di andare a letto. Prende allora il cellulare in mano e si piazza a leggere un articolo di ornitologia su Wikipedia. Perché nel luogo che è la rete, se lo spazio dell’ignoranza gretta è riservato ai commentari e alle pagine meme, il luogo della più alta forma di conoscenza sono le biblioteche di Alessandria che si hanno a disposizione gratuitamente e al prezzo di un semplice, parziale danno alla retina (vedi Wikipedia), luoghi in cui ci muoviamo come dei moderni Callimaco senza ricavarne, però, alcuna vera conoscenza, ma solo illusioni di sapere che svaniscono con la stessa rapidità con cui le abbiamo accolte.

D’altra parte, come l’ignoranza è spesso utile, anche l’illusione di sapere lo è. Possiamo infatti portare un po’ di quella capacità attoriale anche nella vita reale, diventando, paradossalmente, lo specchio della nostra immagine virtuale (e non viceversa). Fingiamo allora di conoscere la storia della Spagna dei secoli d’oro, di aver visto l’intera filmografia di Kaurismäki e di leggere Nieztsche. Anche riuscissimo a sapere davvero ciò che crediamo di imparare, «sapere molte cose non insegna ad avere intelligenza», direbbe Eraclito, «altrimenti costui avrebbe istruito Esiodo, Pitagora, Senofane ed Ecateo». Il giovane non è garanzia di innovazione, la vecchiaia non è garanzia di saggezza, avere a disposizione molte informazioni non è garanzia di conoscenza.

Totò e i re di Roma

L’ignoranza come pillola di gratificazione istantanea, polverina da mettere sotto la lingua per sfogarsi qui ed ora senza pensare al lungo termine, senza esporsi. Un fenomeno all’interno di un fenomeno all’interno di un fenomeno, in grado di segnare in negativo cultura che altrove, nei momenti di massimo analfabetismo (quello vero), partoriva il miele delle arti. Siamo facili compatire Totò quando affronta l’esame di quinta elementare in Totò e i sette re di Roma, non compatiamo affatto il (w)ebete che – la butta lì – commenta il comizio salviniano (o renziano, s’intende) con “un tempo si potevano lasciare le porte di casa aperte”, figura leggendaria che possiamo incontrare, al massimo, nelle ore di punta delle poste centrali. Come potremmo altrimenti? Faremmo torto ai Ramones, a Cusano, a Platone e a Eraclito. E Socrate sentirebbe la sua tomba un po’ scomoda.