“La Storia non esiste. Il passato è solo uno strumento del presente, e come tale è raccontato e semplificato per servire gli interessi di oggi.”  Così scriveva nel 1992 Tiziano Terzani nel suo “Buonanotte, Signor Lenin”.

E Dio solo- o chi per lui- sa quanto avesse ragione nello scrivere queste parole davanti al cadavere di un mostruoso gigante capitolato a terra da solo.

È il 1991, e a Mosca avviene il golpe anti-Gorbacev che, pur fallendo, segna il declino definitivo dell’Unione Sovietica. Quando gli giunge la notizia, Terzani si trova al confine tra Russia e Cina: decide di abbandonare la spedizione cui aveva preso parte per andare a vivere in prima persona i turbamenti delle popolazioni sovietiche.

Piuttosto che andare dritto al cuore dell’URSS, decide di esplorare gli umori della gente comune, le reazioni, i cambiamenti e i turbamenti nella vita quotidiana di chi aveva sempre vissuto sotto la grande egira rossa di Mosca. Il viaggio che intraprende in solitudine lo porta, nell’arco di due mesi, a conoscere le popolazioni del Kazakistan, del Kirghizistan, del Tagikistan e dell’Uzbekistan; Terzani riesce a raccontare lo sgomento e la solitudine di milioni di persone che non hanno più un riferimento, che hanno perso la propria guida  e la certezza nel proprio futuro.

Per loro il crollo dell’Unione Sovietica significa non solo dover cambiare organizzazione sociale, ma anche vedere nascere nuove forme di divisione. Immediatamente nascono Stati nuovi ed indipendenti, popolati da innumerevoli etnie differenti, con culti religiosi differenti-  riscoperti subito dopo la morte dell’URSS- e spesso con lingue differenti. L’oppressione sovietica- totalitaria, sistematica, disumana ed alienante- mostra, crollando, quanto avesse funzionato da collante etnico nei decenni: del resto, è la stessa situazione dei Balcani, che proprio in quegli anni scoprono il tragico destino di chi improvvisamente ottiene  tanta indipendenza affianco a tanta diversità culturale.

Ma Terzani non tesse le lodi dell’URSS. Anzi, proprio come aveva fatto in Cina- dove le sue denunce gli costarono il carcere prima e l’espulsione poi- egli descrive le assurdità dell’Unione Sovietica, le contraddizioni sulle quali si basava l’impero rosso. Terzani mette in luce i mostri culturali che il fanatismo comunista ha prodotto, la repressione e la disumanità con cui esso si è affermato, e pone l’accento sull’irrazionalità di un sistema che è crollato su se stesso e sulla propria economia pianificata.

Ci sono i gulag, c’è una russificazione del territorio che ha distrutto le culture preesistenti, c’è un’illogica distribuzione delle merci, dettata dal crollo del blocco centrale che controllava e distribuiva i prodotti su tutto il territorio; ma soprattutto c’è il Potere, ipocrita, che si ricicla, ricreandosi una verginità morale, partecipando alla corsa all’ “io non c’ero, e se c’ero ero una vittima”, come scrive Terzani stesso. E a raccontare tutto ciò sono persone, personaggi; centinaia di personaggi diversissimi per etnia, religione, estrazione sociale, ideologie politiche che restituiscono l’immagine- frammentata e veritiera- delle macerie di un impero.  

Con la profondità d’animo che sempre ha contraddistinto i suoi lavori, Terzani si dimostra ancora una volta un reporter sensibile, affascinato dalla gente “vera”, dalla popolazione comune che sulla propria pelle vive gli eventi storici. E alla narrazione sublime delle emozioni e dei sentimenti delle popolazioni si affianca la narrazione delle emozioni e dei sentimenti propri. Davanti gli occhi di Terzani non c’è, infatti, solo un regime che è crollato, ma ci sono forse anche un sogno e un’illusione che si sbriciolano. Come in Cina, è spezzato tra i suoi sogni di adolescente e la realtà che vede davanti a sé. Il miracolo sociale, l’utopia di un mondo più egualitario e giusto si palesa davanti ai suoi occhi come un mostro culturale, una creatura demoniaca che ha distrutto quanto di millenario, storico ed irripetibile c’era. Un mostro che ha lasciato solo macerie o blocchi di nudo cemento armato sul proprio cammino.

Ed è proprio l’aspetto umano che più di tutti colpisce nella scrittura di Terzani. Dalle sue parole, dalla capacità di narrare l’umanità delle persone, emerge la Storia vissuta. La sua scrittura fa scorrere davanti gli occhi le emozioni degli eventi storici, e tutto a un tratto quel cadavere posto nel cuore dell’Unione Sovietica, quel feticcio imbalsamato che- divinizzato e sorvegliato- richiama tempi migliori, diventa il simbolo di un intero impero che decade. E mentre la notte dell’impero lenta ed inesorabile scende, vien quasi naturale sussurrare quelle tre, semplici parole, che contengono in sé un’intera e monumentale caduta. Buonanotte, Signor Lenin.