Nella fiaba di Hans Christian Andersen “I vestiti nuovi dell’imperatore”, dei sedicenti sarti, in realtà abili truffatori, cucivano degli abiti invisibili per un imperatore tronfio il quale, attraverso la paura e il sospetto, finiva per mostrarsi nudo di fronte ai suoi sudditi. Sono certa che la ricordiate. Ecco, gli abiti invisibili dell’imperatore possono essere paragonati in qualche modo alla legislazione scolastica degli ultimi anni. Ricca di parole, pronta a stupire in modo avveniristico, ma che, di fronte alla realtà, mostra ciò che il ritegno non dovrebbe mostrare: un corpo nudo in un contesto in cui sembra di certo ridicolo. Dobbiamo arrivare alla fine della suddetta storia, per incontrare un bambino che ha il coraggio di dire cosa stia realmente osservando, perché tutti fino ad allora faranno finta di rimirare degli abiti preziosi ma di fatto inesistenti.

Stefania Auci e Francesca Maccani si esprimono come quel bambino del finale della famosa fiaba attraverso un saggio del 2017 dal titolo “La cattiva scuola”, edito da Tlon. Due insegnanti, diverse per formazione e per provenienza geografica, si incontrano dunque per la stesura di un libro che, in modo chiaro, mette in luce vari aspetti del mondo della scuola a noi consegnato. Sarebbe facile un atto di demolizione di un’istituzione che fa ormai acqua da tutte le parti, ma le autrici preferiscono invece analizzare le tematiche – dalle più complesse alle più semplici – con un intervento che può essere messo in pratica soltanto se quella realtà l’hai vista e vissuta dall’interno. Da chi ogni giorno la scuola la vive in maniera diversa da cervellotici e asettici legislatori, i quali devono spesso disporre in base a esigenze governative e prassi ideologiche.

Nel saggio, nei capitoli scritti a quattro mani, si evidenziano per prima cosa quegli elementi che, dall’alto, dalla volontà politica, hanno cambiato di fatto la scuola: riforme una dietro l’altra, con la giustificazione di renderla al passo con i tempi. Riforme che hanno fornito di volta in volta la misura di un degrado dell’istituzione formativa, dell’agenzia educativa. Riforme al ribasso, al peggio negli ultimi tempi, con la semplificazione dei saperi per dispensare scampoli di democrazia presunta. Laddove l’inclusione sbandierata e raramente realizzata, si manifesta come una malcelata pezza d’appoggio per legittimare il livellamento culturale verso il basso. Poi la delegittimazione dell’insegnante, visto ormai più come un facilitatore che come un educatore e soggetto centrale del sapere da condividere attivamente.

Oggi la scuola è decaduta a impresa-azienda, manageriale e produttiva, come se le conoscenze acquisite dagli alunni fossero quantificabili in modo oggettivo. Il che equivale purtroppo alla mercificazione dell’allievo e del docente, ormai smerciabili come gli animali da allevamento o gli oggetti riprodotti in serie poi offerti sul mercato. Sarebbe molto più facile agognare un passato aureo ormai perduto, e tipico di ogni epoca e condizione umana, ma le autrici non percorrono questa strada, preferiscono riflettere e far riflettere in modo più complesso. La scuola dovrebbe avere ancora un’importanza fondamentale, questo è chiaro, dovrebbe essere la pietra angolare di ogni società. Però, come specchio della società, mostra in pieno e in modo sfaccettato tutto lo sfacelo e il disastro umano degli ultimi decenni: una cultura massificata, serva dello spirito capitalistico che lancia i suoi messaggi ammalianti ma effimeri a nuove generazioni condannate al disimpegno, prigioniere dietro una sorta di velo di Maia.

Mi chiedo quando sia avvenuto tutto questo. Ma non è tutto: dopo aver esposto in ordine i dettami della legislazione scolastica e il sistema aberrante di reclutamento degli insegnanti, Auci e Maccani vanno al cuore di problemi attualissimi, di vere e proprie emergenze, prima di parlare delle loro personali esperienze come insegnanti. Tra i problemi, vi sono le famiglie degli alunni:

Se da una parte i docenti devono dare la prevalenza al ruolo di educatori, mettendo in secondo piano l’istruzione, dall’altra i genitori invadono spazi che prima erano di pertinenza esclusiva della scuola. Non è raro trovare un padre che contesti gli aspetti didattici o una madre che giudichi negativamente l’operato dell’insegnante, ingenerando una confusione di ruoli che finisce per danneggiare i ragazzi i quali, in ultima istanza, approfittano della situazione.

