Eravamo già stati abituati a casi che mostravano la poca cura verso il nostro patrimonio artistico e culturale. Ognuno di noi ha avuto, ha o avrà modo di constatare, quanto la politica e gli enti preposti, soprattutto in realtà urbane come Roma o molte aree del sud Italia, decidano deliberatamente e impunemente di lasciare intere aree di pregio a sé stesse, alla mercé del degrado causato dall’uomo e dal naturale deterioramento temporale. Gli anticorpi ce li siamo fatti strada facendo: a chi non è mai capitato di osservare la porzione delle mura serviane inglobate nel McDonald’s al piano interrato della Stazione Termini? Fra un tavolo incrostato di bevande zuccherose e un bidone della spazzatura, si stagliano i grandi blocchi in tufo, strangolati da orride transenne metalliche ed altre amenità.

Nell’opuscolo di presentazione della stazione nel 1950, le mura erano protagoniste di rilievo, assumendo un notevole peso divulgativo, mentre in quello del 2000, dopo i grandi lavori di risistemazione della stazione, la cinta non viene neppure nominata. Una damnatio memoriae in piena regola. Qualcuno si ricorderà il caso dell’orribile scala metallica abusiva – ma costruita con il beneplacito del dipartimento regionale – e fissata nel bel mezzo dei resti archeologici di Morgantina in Sicilia; o ancora, la cava abusiva nel sito di Comiso, sempre nell’isola mediterranea.

Qualcuno ricorderà i sadici esperimenti artistici presso lo splendido Museo Archeologico Versiliese “Bruno Antonucci” di Pietrasanta, testimoniati durante le giornate del Festival di Libropolis. Altri ancora penseranno alle terribile condizioni in cui versa la splendida Villa di Plinio nella pineta di Castel Fusano, non distante da Roma, o ancora tutte quelle altre impercettibili, ma fastidiosamente presenti storture nel sistema di preservazione artistica e archeologica, denunciate anche su queste colonne.

Mura Serviane sotto Termini, strozzate dal McDonald’s

Spostandoci in Campania ne troviamo di tragicomiche. La fontana dell’Abbondanza a Pompei, da un brutto tubo che già aveva, con conseguente spreco d’acqua, venne ulteriormente svilita con un rubinetto dotato di maniglia in plastica. Resisi conto dell’inconciliabilità, si è ovviato al “danno” d’immagine con un rubinetto in simil ottone, dotato di manopola scorrevole: un lieto fine. Uno dei casi più eclatanti è rappresentato dal centro commerciale di Torre Annunziata. Durante i lavori di costruzione – a poche centinaia di metri dalla via consolare – vennero riportate alla luce una serie di fucine e strutture produttive in perfette condizioni, una vera e propria zona industriale fuori le mura. Vi erano persino intere fornaci, il che avrebbe permesso, con il progredire degli scavi e degli studi, di comprendere maggiormente lo sviluppo artistico, economico e commerciale dell’area pompeiana.

Finale squisitezza di una vicenda che avrà una conclusione drammatica, fu il rinvenimento di una struttura monumentale funebre, oggi coperta da un mostro metallico che non doveva esistere. A quanto pare così non la pensavano i cinque sopraintendenti che dal 2009 al 2014 hanno sempre confermato il loro lasciapassare per la realizzazione dell’oltraggioso centro commerciale. Non poteva mancare l’oblio in cui finì l’interdittiva antimafia della prefettura di Napoli, la quale denunciò legami fra la camorra e la società proprietaria del complesso di grandi magazzini. Una recente ma inquietante panzana vide sempre Pompei protagonista: il sindaco della città Pietro Amitrano (PD) se ne uscì con il voler costruire per l’8 maggio dell’anno corrente, una ruota panoramica di sessanta metri, prospicienti la città antica – con vista dettagliata sull’intera area sud –, ma il progetto è stato bocciato: e meno male.

La Fontana dell’Abbondanza prima (dx) e poi (sx)

Tutto questo mestolone di raccapricci e imperizie, non solo evidenzia una nostra radicata incultura, una incapacità di dividere il καλός – bello – dall’αἰσχρός – brutto – ma ci porta, senza sorprese, verso il più nauseabondo dei casi finora visti. A McDonald’s non basta offrire cibo notoriamente insalubre, il colosso della spazzatura edibile ha tentato il colpo grosso nei pressi delle Terme di Caracalla. Nei documenti ufficiali riguardanti questa “operazione di riqualificazione”, non si è mai potuta evincere l’intenzione di costruire un impianto della famigerata azienda statunitense, soprattutto in un settore così nevralgico per importanza storica e traffico intenso. L’area in cui sarebbero iniziati i primi lavori, è fra le antiche terme – sito UNESCO – costruite da Caracalla fra il 212 e il 216 e.v., un noto vivaio della capitale e una porzione della grande cinta muraria di Aureliano, costruita fra il 270 e il 275 e.v. Dopo quattro anni di tentativi, solo qualche giorno addietro le Soprintendenze di Stato e Capitolina, assieme a quelle degli uffici regionali e comunali hanno dato l’autorizzazione, eppure non si potevano prevedere intenzioni così malsane, ma fortunatamente già bloccate. Il primissimo commento del ministro della Cultura Bonisoli lasciava già ben pensare e, con l’occasione, ricordò le bambocciate pompeiane:

