Quando si parla di grandi mezzi di comunicazione si rischia inevitabilmente di cadere in un vizietto di pensiero che ha avuto, e ha tuttora, una fortuna notevole. In un saggio del 1994, La sinistra nell’era del karaoke, Norberto Bobbio sosteneva che la televisione sia “naturaliter di destra”, e la ragione è presto detta: essa avrebbe sempre e necessariamente contenuti dogmatici, acritici, se non del tutto diseducativi. È una prospettiva che, sebbene possa stonare nel paese in cui il servizio pubblico radiotelevisivo è cresciuto con una vocazione pedagogica, si fa fatica a negare, supportati dai Pasolini e Popper d’ordinanza. Ciò accade soprattutto quando certi programmi – prontamente etichettati come “colti” – vengono proposti come contraltare della tv spazzatura, sebbene non siano altro che snobismo di massa, anticonformismo per tutti, elitismo da semicolti. È il caso di quei salotti buoni in cui tutto finisce in un ghigno di presunzione e arroganza, in cui l’intellettuale è ridotto a macchietta, in cui la cultura non è altro che la cassa da morto dei mille ego che vagano alla ricerca della telecamera.

Pasolini e la televisione (1971)

Per dimostrare che la televisione buona esiste, non annoia ed è viva basta pronunciare un nome: Edoardo Camurri. Torinese, giornalista, allievo di Vattimo (ci risparmiamo il bla bla biografico con un apparente climax), Camurri – marchio doc della cultura di casa Rai – è tra i pochissimi che possono vantare una più che entusiastica benedizione del critico Aldo Grasso, il grande inquisitore della televisione italiana.

Viso teso in una smorfia di meraviglia, profilo tondeggiante e sopraccigli sempre all’insù suggeriscono l’immagine del modo di condurre di Camurri, dominato dall’induzione al peccato della curiosità, senza pose chic e rotacismi. Anche chi non è avvezzo alla sua figura non è esonerato dall’interesse provocato dal suo passo cascante, dall’andatura arzigogolata con cui si muove tra un e un , dallo sguardo stralunato con cui si osserva intorno, dal singolare accostamento di tabarro e jeans. Erede di Ugo Zatterin, di Mario Soldati, della coppia Fruttero e Lucentini, Camurri ha un quid che ai suoi maestri mancava: la sua televisione è fisica, è una continua ricerca di condivisione della sensazione, di comunione empatica con lo spettatore; così la sua voce ridente non lesina meraviglia per ciò che racconta, anzi aggiunge stupore a ciò che di per sé è stupore.

Edoardo Camurri – La televisione non deve formare le persone

Il suo format è un viaggio culturale che si svolge, puntualmente e devotamente, in ciò che di migliore l’Italia ha da offrire. Provincia capitale, il suo ultimo giocolavoro per RaiTre, è un cammino in alcune città che sono sì provincia, periferia del paese, ma anche capitali della vita italiana – che significa: centri della cultura, della letteratura, della cucina, della musica, dell’arte tutta. Non è soltanto un viaggio che racconta, ma anche un racconto che viaggia. Camurri accompagna lo spettatore in un percorso a tappe, guidato da grandi frecce che portano a luoghi o persone, in un’alchimia televisiva capace di mostrare la città per ciò che è, ossia la sintesi di un popolo e di una terra, secondo la nota formula di Isidoro di Siviglia. Alba, Rimini, Salerno, Trieste, Livorno, Aosta e altri luoghi lontani dai centri di potere, ai margini della cartina geografica, oltre che della narrazione politica e dell’attenzione pubblica, sono le mete dei viaggi.

Provincia capitale, come Viaggio nell’Italia del giro, si allontana dalle grandi metropoli per approdare laddove il grigiore del cemento e dell’acciaio non è ancora padrone, dove i colori delle vie e la pietra viva parlano ancora la lingua degli uomini. Non insegna, non sale in cattedra, poiché la città viene raccontata da chi la abita, da quell’esercito di visionari, giornalisti locali, architetti, geometri, intellettuali, biografi, cuochi e professionisti che popolano il programma. Quando Camurri si mette la strada tra le gambe è subito un vortice di incontri, di racconti, di aneddoti, un labirinto in cui si ha un’unica certezza, quella di uscirne arricchiti. Non è roba da antiquari, da passatisti, è anzi un gioco dialettico di vecchio e nuovo, grande e piccolo, fatti e misfatti, reale e virtuale, grazie al sostegno delle ricchissime Teche Rai. La cifra un po’ conservatrice dei programmi culturali non viene qui eliminata, bensì sapientemente declinata secondo la regola del tenere viva la fiamma senza adorarne le ceneri.

Edoardo Camurri- Viaggio nell’Italia del giro

Senza pose chic, si diceva. Perché Camurri è l’unico a potersi permettere Angelo Tonelli che ricorda Giorgio Colli, o Pietrangelo Buttafuoco che racconta da Roma la sua Catania, o ancora Camillo Langone nella sua veste di critico liturgico – per non parlare dell’abbozzo di un’ontologia del cannolo con Emanuele Severino, uno dei momenti più belli e commoventi che la televisione abbia saputo regalare negli ultimi anni. Sono le storie delle persone a dare senso e significato alle città; e Camurri, fedele a tale insegnamento, sa portare sul piccolo schermo un’Italia a misura d’uomo, che appartiene più ai Franco Maria Ricci che ai vari Fuksas.