I genitori, sempre più lontani e di certo responsabili della totale assenza di regole che si riflette nella mancanza di educazione da parte dei figli, diventano, se richiamati, improvvisamente vicini e partecipi, tendendo però a sopperire alle loro mancanze in modo pedagogicamente erroneo: i riflettori vengono così puntati direttamente sugli insegnanti, sui loro metodi educativi e didattici, mentre i loro figli vengono aprioristicamente e acriticamente assolti. Del resto, la cronaca ogni giorno ci informa di atti di violenza e di aggressioni da parte di genitori ai danni dei docenti. Questi ultimi sono infatti perennemente sotto accusa, delegittimati, sempre più stanchi. E, a questo punto, la riflessione proposta dal saggio si sposta sulle motivazioni originarie nell’intraprendere questa professione.

Non escono di certo fuori immagini edulcorate, né agiografie degli insegnanti, perché le autrici riconoscono con un chiaro j’accuse la spina nel fianco di questa categoria professionale: molti docenti sono arrivati in cattedra perché hanno visto questo lavoro come un ripiego, un’ultima possibilità, quella dello stipendio statale. Punto e basta. Con queste premesse, non ci si rende credibili agli occhi di molti adolescenti che certamente preferiranno un professore demotivato e superficiale al suo opposto, serio, magari pignolo, ma non usufruiranno della reale portata di una un’esperienza formativa. Con il primo potranno permettersi il lusso di studiare meno e peggio.

Altro atto d’accusa verso la loro classe lavorativa di appartenenza sta nel fatto di non essere riusciti a coalizzarsi, a fare sentire la propria voce. Certamente le riforme, una dietro l’altra, hanno destabilizzato l’equilibrio degli insegnanti; queste riforme hanno anche determinato la nascita di fazioni all’interno della stessa categoria lavorativa, creando ‘guerre tra poveri’, cannibalizzando aspirazioni, professionalità e rivendicazioni. I capponi di Renzo vennero così cucinati entrambi. Cosa ancora più paradossale è stata la presenza di un ministro come la Fedeli, proveniente dal mondo sindacale che ha addirittura auspicato un futuro senza più bocciature. A questo punto, la trattazione si biforca e le due autrici parlano del loro vissuto, chiaramente come insegnanti, per poi riconsiderare nuovamente un discorso scritto a quattro mani alla fine del saggio.

È nel momento in cui vengono narrate le esperienze di vita delle due insegnanti che la dissertazione diventa racconto, ed è piacevole, a tratti duro. Difatti, nel racconto, si schiudono il Paradiso e l’Inferno di questa incredibile professione. Ho detto bene, gli abissi dei luoghi disagiati, delle periferie sulfuree, degradate socialmente e moralmente, ma anche la luce, gli squarci di speranza che si ritrovano nei ragazzi, sempre e solo in loro.

Francesca Maccani è trentina, ha studiato e lavorato tra Trento e Rovereto. Lì è iniziata la sua carriera di insegnante. Poi si è trasferita a Palermo dove si è ritrovata a insegnare lettere in una scuola situata in un quartiere a rischio, il CEP. La sua nuova realtà è difficile da immaginare anche da alcuni palermitani, figuriamoci da chi, come lei, giungeva da una situazione ben lontana, e, per certi versi, ideale. Si è sicuramente sentita straniera, priva della conoscenza di un linguaggio e di una mentalità che solo con la frequenza ha potuto decriptare, ma perché ostinatamente ha voluto farlo. Le possibilità di svolgere regolarmente i programmi si sono ridotte subito a pura utopia. È infatti impossibile pensare a una scuola uguale per tutti in tutta Italia. Bisogna puntare ai bisogni di quei ragazzi e non è facile perché, nella maggior parte dei casi, mostrano resistenza anche a stare fermi al loro posto:

Questi ragazzi hanno grandi sogni, sperano di diventare come Balotelli, che ha mosso i suoi primi passi proprio al C.E.P. così come Totò Schillaci. Sono ragazzi che non sanno e non accettano che per farcela la scuola sia un passo fondamentale. Ti dicono che a loro studiare non serve, hanno i telefonini e internet che rappresentano il loro accesso immediato a ogni informazione, per questo non hanno interesse a riempire la memoria a lungo termine del cervello.

L’insegnamento in questo caso va del tutto ripensato, ciò che insegnava in Trentino, non era assolutamente proponibile in questo contesto. Spiegare Dante o Foscolo non avrebbe avuto senso, andava fatto altro già solo per tenerli buoni in classe: si parla di un contesto di atti vandalici perpetrati in continuazione contro tutte le forme rappresentanti l’istituzione scolastica.