Non mi piace l’idea di un fastfood davanti alle terme di Caracalla così come non mi piaceva l’idea di una ruota panoramica davanti agli scavi di Pompei. Il nostro patrimonio culturale merita di essere trattato bene, in modo dignitoso, con garbo, attenzione e tanto rispetto.

Il sindaco Virginia Raggi (M5S) inviò una lettera al presidente del I Municipio Sabrina Alfonsi (PD) chiedendo la sospensione del progetto esecutivo. Invece, le interrogazioni parlamentari dei deputati del PD Anzaldi e Nobili, prevedibilmente, si sono trasformate in lacrime senza alcun latte versato. Eravamo certi che, considerata l’assurdità della proposta, tutto ciò sarebbe stato prontamente impedito. Giudicando dai numeri presentati, la realizzazione del progetto – più un incubo – sarebbe stata oltremodo spietata, inverosimile, inammissibile: un’area coperta dedicata alla ristorazione di 800 metri quadri, munita di 250 posti a sedere. A tutta ciò, sarebbe stato aggiunto il solito e squallido parco giochi, un Mc Caffè, l’ampio parcheggio e persino un drive-in in perfetto stile USA, per 10.000 metri quadri circa di terreno in dotazione alla corporazione d’oltreoceano.

L’area archeologica delle Terme e la porzione di terreno (segnata come vivaio) che si voleva dare in gestione al McDonald’s

Unica nota, se vogliamo positiva e di interesse, sarebbe stata la volontà dichiarata di inserire nell’area ristorazione coperta una serra, per mantenere forte il legame con il vivaio vicino. Bel gesto o cattivo presagio? Quel che è certo è che non avreste capito più dove eravate, se non per qualche rudere in lontananza. Ma come detto, il pericolo è scongiurato. La mobilitazione è stata larga e trasversale: archeologi, storici, ambientalisti e altre intellighenzie si sono subito unite contro questa eventualità. Ad avvalorare il collettivo malcontento, pesarono le ulteriori dichiarazioni del MiBAC in merito alla malagestione della Soprintendenza speciale di Francesco Prosperetti, già rinviato a giudizio in seguito all’inchiesta sullo stadio di Tor Di Valle. Secondo il ministero, non sarebbe stato emesso alcun vincolo di rispetto sull’area, il che avrebbe portato a questa insidiosa, ma ora svanita probabilità. Nessuno poteva volere uno scempio di simili proporzioni e stavolta, più di altre, qualcuno in più, onde fosse stato aperto, si sarebbe semplicemente rifiutato di andare, boicottando o per una buona volta protestando fermamente, con la consapevolezza di fare la cosa giusta.

L’americanizzazione ibridata a McDonald’s, da queste parti è cosa relativamente recente – metà anni ottanta – se paragonata a paesi ben più colonizzati di noi, infatti l’Italia è nota per casi di McDonald’s andati in fallimento per poca affluenza e opposizione generale della cittadinanza. Caso storico fu quello del Mc di Altamura, aperto nel 2002 e chiuso nel 2006 poiché stracciato dalla concorrenza di un panificio nelle vicinanze. La vittoria della focaccia contro l’hamburger che non si deteriora.

Per il sollievo e la buona pace di noi tutti, il progetto è stato bloccato dal MiBAC, il quale canalizza così, in maniera pacifica e istituzionale, tutto il legittimo disprezzo verso l’arrogante e indecoroso tentativo della multinazionale statunitense, una catena non nuova alla standardizzazione, allo sfruttamento e alla deturpazione del decoro urbano e culturale del punto d’insediamento. L’unicità dell’area per importanza storico-artistica, oltretutto già tartassata dal traffico nelle ore di punta e da una generale incuria, non verrà appesantita ulteriormente da questo inappropriato corpo estraneo, in compenso ci si è potuti rallegrare nel vedere, per una volta, una solida unione e comunanza di intenti, finalmente ai danni di qualche multinazionale, anziché ai nostri.