Stare a parlare di ‘egregie cose il forte animo/ accendono l’urne dei forti’ in queste realtà risulta anacronistico e poco fruttuoso per altre forme di apprendimento che questi ragazzi necessitano e che sono di ordine pratico. La bellezza di quei versi sarebbe risultata sbiadita, avrebbe perso anche i suoi contorni, ma Foscolo non gliene vorrà, perché se una trentina ha iniziato a capire quel linguaggio, al di là del dialetto, se ha tentato di costruire qualcosa piuttosto che declamare versi, ha imboccato di certo un sentiero indirizzato ad altre forme di egregi valori civili.

Busto di Ugo Foscolo

Il sistema di reclutamento non ha previsto che ci si trovasse di fronte a qualcosa di simile: ragazze incinte a tredici anni, storie di violenze, incesti, lavori minorili notturni. A questi ragazzi non importa di conoscere la storia e l’italiano perché non vivranno di poesia e letteratura. Non esistono corsi per futuri insegnanti che possano preparare a questo. Se i ragazzi mirano ad acquisire beni di lusso, oggetti belli perché deprivati dell’amore verso la cultura, bisogna che gli si insegni altro, con pazienza… Ad amare le cose, a crearle e a prendersene cura vedendole crescere. Le uniche vie percorribili per l’autrice sono state quelle dell’intuito, dell’empatia, della capacità di proporre giochi come “Nomi, cose, città, animali”, per dare un segno di concretezza, di legame con una realtà propositiva e sana che raramente trovano in famiglia; a creare delle sfide, pungolandoli nell’orgoglio, nella loro capacità di fare qualcosa di autonomo, da loro creato e non impacchettato da altri e proposto come qualcosa da trangugiare e consumare.

E perché no? Osservare i colleghi, quelli coinvolti emotivamente, quelli autorevoli, cercando di ricalcare il loro operato, in una sorta di mimesi che non ha nulla della pura e semplice imitazione. Pian piano ne ha raccolto i frutti e ha scovato aspetti inimmaginabili in questi contesti, dove la vita si svolge in un solo quartiere, dove per andare in centro dicono di recarsi a Palermo, come se Palermo fosse una città diversa da quella in cui vivono. In definitiva, la critica più forte della Maccani si rivolge verso un’istituzione che prevede un’uguaglianza di facciata laddove la scuola andrebbe ripensata e fornita dei giusti strumenti perché i ragazzi possano davvero appropriarsi dei loro spazi, sapendo creare con le proprie mani un prodotto anche di tipo artigianale, frutto della fatica e della dedizione.

Uno dei riscontri positivi è il rispetto che ancora nutrono i genitori di questi ragazzi nei confronti della professione dell’insegnante. L’insegnante ha studiato, ma soprattutto l’insegnante ha uno stipendio fisso, qualcosa di insperato per loro. Lo stesso non può dirsi per i genitori degli alunni dei quartieri in vista della città. Francesca, infatti, viene poi trasferita in una zona residenziale di Palermo, una zona abitata da professionisti. Qui è molto più facile incontrare genitori pronti, anche inconsciamente, a entrare nel merito degli argomenti di studio in classe.

Stefania Auci nel capitolo sulla sua esperienza di insegnante è sincera nell’affermare di essere approdata all’insegnamento sul sostegno per caso, in quanto abilitata all’insegnamento su una classe di concorso poco spendibile ai fini lavorativi. Ma poi si ci è ritrovata dentro. Qui si apre davvero una chiosa importante, un nodo da sciogliere per demistificare il pregiudizio che vede l’insegnante di sostegno relegato a rango inferiore. L’insegnante di sostegno, oltre ad approdare a questa professione dovendo acquisire un’ulteriore abilitazione, è quello che più di altri conosce le dinamiche di una classe, quello che, per forza di cose, rimane per più ore con gli stessi ragazzi e che, inoltre, non è docente precipuamente dei suoi alunni con disabilità certificata, ma che, anche a livello formale, è docente di tutta la classe:

Perché noi che non abbiamo una cattedra godiamo di una prospettiva privilegiata, di cui spesso alunni e colleghi non si rendono conto fino a che non imparano a contare su di noi. Siamo quelli che i ragazzi chiamano quando c’è un problema, così come siamo gli occhi degli insegnanti curricolari quando ci si rende conto che uno degli alunni ha un disagio.

Le sue esperienze lavorative in questo campo sono variegate, raccontate con quei toni del narratore che ti permettono di fotografare certe realtà solo immaginate, di cogliere le sfumature di certi contesti e ambienti, di immaginare gesti e atmosfere: e quindi si ritrovano situazioni in cui la scuola agisce nei termini della legalità, non quella da sbandierare come copertina per le ricorrenze, e le situazioni in cui la scuola è omertosa, connivente con un ingranaggio perverso, che tacitamente acconsente a mantenere le cose come stanno in quartieri con lo ZEN di Palermo, dove i ragazzi crescono nella violenza, la usano perennemente e la scuola non risponde, sta zitta, non prende provvedimenti, mostra l’assenza dello Stato, usando la burocrazia come giustificazione.

Una burocrazia che pone apparentemente divieti, è come indifferente, ma non prende di fatto provvedimenti e quindi si comporta come se non si assumesse le proprie responsabilità, non inculcando l’importanza di rispondere delle proprie, di responsabilità. A tali esperienze se ne accompagnano altre positive, fondamentali e persistenti nella creazione di una professione come questa: l’appoggio e la guida di colleghi più anziani e la vicinanza e il rispetto verso i ragazzi. Prima o poi, anche nei contesti più degradati, questo rispetto di cui godono raramente gli alunni (e non da parte di tutti i docenti), viene da loro chiaramente percepito. E sono fieri di esibirlo. Anche essi porteranno una forma di rispetto per chi si è accorto del loro disagio, per chi li ha strappati dall’indifferenza di essere solo un nome scritto a penna sul registro, perché, il più delle volte, si sentono trascinati, costretti a frequentare la scuola. Tutto questo non si troverà mai nei corsi di abilitazione e, dove la scuola non c’è, il mestiere devi inventartelo senza il lusso di poter improvvisare funambolici repertori da intrattenitore per studenti.

Anche io lavoro tutti i giorni con i ragazzi. Lo confesso, il discorso è urgente e interessante per me perché sono anch’io un’insegnante. Cerco di conoscere gli adolescenti, di capirli anche attraverso i loro modi di divertirsi, vedo i loro sguardi a volte persi nel vuoto, le loro richieste che spesso rimangono mute, le difficoltà nell’apprendere e nel comunicare, non solo lì nei quartieri a rischio dove la scuola dovrebbe rispondere a domande della massima urgenza. Anche in contesti apparentemente meno problematici, infatti, soggiace latente il morbo pestifero dell’indifferenza, dell’omologazione, di episodi che possono degenerare all’improvviso, di un impoverimento culturale quasi suggellato con il benestare delle riforme. I legislatori forse potrebbero riferire di aver agito prendendo dall’alto le decisioni per creare una scuola più conforme alla società, ma di certo non ne escono innocenti.

Entrando in classe, se ci riflettiamo un po’ – e ci sono quelli che ci riflettono – facciamo il percorso inverso a Michel Houellebecq nel romanzo “La possibilità di un’isola”, in cui dei neoumani rileggono i diari dei loro antenati che si sono fatti clonare e da cui derivano per comprenderne il dolore, le ferite che loro non provano più perché sono stati programmati affinché non provino più emozioni. Lo facciamo al contrario per capire cosa sia accaduto, dove sia la cesura, la distanza tra noi e loro. Forse dall’alto vorrebbero che i nostri ragazzi si riducessero così? Le leggi cucite addosso a un mondo senza contraddizioni e apparentemente senza differenze li sta forse rendendo apatici, disinteressati, incapaci di pensieri dissonanti.

Le famiglie che agognano al loro benessere ritengono che non si debbano rimproverare, potrebbero soffrire, potrebbero rimanere turbati. I ragazzi soffrono lo stesso, è straziante, vorremmo evitarglielo perché li curiamo, li seguiamo, ma sono lacerati, destabilizzati, a volte da realtà che poggiano solo su violenza e prevaricazione, altre da tutta questa ovatta che li circonda e protegge, intrappolandoli di fatto. Soffrono comunque senza più avere gli strumenti culturali che li possano ritemprare; diventano soggetti manipolabili da poteri forti che certamente li attraggono con la malia degli oggetti costosi da possedere, nessuno escluso, dallo ZEN, al CEP ai quartieri d’èlite.

Tu sei il nostro miglior cliente, ma non dirlo al tuo vicino, tracciava con ironica sfacciataggine il diagramma direzionale in cui si consumava la complicità inconsapevole della città con l’inganno cosciente che la manipolava e assorbiva,

scriveva José Saramago nel romanzo “La caverna”, rilettura contemporanea del mito della caverna platonico, ambientato in un centro commerciale ormai diventato una vera città a cui più o meno tutti si sono genuflessi perché ipnotizzati da attraenti beni di consumo, facendo di fatto “scomparire ciò che restava della realtà del mondo”. Ma i ragazzi soffrono, non è sadico dire per fortuna; non sono ancora neoumani e noi ci facciamo in quattro per cercare di capire come possano apprendere. Cerchiamo di entrarci nelle loro teste! A volte ci sembrano di un altro mondo queste nuove generazioni, con un linguaggio diverso e non solo per un fatto di moda, ma perché il loro apprendimento è di fatto modificato anche dallo stesso eccesso di tecnologia, non a caso, infatti, si parla di nativi digitali. Ma, ripeto, questi ragazzi non sono mostri del futuro: provano emozioni, possiedono molti oggetti costosi anche quando non se li possono permettere, pensano di ottenere attraverso essi la felicità. Sono però sempre più fragili.

La scuola delle storie edulcorate, dell’anodino trionfante su tutto non li rende più felici ma più inquieti, più tentennanti, meno determinati nelle scelte di vita ma anche nelle banali faccende di ordine pratico. Nel mito platonico della caverna, chi riusciva a liberarsi dalle catene, conosceva poi la realtà: abituando gli occhi alla luce gradatamente, non avrebbe più visto ombre riflesse. Forse dovremmo insegnare ai ragazzi a guardare la realtà, mettendo semplicemente la nostra professionalità al servizio della sincerità, della correttezza e della concretezza, al di là di qualsivoglia apparato burocratico, usando quest’ultimo semplicemente come un mezzo, non come il fine ultimo della nostra professione.

Così, nel capitolo finale, nuovamente scritto a quattro mani, Auci e Maccani tracciano una sorta di decalogo su determinati punti che riandrebbero considerati riguardo alla scuola: il reclutamento degli insegnanti, sì, ma attraverso tirocini ‘reali’ che mettano di fronte agli scenari che potrebbero incontrare; attività fisica, educazione al proprio corpo nello spazio, alla sessualità, ma anche attività di ordine pratico da proporre alle classi pensate in modo realizzabile per i ragazzi, perché possano stare al mondo da persone indipendenti. C’è bisogno di risorse, non ci si può attrezzare da soli improvvisando attività con i propri mezzi. Non si può appiattire il concetto giustissimo di uguaglianza, pretendendo di esigere le stesse cose e ottenere gli stessi risultati in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale, come se una sorta di enorme sudario possa scendere ad ammantare tutto lo stivale, isole comprese, con la pretesa che possa aderire allo stesso modo da tutte le parti.

Potremmo star lì a compilare documenti che andranno al macero, ma saremmo ciechi di fronte a problemi che urlano, gridano un disagio stratificato da troppi anni ma sempre più impellente, come se una calamità potesse giungere improvvisa. C’è un esercito di insegnanti che è lì e non si sa perché: poco preparati, annoiati, approdati a quella spiaggia perché figli anche loro di un sistema di reclutamento che spesso non ha premiato il merito, demotivati sotto il profilo del riconoscimento economico. C’è però anche un altro esercito che vuole fare e fa sentire la sua voce, anche nel paradosso di farlo in silenzio. I ragazzi non meritano di essere relegati al ruolo di prigionieri nelle loro vite, ma piuttosto di imparare anche le cose di ordine pratico: che sia pure come compilare il modulo per pagare una bolletta.

Il futuro: lavorare con i ragazzi è guardare in faccia il futuro, sempre. Ecco, quando penso e ripenso al lavoro di questi colleghi coraggiosi, quando sto a rimuginare sul fatto stesso che loro si interroghino su questi temi, li vedo e spero di vedere anche me stessa come gli uomini-scorpioni che Jorge Luis Borges e Margarita Guerrero riprendono dal mito di Gilgames: esseri strani, fantastici e mitologici con la coda conficcata nell’inferno dei mille bocconi amari del quotidiano, ma con la testa in Paradiso, ariosa, esseri che “custodiscono tra le montagne, la porta da cui esce il sole”. Quel sole che è il futuro, lo ripeto, sono i ragazzi. Quei ragazzi che, da qualsiasi contesto provengano (come viene riportato nel saggio), sanno sempre e comunque riconoscere la stoffa di un insegnante dalla sua credibilità, nonostante non abbiano ancora maturato una coscienza critica e individuale. Quei ragazzi dissonanti, sofferenti, contenuti, loro malgrado e con disagio, in un sistema che non denuncia la nudità dell’imperatore, ma che ne elogia le vesti inesistenti, sono anche loro – ma non lo sanno ancora- come quel ragazzino che, nella fiaba di Andersen che ho proposto brevemente all’inizio come paradigma, urla candidamente la verità: «L’imperatore è nudo!».